A me i fuochi d’artificio non sono mai piaciuti. Li ho sempre trovati patetici. Tutte quelle fiamme, stelle, spirali e rivoli che scintillano e scompaiono in un attimo. Svaniscono prima del botto che fanno.
Sono nel mezzo di un incrocio, a metà dei diciotto secondi che lampeggiano sul conto alla rovescia del semaforo. Il tempo che a Copenaghen ti viene concesso per attraversare la strada. O il tempo che ti puoi prendere, per attraversarla.
Mi accorgo, lì nel mezzo dell’incrocio, che è quasi mezzanotte e il cielo è blu e azzurro insieme. Blu scuro in alto, sopra la mia testa. Diminuisce di intensità verso i lati, e sopra il canale, oltre i tetti delle case, è azzurro chiaro. Come un cartoncino sfumato, con qualche nuvolone che interrompe la gradazione.
Di colpo uno sfiammeggiare nel cielo, giallo e rosso chiaro. Non me l’aspetto. Penso veloce a qualche ricorrenza, capodanno, patrono, festa nazionale, o qualcosa sul giornale. Non mi viene niente. Non mi rendo conto ma resto a guardare intonito. Mi sa che qualcuno ha semplicemente voglia di fare un po’ di festa e spara razzi in cielo. Mi prende di sorpresa.
Così scopro, dopo 37 anni, che i fuochi d’artificio mi piacciono.