A malavoglia Sergio lascia il tiepido della flanella. Dorme in un letto a castello dai tubi arancio. In pigiama e ciabatte di plastica, si trascina in cucina e si lava la faccia. Due gradini, e fuori l’erba è ancora umida. Invece di andare al cesso dietro casa, si ferma all’angolo più vicino, e piscia contro il muro. C’è venuta una chiazza di erba bianca. Di sera cambia angolo, e si ferma a quello più vicino alle scale, perché è un fottuto buio pesto in montagna e non si vede neanche i piedi. Anche lì lascia il segno e l’erba diventa prima gialla poi bianca. Sempre rigogliosa, solo di un altro colore. A volte cambia punto e si sposta di qualche decimetro. Giusto per compensare.
La domenica mattina suo padre non va a lavorare. E così la radio è sempre accesa quando si sveglia. Sergio lo vede prendere il rasoio elettrico dal cofanetto e attaccare la spina a un cavo volante. Si rade piano. Soffia dentro al rasoio e lo batte sul legno della ringhiera. Suo padre è un estemporaneo. Si arrangia e va avanti, applicando concetti basilari, e forse datati, a situazioni nuove. Ha fissato uno specchio da bagno, di quelli con la mensolina, all’angolo del terrazzo. D’estate sono nella casa in montagna. Anno 1959, dice la scritta nel cemento alla base dei gradini. Un sogno ostinato, in cemento e legno come quella dei tre porcellini. E in culo a tutti i lupi mannari là fuori. Sergio ascolta i rumori dal suo letto, prima che le lenzuola di flanella gli volino via.
È sempre estate quando sono lì. Sempre di domenica quando c’è suo padre. Prendono la macchina e vanno all’albergo del lago. C’è uno spaccio alimentare e un giornalaio. Quotidiano, settimanale, fumetto, una gerarchia del pensiero familiare. La giornata parte proprio bene, pensa. Di ritorno dalla spesa si fermano in una macelleria, aperta solo di sabato e domenica. Come tutto il resto lì intorno, è una cosa da fine settimana, che Sergio e sua madre estendono per quasi tre mesi. La macelleria è in un garage ripulito. Vendono carne e salsicce in un banco di acciaio e vetro, e hanno una cella frigorifera ricavata da un ripostiglio. Alle finestre ci sono scuri di legno chiaro, quasi arancio. Comprano salsicce e pasta di maiale da fare alla brace.
Accade sempre e solo di domenica mattina. Quando sta là fuori in pigiama, culo stretto e pisello tra le dita, urinando contro l’angolo della casa, si gusta tutta la serie di cose che succederanno. La rugiada gli bagna ciabatte e calzini. Il ronzio del rasoio elettrico gli annuncia meraviglie.