Viale Ariosto. La proprietaria si chiama Malvina, una donnona placida e autoritaria. Sua figlia matta come un cavallo vuole aprire una pensione sua e a quest’ora l’avrà anche fatto. A Riccione, però. Nessuna notizia dell’uomo di famiglia, se mai ce ne sia uno.
Mia madre col prendisole nella sala del ristorante, io seduto a fianco, le gambe penzoloni. I tavoli con le tovaglie bianche e le tazze all’ingiù apparecchiate dalla sera prima. Tendaggi giallo chiaro. Vaschettine di confettura all’albicocca e quadratini di burro freddo di frigo. Mi racconta come a Roma, nei ristoranti degli alberghi, i camerieri ti portano la frutta e te la sbucciano lì davanti. L’intera buccia di un’arancia tagliata in striscia continua usando coltello e forchetta. Me lo racconta come se avesse visto Houdini scomparirle sotto il naso. Era stato nel 1971. Di quel loro viaggio ho qualche foto con colori sbiaditi, le Cinquecento e le Seicento, le camicie a quadri, i pantaloni color cammello. Li vedo nelle foto e sembrano già vecchi. Non erano figli dei fiori ma contadini di mezz’età vestiti a festa.
L’intera pelle scuoiata di un’arancia, senza usare le mani. Che posto, Roma. Il tizio Houdini farebbe colpo anche su di me, che sono sì viaggiato ma sempre figlio di contadini rimango. It ain’t where you from, but where you at. Vero. Ma da qualche parte si è pur cominciato, e quella parte te la porti dietro come un orizzonte visto allo specchietto retrovisore. Il mio era quello di una 128 verde scuro, con un adesivo triangolare dietro, un quadrifoglio verde in campo bianco. Alzarsi alle tre di mattina per viaggiare col fresco. L’autostrada Brennero-Modena, poi Rimini. Il disco rosso dell’alba vista dai finestrini della 128.
C’era un futuro in quei viaggi a Rimini in bassa stagione.
Che cosa vedeva mio padre nello specchietto retrovisore? Lo guardava mai?