Marco la osserva attento, invidiandole la capacità di accoccolarsi in quello spazio esiguo, appoggiata contro la spalla del suo compagno. Realizza per la prima volta che essere piccoli ha dei vantaggi, finora li aveva mancati.
I sedili sono così appiccicati uno all’altro che c’entra a malapena, di sbieco per far entrare le gambe lunghe e secche. Garantito, i bastardi hanno ridotto la distanza tra le file, per farcene stare una in più.
Il primo autista guida e suda, il secondo dorme steso sull’ultima fila dietro. Durante il viaggio di notte, il primo mette sotto un ciclista. L’autobus andava veloce e il ciclista era senza faro, combinazione vincente. In strada, capannelli di gente che parlano una lingua che Marco non capisce. Allora chiede alla ragazza-pollicino di quello in bici.
He’s dead.
Ci rimane secco. Di notte, senza faro, e in mezzo alla strada per evitare le buche, non c’è poi tanto da meravigliarsi. Però resta senza parole, non se l’aspettava, e soprattutto è frastornato. Non capisce come si possa finire così, ai bordi di una strada fuori paese, sulla nazionale Damasco-Istanbul.
Intorno all’autobus ci sono macchine, biciclette, moto, persone a piedi. Arriva una macchina della polizia, poi un’altra. Fanno domande, i due autisti imprecano e invocano. Fari accesi e motori spenti.
Alla frontiera non fanno passare così facilmente, per problemi di visto, cittadinanza, o altro. Dipende dove sei nato, e che nome hai. Allora scendi, torni qualche chilometro indietro, aspetti che la guardia cambi il turno. Ci riprovi su un altro autobus, o camion, fino a quando non passi. Marco pensa che il ciclista non ne avrà più occasione. Pensa che l’autista continuerà a fare avanti e indietro sulla nazionale, ogni giorno. Pensa che non sa chi – dei due – stia meglio.