Mattheus esce dalla densità del fumo che è quasi mattina. Fa il ponte e prende la via deserta che costeggia lo Spree. Kopenickerstrasse è grigio azzurra, e non ha voglia di aspettare l’autobus o il taxi. Sono venti minuti a piedi, in fondo.
Dentro il club vendevano banane e mele a 1 euro l’una di fronte alla porta dei cessi. Giravano vassoi carichi di panini. Due ragazze facevano foto e vendevano le stampe al momento. Sulla maglietta fumosa e sudata di un tizio c’era scritto
MY SUBCULTURE
CAN KICK YOUR
SUBCULTURE ‘ S
ASS ANYTIME
24/7
Geniale. Chi stava fermo e scuoteva il capo, chi si muoveva con le mani in tasca, chi saltava e bisognava starci un po’ alla larga.
Ora è fuori, e cammina volentieri. Passa di fianco a un vecchio edificio industriale, incassato tra parcheggi di autotreni e centri fai-da-te. Vede qualcosa di insolito. Escono due a due. Hanno circa cinquant’anni, uomini e donne, eleganti come se fossero andati a teatro. Non c’è nessun cazzo di teatro lì, e neanche un ristorante che lui sappia. Mentre passa li sfiora attento e sente che parlano russo.
Si fa prendere da fantasie narrative alla Grisham. Sono le tre e mezzo di mattina. Lunedì mattina. Si racconta che hanno appena finito un incontro. Hanno deciso riguardo al console. Finirà male, lo sente.