[Pubblicato su Daemon Magazine online]
Cavicchio… Cavicchi…Ingegner Cavicchi.
Ah, ecco, mi pareva. Ha la faccia da ingegnere. Ingegner Cavicchi.
Proprio.
All’istante, mi blocco, mi giro, guardo i due commessi del supermercato che stanno confabulando tra loro, mi chiedo, mi rispondo, sì, Cavicchi, stanno parlando proprio di lui, penso, mentre sono in fila alla cassa. Non può essere che lui, non ho mai sentito un altro ingegner Cavicchi, e anche se ci fosse, questo è il mio, ne sono sicuro. Lo conoscono anche loro, allora. La faccia da ingegnere. La stessa faccia di molti anni fa, a casa dei miei, in cucina. Un tipo alto, talmente stirato e lucido da sembrare goffo, con addosso dei colori improbabili. Da ingegnere, forse, non so.
Si preannuncia al telefono, parla con mia madre. Le dice che ha visto i miei voti a scuola, e per questo l’ha contattata, se gli era permesso, perché ha un’offerta da fare, da farmi, una proposta importante per il mio futuro. Nel campo dell’informatica. Arriva a casa, ci sediamo in cucina. Si presenta, Ing. Cavicchi dell’INTI, Istituto Nazionale Tecnologie Informatiche. Ho visto i voti di Marco, impressionanti. Ecco, noi offriamo ai migliori talenti, che selezioniamo attentamente, la possibilità di un’istruzione specialistica, nel campo dell’informatica, un corso per programmatori di linguaggio Cobol, praticamente una garanzia per un lavoro ora molto ricercato e pagatissimo, guardi qua. Tira fuori ritagli del Corriere, con annunci di lavoro per programmatori, analisti programmatori, esperti informatici.
Prometteva bene, l’incontro. Peccato che né io né i miei avessimo idea di cosa fossero quei lavori. Peccato che allora stessi facendo geometri, e non scienze informatiche. Peccato che non sapessimo cosa fosse il Cobol, e nemmeno a cosa servisse, e perché mai l’ingegnere veniva a cercarci a casa, a ora di cena, apposta per farci firmare un contratto. Ma firmammo. Mio padre firmò. Mia madre stette a guardare, accennò che forse era meglio telefonare a Valerio, mio fratello grande, ma l’ingegner Cavicchi disse ma signora, ma sta scherzando, ma gliel’ho fatti vedere, tutti quegli annunci sul giornale, vuole rivederli, e glieli tirò fuori una seconda volta, là, stesi sul tavolo di cucina, tondo, bianco, anni ottanta, con le gambe color legno. E io dissi, mamma, ma dai, cosa vuoi sentire, è ovvio che se non la prendo ora, l’occasione, cosa devo aspettare? E così andai, alla prima lezione di corso, con la valigetta di finta pelle con dentro le prime dispense incomprensibili che l’ingegnere aveva lasciato, in cambio di quattrocentocinquantamila lire e una stretta di mano sorridente. Ma quello che doveva tenere il corso all’ora e al posto dove ci disse l’ingegner Cavicchi, non c’era, e c’eravamo solo noi due, io e un’altra disgraziata, che s’era già pentita di aver firmato, e aveva anche firmato lei, perché era maggiorenne. Tornai a casa, e dissi che non c’era. Che forse l’avevano spostata, la lezione. Che l’INTI era nazionale, una cosa seria, non poteva essere una fregatura. E telefonai, dopo, a quel numero, e mi risposero, e mi dissero di sì, che in effetti la lezione l’avevano spostata, ed era strano che non mi avessero avvertito. E mi ridettero un appuntamento. E ci andai, di nuovo, e mi ritrovai in una stanza presa in affitto con dieci altre persone che, come me, non sapevano cos’era il Cobol, e neanche cosa fossero quelle dispense fotocopiate che tutti avevamo nell’identica valigetta marrone, e si andò avanti così, a diagrammi col pennarello sulla lavagna e dispense fotocopiate, senza mai l’ombra di un computer da usare, per quindici settimane, quattro mesi, e alla fine ci rilasciarono il certificato di frequentazione di un Corso Superiore per Programmatori Cobol.