Andrea è seduto sul parafango del trattore, davanti al carro. Suo padre guida. Hanno un carico di merda.
Quando è arrivato a casa, suo padre l’ha chiamato dal cortile. Gli ha detto che c’è da fare. Dal basso, Andrea ha visto sua madre sul terrazzo di cucina; guardava giù come a cercare il suo profilo magro, con un misto di severità e vergogna. Andrea non aveva mai spalato letame prima. Anzi, dubitava che ancora si usasse merda di vacca per concimare le piante. Novecentocinquanta metri quadrati di meli. Suo padre non ha potuto fare a meno, quando è stata fatta la divisione con le sorelle, di reclamare la proprietà di quel rettangolo di terra. C’ho sempre messo le mani io, ha detto, e mi sembra giusto che resti a me. In fondo è solo un campetto, e anche se si vende non si ricava granché.
Ma forse è stata la scelta sbagliata nel momento sbagliato. Non riescono a cavarci niente, e anzi, Andrea sente sempre i suoi lamentarsi dei costi per questo o quell’altro, del prezzo delle mele che è andato giù, dell’annata persa perché c’è stata la grandine e non erano assicurati, perché il freddo ha bruciato la fioritura, e avanti così. Sembra una famiglia di contadini anacronistici.
Suo padre è arrivato nel cortile col letame già sul carro. È tornato prima dall’officina, ha tirato fuori trattore e carro, è andato al Consorzio, è tornato carico. E non mi sono accorto di nulla, pensa Andrea nel garage di casa, mentre si mette gli stivali di gomma. Esce in cortile e sale sul parafango del trattore. Fa il viaggio così, seduto di traverso, come i contadini veri. Come fanno i suoi compagni di classe.
Spala merda mista a paglia giù dal carro. Suo padre la prende con la forca e la sistema attorno alla base di ogni singolo melo. Tornano puzzolenti dopo due ore. I risultati non sono dati a sapersi.