Maggio 11, 2007...8:50 am

Palacio do Jardim de Alges

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Scende la scalinata un po’ storto, facendo perno sul bastone. I gradini sbiancati sono come fuori fuoco. Va verso i vecchi magazzini, prendendo di sbieco il piazzale con le macchine. Entrato, ne esce quasi subito con un sacchetto di plastica e si siede su una panchina di pietra. Col fianco della mano legnosa tagliuzza qualcosa che dentro il sacchetto non c’è.

Dal biancore del palazzo che si vede dal mare, si intuisce un passato di soggiorni estivi, di servitù, di ospiti. Un passato di inverni lunghi per lui, la moglie, e i quattro figli, guardiani e fantasmi di quel posto.
Ora la fortezza non c’è più. Non c’è più quello che rappresentava. Gli ultimi eredi non hanno i soldi per mantenerla. Si tengono una parte ancora buona, il resto lo affittano come uffici ad aziende e studi professionali. Il viale principale, le aiuole simmetriche, la fontana nel centro, e il cortile tondo di fronte ai magazzini diventano parcheggi. Fa fico avere un ufficio in un antico palazzo nobiliare, appena fuori il centro.

Ogni mattina scende la scalinata e si inoltra zigzagando tra le auto. Non fa più nemmeno caso a chi va e chi viene.
I figli se ne sono andati tranne una, che è riuscita a strappare agli eredi due stanze col bagno fuori, tra un ufficio e l’altro. Nel posto più malandato di tutto l’edificio, a ridosso di quella parte dove due anni fa è crollato un pavimento, e da allora è rimasta chiusa. Ma il loro posto, tutto sommato, è ancora buono. Lei fa le pulizie e i giardini. A sessantaquattro anni, e con una gamba che fa cilecca, più di tanto non riesce a fare. Ogni tanto chiede aiuto ad un vecchio compagno di giochi, di quando c’erano le feste e loro spiavano gli ospiti dalle finestre. E lo paga lei, poco, a volte gli fa solo da mangiare. Non dice nulla ai proprietari. Loro sanno, ma fino a quando nessuno chiede tutto va bene.

In due riescono a fare le aiuole davanti. Quelle dietro, le piante del patio con l’altra fontana, il giardino ribassato con l’immensa magnolia che si vede dal mare, verde scuro su fondo bianco, e le siepi intorno all’area, sono libere. Di crescere libere. Nessuno va più nemmeno a vedere se tutto è a posto, se ci sono serpenti o qualche cadavere dimenticato.

Il vecchio, anche stamattina, scende la scalinata, attraversa il piazzale con le macchine, e s’incammina verso i vecchi magazzini. Ne esce con un sacchetto di plastica, e si siede su una panchina di pietra di fianco al portone. Con la mano tagliuzza qualcosa che dentro il sacchetto non c’è. O forse è solo sabbia. Ripete questa specie di rituale tutte le mattine, appena esce. Se ne sta lì, al sole. Poi la figlia lo chiama a pranzo. Poi non so.

La gente degli studi è troppo occupata ad andare e venire. E anch’io mi sento un po’ a disagio.

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