Farina bianca, farina di segale, lievito. I semi di girasole, di sesamo, di lino, di zucca. Ogni tanto semi di finocchio e cumino. A volte Milena si fa prendere dalla voglia di sperimentare, e allora prende frutta e verdura, che taglia a pezzettini minuscoli. Carote, patate, albicocche, mele. Le impasta assieme al resto, cambiando miscela di volta in volta, senza mai segnarsi la ricetta. Pensa, così Milena quando me lo racconta al telefono, di non aver mai fatto un pane uguale all’altro.
Mi dice che è tornata a casa nel pomeriggio tardi e si è messa in Internet, più per scrupolo che per necessità. Ha fatto anche due telefonate.
Si è sentita leggera e confusa, e ha deciso di fare il pane.
Oggi ‘variante’ verdure. Ha tagliato le zucchine e le ha messe in forno a gratinare. Ha aggiunto funghi secchi e pomodori, tutto a pezzetti. Li ha lasciati rosolare, quasi troppo. Ha scoperto da qualche mese che le piacciono le cose appena bruciacchiate. Ha impastato bene affondando le mani con la parte terminale del palmo, quella specie d’onda che arriva al polso. Lieve e decisa. La cosa le ha fatto venire in mente delle carezze su un corpo nudo. Passaggi e insenature. Superfici e bordi.
Ha lasciato tutto a riposare, per la lievitazione. Nel frattempo l’ho chiamata, e ci siamo messi a parlare del fare il pane. Ora deve tornare a impastare, e ad aspettare la seconda alzata. C’è una scansione del tempo a cui non ci si può sottrarre, quando si fa il pane. Dà ritmo e senso. Prima di infornare, mi dice, sbatterà un uovo e cospargerà il pane di giallo intenso.
Poi seminerà in superficie dei grani di sale e dei semi di sesamo. Per un buon raccolto.