Non si vede mai il sole di pomeriggio. Ecco perché si mangia presto. In febbraio e marzo, alle due c’è già ombra da tutte le parti. Neanche in Groenlandia. Sandro mi passa davanti casa in uno di quei pomeriggi cupi, passo lungo, sguardo diritto avanti. Sono in cortile ma non mi vede, non mi guarda. So perché è qui. Sento che in questo momento le nostre vite non possono essere più distanti. Torna dal militare con la corriera delle tre, con in tasca un congedo speciale. È morto suo padre.
Il cappello da alpino ha qualcosa che tintinna vicino alla piuma, penso che magari sono regali e aggeggi dagli altri marmittoni della caserma. Gli ci vogliono dieci secondi per attraversare il mio campo visivo. Mi passa davanti agli occhi, e mi sento come se fossi seduto in una sala buia. È uno schermo aperto sul dolore, su quanto fottuto ti senti quando la vita ti tocca da vicino. Sandro passa a 24 fotogrammi al secondo.
Mi viene in mente il giorno dell’influenza. Laura, precoce dominatrix, ci rincorre durante una ricreazione passata in classe per convalescenza. Noi tre soli, tra i banchi vuoti. Ci insegue con la bacchetta di legno, quella per indicare alla lavagna. Rifila una steccata sulla mano di Sandro, e gli chiede scusa. Lui sta lì rigido, un pezzo di porfido a malapena smussato. È un contadino già fatto a otto anni. Io in terza elementare scrissi che volevo studiare e sposarmi. Non so quale dei due possa spaventare di più.
Dieci anni dopo quel pomeriggio invernale, e una ventina dopo quella ricreazione in classe, Sandro mi ferma in mezzo alla strada. Mi fa un cenno dal finestrino della macchina, mi chiama, mi vuole salutare.
Non fa più il contadino. Ha smesso, litigato con la madre e il fratello, se n’è andato. Non sono mai stato un parlone – mi dice – eppure faccio il rappresentante porta a porta. Padelle, coperchi, pentole, roba per cucina. Giro un po’ la regione, a volte anche fuori, vado di casa in casa.
Mi sembra contento. Mia madre, quando glielo dico, scuote la testa e sentenzia che è diventato proprio un ribaldo.