Settembre 8, 2007...12:15 am

Elogio della lentezza

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Uno

Lentezza, dicevamo. Ho un figlio molto piccolo, e siccome la mamma lavora, e io no, faccio il papà a tempo pieno. Lo vesto, gli faccio le pappe, lo addormento e, la parte migliore di tutto, lo porto a spasso. Ormai abbiamo smesso di contare le vecchiette affascinate dal pargolo seduto, o spesso ormai in piedi, sul passeggino, che le fissa e poi si allarga in un sorriso a nove denti. Con papà a rimorchio che sorride anche lui. Sopra i settant’anni, fin troppo facile.

Ogni giorno, camminando, lentamente, cambiando il giro, andando a far la spesa in qualche mercato rionale un po’ nascosto, o fino al supermercato biologico vicino allo stadio, che tanto ha le stesse cose della farmacia sottocasa e costa uguale, ma tant’è. Ci fermiamo all’edicola, anche se non compriamo nulla, perché ormai fa parte del giro, e loro, quelli dell’edicola, ci aspettano anche, ed escono, spesso, e ci mettiamo a parlare del quartiere, con lui magari che si appisola nel passeggino, ma si sveglia dopo poco. È bello sapere che c’è qualcuno che ti aspetta.

E noi andiamo, piano, mattina e pomeriggio, e ci siamo detti (lui ha degli occhioni molto espressivi) che sì, forse questa è la parte migliore della nostra relazione tra padre e figlio, un momento molto complice, in fin dei conti, e uno dei più belli, dove ognuno scopre delle cose nuove, lui perché non le ha mai viste, io perché non le ho mai notate. Quale dentista c’è nelle vicinanze, quale pasticceria fa le sfogliatelle. Cose così. E giù vecchiette ammaliate. A volte, dopo averne incrociata qualcuna, e averla guardata bene bene, una volta superata, lui si alza e si gira all’indietro, e continua a guardarla sporgendo la testolina di lato. Al che, se la sventurata signorina attempata se ne accorge, resta con la bocca aperta e gli occhi che ridono, e manca poco mi sviene sul marciapiede. Tu, nel passeggino, un po’ di contegno, per favore.

Due

L’andare piano, a bassa velocità, a piedi, come nel mio caso, o comunque con un approccio lento, può aiutare non tanto, o non solo, per riscoprire una realtà, perché anche la velocità è reale, ma per riguadagnare una verità delle cose: proprio perché non sempre la velocità è anche vera, ma quasi sempre la lentezza sì.

È come scoprire, a sorpresa, di avere i piedi sporchi per aver camminato scalzi. È un esempio non mio, ma della mia compagna, la mamma dell’ammaliatore. Anche noi, a volte, ci ritroviamo, in casa e fuori, a non sapere come fare; ci affanniamo tanto, per star dietro un po’ a tutto, pur lavorando un sacco (eccetto te, direte voi, che porti a spasso il pargolo, ma non è proprio così lineare la faccenda), e ci sforziamo di ricavare il tempo per le nostre passioni e interessi, ma a volte proprio non ce la facciamo, e siamo sempre lì a chiederci, come possiamo fare tutto? Forse dovremmo essere più veloci? O fare meno cose? O avere più tempo a disposizione, magari lavorando meno? Ma si può fare? Quasi mai. E allora? A cosa serve la lentezza, quando nemmeno la velocità ci può aiutare?

Ecco, forse serve a cambiare prospettiva. Facendo le cose lentamente, ci predisponiamo a farle in maniera sensata per noi, prima di tutto; e quello che resta fuori resta fuori. Con l’andare del tempo, impariamo a relativizzare l’importanza dei compiti, dei piaceri e delle necessità da svolgere, e diamo delle priorità, proprio in virtù dell’approccio lento. Ossia, discriminiamo, bellamente e apertamente, il da farsi.

Ecco, forse la lentezza serve a essere leggermente cinici. È salutare, in questi casi, non fa male. Si scorgono meglio, dietro le curve della vita, dossi, avvallamenti e panchine per tirare il fiato.

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