Fahre\’n\’Heit

On Expansion: Photography’s Status in a Digital World

Posted in news story [English / Italian] by alcramer on marzo 17, 2014

On Expansion: Photography’s Status in a Digital World

News Story and Vimeo Links

On Expansion was a roundtable discussion that recently took place at King’s College London on 21 January 2014. It was a closed-door workshop led by curator Alfredo Cramerotti (Director, MOSTYN) in partnership with artist/researcher Michael Takeo Magruder (Department of Digital Humanities, King’s College London) that attempted to unpack certain aspects of the status of photography in an increasingly digital world. It is part of the AGM conversation series and was recorded as part of Alfredo Cramerotti’s ongoing research in this area.

On Expansion 3

The event focused on two lines of enquiry, namely: What is photography’s ontological status in the world today when thought in relationship to the omnipresence of the digital image and video? and How does this (digital) photographic moment in the history of image-making change the methodology of artistic and curatorial inquiries, their value, and their justification?

On Expansion 1

Discussion topics included:

  • considering how the visual translations of ideas through various networked social systems have a major impact on our artistic and curatorial practices; examining how – now – images are made, distributed, recycled or found; and how curators are curating contemporary artists using new technology to reflect upon its meaning today.
  • exploring how the artistic and curatorial act of making, manipulating, distributing and ‘digesting’ pictures is hybridized by devices like mobile phones, tablets and computers but, also, virtual reality glasses and game consoles.
  • discussing the work of some artists and theorists in relation to these networked systems.

With an invited group of specialists and practitioners from diverse backgrounds, On Expansion looked at the ways in which conceptions about photography, art, digital practices and curating are in flux, and how these shifts – particularly in the artistic production and curatorial presentation of photography – can engender new ways of thinking about archives, collections, exhibitions and display.

On Expansion 2

Discussants included: Anna Bentkowska-Kafel (King’s College London), Gair Dunlop (University of Dundee), Marialaura Ghedini (University of Sunderland), Andrew Prescott (King’s College London), Anna Reading (King’s College London) and Gillian Youngs (University of Brighton).

Organisers:

Alfredo Cramerotti
Writer and Curator
Director, MOSTYN; Head Curator, APT Artist Pension Trust; Editor in Chief, Critical Photography series, Intellect Books; Research Scholar, eCPR European Centre for Photography Research, University of South Wales
http://www.alcramer.net + http://linkedin.com/in/alcramer
alcramer@gmail.com

Michael Takeo Magruder
Artist and Researcher
Department of Digital Humanities, King’s College London
http://www.takeo.org + http://www.kcl.ac.uk/artshums/depts/ddh/people/affiliate/magruder
m@takeo.org

Links:

AGM Culture
http://agmculture.org

On Expansion video documentation
(part 1) http://vimeo.com/85040796
(part 2) http://vimeo.com/85046523
(part 3) http://vimeo.com/85054088
(part 4) http://vimeo.com/85069770
(part 5) http://vimeo.com/85069771

tv-tv LAP TALK 03: MemeFest

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on agosto 21, 2010

LAP TALK is a series of introduction to various non-mainstream forms of communication through web platforms. It is part of Chamber of Public Secret’s TV program broadcast on the independent television platform tv-tv.

LAP TALK 03: Memefest memefest.org
archive at chamberarchive.org/laptalk.html and alcramer.net
(first broadcast 12.04.2005)

Italo Calvino – Six Memos for the [Present] Millennium / 1NYC

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on agosto 21, 2010

Video, sound essay based on the book “American Lectures” by Italo Calvino, 10 min.

In 1984, he was invited to deliver a cycle of lectures at Harvard University in the United States. The writer elected five themes: lightness, rapidity, exactitude, multiplicity and consistency. Calvino has written the first five, but died before the completion of the last. The conferences never took place, but the texts were collected in a book that serves as an important inheritance to the newly born millennium. My thanks to Gian Zelada of mamutemidia.com.br, who has inspired this work.

Da qui

Posted in Spaces. Short verses [English/Italian] by alcramer on giugno 2, 2010

da qui napoli mi appare come uno se la immagina

lasciano ancora le porte aperte
specialmente nei quartieri spagnoli
e uno puo’ vedere dentro le cucine e i salotti
e vanno in giro sempre in due sul motorino
e senza casco
e continuano a suonare il clacson
perche’ non si fermano agli incroci
ma avvisano
e poi dicono che succedono gli incidenti
e ci sono un sacco di spazzini
con camioncini piccoli
per entrare nei vicoli
ma l’immondizia per strada
non scompare mai
e ci sono un sacco di negozi
di scarpe e abbigliamento
per questo sono tutti ben vestiti
e giocano tutti a calcio
anche le ragazze
sara’ perche’ e’ l’estate dei mondiali
e non e’ pericoloso come si dice
finche’ non ti succede qualcosa
e dopo cambi idea
ma comunque
lasciano ancora le porte aperte
che da altre parti non succede.

Colazione

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on aprile 17, 2008

L’avevo gia’ vista, una volta. Sempre sull’autobus per Berlino. Circa otto ore di viaggio, da Copenhagen, con la linea notturna. Quella prima volta, io, lei, e un tizio israeliano di cui non ricordo il nome, eravamo nelle prime due file di sedili, proprio dietro all’autista. Da bravi scolaretti. Ci mettemmo a parlare per passare il tempo. A Berlino ci salutammo bye-bye.

Ora e’ davanti a me a fare il biglietto. Stesso autobus, mesi dopo. Ci sediamo, uno di fianco all’altra, sempre nelle prime file. Da bravi scolaretti. Mi riconosce, e anch’io sorrido. Laura, le dico. mi ricordo di te. E tu? Of course, mi dice lei. Quand’e’ stato? Circa un anno fa.

L’autobus parte quasi alle undici, in ritardo. Laura ha finito il suo praticantato all’ambasciata danese a Berlino, torna per trovare degli amici. Io continuo avanti e indietro tra un lavoro e l’altro. Verso l’una e mezza, Laura si sdraia di traverso sui sedili dalla sua parte, io faccio altrettanto dalla mia.

Allunga le gambe sopra al corridoio e appoggia i piedi sul mio sedile. E’ solo una sensazione, ma sento che siamo vicini. Mi viene d’istinto, le prendo le dita dei piedi, e le tengo nella mia mano. Mi si rizza nei pantaloni, non capisco perche’ lo sto facendo ma lo sto facendo. Le accarezzo la caviglia. ha un piccolo tatuaggio, una rosa. Laura si lascia toccare. Anch’io mi sono sdraiato, ora. Vicino ai suoi piedi. Muove le dita. Io continuo.

Una mano mi prende la testa. Mi trascina verso il corridoio. Sento solo il caldo umido della sua bocca sulla mia. La sua lingua in bocca, sui lobi, sul collo. Viene da me. Mi tira su il maglione. C’e’ una signora sui cinquanta due file piu’ dietro, dorme. O fa finta. Le tiro su la maglia. Con la lingua, arrivo ai capezzoli. Tutt’intorno, a piccoli colpetti di lingua. Sono seduto contro al finestrino. Il cazzo mi sta scoppiando. Vedo la massa di capelli biondi sotto di me.

E’ difficile tirarlo fuori, ci sono pantaloni, slip, cinture, maglie. Siamo in autobus una fila dietro all’autista. Pero’ e’ tutto buio, e gli altri sembrano dormire. Le sue dita intorno alla capella. Laura si flette e si piega come una ginnasta. Forse lo era, una volta. La sensazione di caldo intorno al cazzo. Oddio. E’ piegata praticamente a 180 gradi, in avanti, a prenderlo in bocca. Lo fa lentamente. Centellina ogni spasmo. Non usa le dita, non c’e’ spazio. Solo la bocca. Piano.

L’autobus arriva al traghetto, e’ mattina, si vedono delle luci, il ritmo cambia. Laura ha il dono della tempistica. Si tira su, piano, stiracchiandosi. Dobbiamo scendere.

E’ salata, mi dice con un sorriso.

Moby Dick

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on febbraio 6, 2008

Nel ventre della balena bianca. La gente col tempo prende le connotazioni fisiche del posto dove vive. Si dice che i carrarini siano di poche parole. Duri di una durezza antica e bianca come la pietra che li circonda. Veri come le mani callose dei pescatori di Melville.

Una volta sono stato alle cave. Ti spingi su, e le strade diventano mano a mano bianche e strette, e scorrono a fianco di lastroni ancora da tagliare. In certe giornate puoi sentire le navi del porto e la salsedine nell’aria. Ti ritrovi a strapiombio su gironi danteschi, in fondo al quale brulicano uomini-formica e macchine piccolissime. Erodono la montagna bianca dentro e scura fuori. Ci riescono. Qualche formica muore, ma vanno avanti.

Quando trovano una vena ordinano i macchinari a pezzi, e li calano nel ventre della montagna con gru costruite sul posto. Poi scendono i tecnici, i cavatori, la manovalanza, e ricostruiscono le macchine pezzo per pezzo. Le usano lì sotto, nelle budella bianche di quelle alpi sul mare. Caricano i camion che s’impennano per il peso come cavalli bizzosi. Consegnano la materia al mare. Una volta esaurita la vena, e ci possono mettere degli anni, lasciano tutto là, macchine e macchinari. Costa troppo smontarle, assemblare delle gru, ritirarle fuori per poi calarle da qualche altra parte.
Una specie di tributo economico pagato alla natura, che non sa che farsene.

A volte penso a tutti quei macchinari là sotto. Tagliatrici, cavalletti, tiracavi, carrelli, ruspe. Lasciati a dormire per l’eternità. Ricoperti di polvere di marmo bianco, marmo loro stessi, nel mezzo di antri vuoti dove una volta c’era pietra.

Tra diecimila anni li troveranno. Tributi, penseranno, ma per quale Dio?

Supermercato In Famiglia

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on febbraio 6, 2008

È corsa a casa piangendo. Non-sapere-cosa-fare scritto in faccia. L’hanno trovata accucciata in magazzino, che riempiva buste di plastica, all’inizio del turno di pomeriggio. Presa alla sprovvista, gli occhi si son fatti lucidi, non ha detto niente, ed è corsa via. Forse nello spogliatoio. È finita in quel momento la vita di paese di mia sorella Sonia.

Io lo sapevo. Riempiva i sacchetti e mandava a chiamare la piccola di casa, me, che allora avevo dieci anni e il viso paffuto. Diceva alla gente in coda alla cassa che era spesa pagata, e io facevo sì, con la testa. Mi apostrofava anche, con frasi del tipo:

“E guarda di fare piano, hai capito? Perché sei capace di fare chissà cosa dei vasetti della Bormioli.”

Come se agli altri fregasse qualcosa se spediva a casa vasetti di vetro o altra roba, sistemata sul fondo della borsa. Il vice l’ha beccata con le mani nel sacchetto, mentre sistemava il tutto. Poteva dire sì, è per me, la prendo ora e la pago dopo, che problema c’è? Invece è rimasta lì, in ginocchioni, con l’uniforme del supermercato e la borsa di plastica mezza piena. Che figura di merda. Licenziata. Anzi, le hanno chiesto di andarsene. Era in sostituzione per maternità dell’altra commessa, affidabile, onesta, e pure simpatica, Luana. L’altra nostra sorella. Doppia figura di merda.

Credo sia stato in quel pomeriggio che Sonia ha deciso di andarsene. Si è sposata dopo qualche mese, con un tizio conosciuto dove faceva la stagione come cameriera. Ha messo su casa, ha imparato il dialetto, e in paese non si è mai fermata per più di un pomeriggio.

Perché non ero bravo a descrivere una donna

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on dicembre 29, 2007

1.

«Erano giorni che ormai ignorava la voce che le martellava in testa. E anche oggi, era riuscita a tenerla a bada. Si era messa in Internet a scaricare canzoni che già aveva su un cd, ma che non sapeva più dov’era. Aveva pulito la cucina, poi il bagno, e infine il terrazzo fuori, che andava lavato da chissà quanto. Vedendo i fili per stendere, e valutando ad occhio che non avrebbe piovuto, si era poi messa a lavare le sciarpe invernali, i guanti, le maglie di lana. Strizzandole bene, e sciacquando più volte, come a voler levare la patina di freddo. Aveva anche sbrinato il freezer. Si era inventata qualsiasi cosa per non dare retta a quella voce, la sua, che insisteva ad essere ascoltata.»

Alzo gli occhi dal foglio, e vedo le nostre sagome accennate sul muro di fronte. La luce del sole filtra dai bordi delle pesanti tende rosse alle finestre. È una stanza fatta per il silenzio questa, non per le parole – mentre leggevo, si sentiva quasi l’eco.
Dieci righe, aveva detto Delia, che tiene il laboratorio di scrittura ‘Creare un carattere.’ Dieci righe per tratteggiare un carattere. In attesa, tutti la seguiamo mentre cerca qualcosa nella borsa. Poi parte.

«Cos’è che deve discutere con se stessa?»

«Beh, ho pensato… il fatto che non riesce a schiodarsi da una situazione precaria, provvisoria, ormai da troppo tempo.»

«Tipo?»

«Ecco, è una post-laureata, in una città non sua. È rimasta ad abitare in quella città anche dopo gli studi, e ora ci lavora. Ma non trova un equilibrio definitivo. Insomma, si sente ancora provvisoria, in quella città, proprio come quando studiava.»

«È buono. Ci sono certe intuizioni che funzionano. Il fatto della pulizia ossessiva, per esempio. Le sciarpe, le maglie di lana. Prendiamo questo elemento-traccia, diciamo; ne approfitto, guarda, per anticipare un concetto. Parlavamo ieri della costruzione di un carattere ‘per addizione.’ Ecco, se si vuole dare un indizio, da cui far trapelare qualcosa di quel personaggio, in un lavoro lungo possiamo anche prenderlo per gradi, far maturare quel qualcosa. Ma nella brevità del racconto bisogna avere in mente cosa, da subito. Esattamente, intendo, e fin dall’inizio. Bisogna portare il lettore fino là. Qui mi rendo conto che è un’impresa ardua, visto che vi ho dato dieci righe per delineare il carattere del personaggio. Nel tuo caso, Carlo, mi sembra che qualcosa ci sia, che ‘giri’ insomma.»

«Ah. Non so.»

«Mi sembra di sì. Ci si deve lavorare ancora, ovviamente. Forse ti potresti concentrare anche solo sulle ultime righe, quelle della pulizia. Puoi tracciare sufficientemente il carattere anche solo con quelle. L’ossessività è un buon indizio, per una donna. Non sei d’accordo?»

2.

È la seconda bottega di scrittura che faccio. La prima otto mesi fa, in agosto. Faceva un caldo terrificante, chiusi per quattro giorni in una stanza dell’archivio comunale di Casalecchio, e senza aria condizionata. Però era andata bene. L‘aveva tenuto Sunil, un ragazzo di origine indiana che ha già pubblicato due libri di narrativa e una raccolta di poesie, e di quelle difficili, belle. Un tipo in gamba, molto più giovane di me. Che invidia. Sunil Ardashir, non so se l’avete sentito in giro. Vive a Bologna, praticamente da quando è nato. Comunque. Quella volta il laboratorio era sulle voci narrative: i tipi diversi di voce dei personaggi, le anomalie significative, il gergo da usare e da evitare, cose così. Mica male, a saperci fare. Io sono un po’ inchiodato, non mi riesce tanto estraniarmi da me stesso, scrivo sempre cose dove ci sono io, e magari ci metto anche un collega, la fidanzata o qualche parente col nome vero, che se no non mi riesce.
Dov’ero? Ah, già, le voci narrative. Sono un po’ duro, insomma. Però mi piace scrivere, non faccio fatica. Stento quando devo inventarmi tutto, come dovrei fare ora con Delia. Quelli sono gli scrittori, mi dico, gli altri sono voglio-ma-non-posso. Ecco perché mi sono iscritto, anche se avevo dei dubbi.
‘Scrivere insieme’ è una specie di mini-festival della scrittura, organizzato dal Comune di Bologna, in un’aula della biblioteca dell’Archiginnasio, che è molto bella ma c’ho messo un’ora per trovarla. Uno di quei posti da letterati che incutono riverenza. Con i soffitti a cassettoni e le pareti affrescate. Con le vetrine di legno scuro, e dentro, tomi medievali. Il posto giusto per cominciare, insomma. Tutta la manifestazione dura una settimana, in posti diversi. C’è il laboratorio sulla piccola editoria, sul primo paragrafo, sullo scegliere il titolo, su come questo o quello è stato pubblicato, sullo scrivere una scheda di presentazione, sulle voci narrative (già dato), e questo qui, sul creare i caratteri. Specifico: caratteri femminili. Solo per scrittori maschi. Voglio dire, un laboratorio di scrittura solo per scrittori di sesso maschile che vogliono cimentarsi nella creazione non-stereotipata di personaggi femminili. Un’impresa titanica.
Ero dubbioso, perché se è vero che gli uomini non hanno idea di cosa passa per la testa a una donna, e raramente succede il contrario, è anche vero che sa un po’ di paternalismo organizzare un laboratorio per maschietti. Sembra l’ufficio di supporto per le quote rosa, in azzurro. Non so. Se vi state chiedendo perché allora sia qui con Delia, avete visto giusto. Ne ho bisogno. Alla fine mi sono deciso e ho pagato i sessanta euro d’iscrizione, perché finora non mi è mai uscito un personaggio femminile decente che sia uno. Ho provato di tutto. Ho preso sorelle, colleghe, amiche di scuola, mia zia vedova, mia cognata, perfino mia nipote adolescente, che ce ne sarebbe da scrivere a frotte. Niente. Quando arrivano sulla carta, anzi ancora prima, escono figure ridicole o deformate dalla mia fantasia maschile. Me ne rendo conto io per primo, figuriamoci. Spiace dirlo, e ancor più scriverlo, ma non vado oltre lo stereotipo. Allora, mi sono detto, male non può farmi. E sono andato in posta a pagare il bollettino.

«E come continueresti da qui in poi? Mi chiedevo, Carlo, se avevi pensato a come andare avanti.»

Delia non molla. È sempre lì. E io sempre di qua. Non so se ho fatto bene a venire, lo sapevo. Cosa rispondo? Boh.

«Eh, no, ho abbozzato la figura, ma c’è solo questo, e… è rimasto così. Aggiungere altro… non so. Felicia… il personaggio, ha una sua linea di pensiero, credo dif…»

«Si chiama Felicia? Bello.»

«Eh, difficile da seguire, ecco. Insomma, ho pensato che ce ne sono, di donne così precarie, dopo gli studi, in una situazione del genere. Non so come potrei andare avanti, come rappresentare…»

«Mica dobbiamo arrivare alle generalizzazioni, lo sappiamo quanto sono da evitare, come la peste. Per riprendere da dove abbiamo lasciato… stiamo parlando di fiction, di narrativa. Tutto è permesso, se costruito bene e verosimilmente. Intuisco cosa volevi dire, Carlo, e mi sembra che hai abbozzato bene il personaggio di Felicia. Hai in mano del materiale su cui lavorare, anche se non ti sembra.»

«Mh, può darsi, non so. Mi sembrava funzionasse come linea di pensiero, tutto qui.»

Delia ci ripensa. E poi riparte.

«Ok, estraniamoci per un momento dal tuo racconto, questa cosa vale per tutti. Prendiamo quello che tu hai definito una linea di pensiero. Che altro non è che il carattere del personaggio, la sua espressione. Attraverso i pensieri, prima, le azioni e i dialoghi, poi. Il problema che riscontriamo nella scrittura, è quella della linea di pensiero, appunto. Nella vita non abbiamo una linea di pensiero. Ci sono fatti, idee, pezzi di conversazioni, scontrini della spesa, uomini, donne. Quando scriviamo, prendiamo pezzi qua e là e li mettiamo assieme. Ma siamo noi che scegliamo i pezzi. Non ci sono storie o linee di pensiero bell’e pronte nella vita. Non esistono. Le mettiamo insieme noi, guardandole dall’esterno, se ci riusciamo. Sugli altri ce la facciamo benissimo, su di noi un po’ meno. Per i personaggi di un racconto, o i dialoghi di una conversazione, è la stessa cosa. Quando scriviamo e diamo voce ai caratteri di una storia, questi elementi devono suonare veri, ma sono costruiti, adattati. Come… ridotti in scala, e rimontati, ecco, se mi capite. Si prendono degli elementi disparati, e un poco alla volta se ne fa un ritratto, una forma coerente. Per addizione, appunto. Ma lo vediamo solo dall’esterno, e dopo, di solito. Che ne dici, Carlo?»

«Eh… di cosa?»

«Cosa ne pensi di Felicia… quello che pensa è coerente con quello che fa?

3.

L’ultima frase non la sento. Penso a lei, a F. e alle sue maglie di lana. Che ha strizzato e steso, ma poi è venuto a piovere, e ha dovuto rilavare tutto, perché puzzava di bagnato. L’ha scombussolata talmente questa cosa, che le ho visto le lacrime agli occhi.
Sì, Delia ha ragione, una linea di pensiero già bell’e pronta non esiste, si nota solo col tempo, con l’attenzione. Penso a tutte quelle volte che F. non riesce a parlare neanche a me, che ci vivo assieme, e se ne sta chiusa in un silenzio assordante. Penso a C., che non riesce a schizzare un carattere femminile non-stereotipato, perché forse non sa accorgersi di chi ha intorno. E allora, per stavolta, l’ha preso dove c’era. Sul diario con l’elastico di F.
Stasera, a casa, le dirà che non è andato malaccio, il laboratorio, ma deve lavorare ancora molto.

Cuore sportivo

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 28, 2007

Glielo presenta come Mirko, con la kappa. Ha un’Alfasud beige. Un tipo magro, sorridente, attivo, di quelli che piacciono molto alle donne e poco agli uomini. Men che meno agli uomini di quelle donne. È arrivato alla casetta di montagna nel primo pomeriggio. Matteo s’è ammoscato subito di tutto. Sua sorella Laura è carina, capelli scuri, gambotte robuste, punto di vita stretto. Sta un po’ gobba per via della scoliosi, ha portato per anni il busto correttivo.

Quella volta niente busto. È  estate e nella casetta di famiglia ci sono loro due e basta per qualche giorno. I patti sono questi: è sua sorella, punto. È suo fratello, a capo. Mica l’hanno scelto loro. Mirko parcheggia il bolide sul prato davanti, è tutto un gran sorrisi e battute. Sembra anche simpatico, e probabilmente lo è davvero. Alla sera, dopocena, fa vincere Matteo a carte. Va pure a comprare il gelato, il paraculo.

Lo spediscono nel lettone dei genitori. Loro chiacchierano in cucina, poi aprono la porta e si assicurano. Eccome se dorme. La camera grande è separata dalla cameretta, dove di solito dormono loro due, da una tenda sbiadita a fiorellini. Mirko e Laura si levano i vestiti, si infilano nel letto a castello dai tubi arancio e scopano. Almeno gli sembra. Si immagina di sì. È contento di aver intuito con largo anticipo la faccenda. Si addormenta per davvero.

Un paio di volte escono da dietro la tenda, aprono la porta che dà sulla cucina, sgusciano fuori veloci per sciacquarsi. “Ti immagini se adesso tuo fratello si svegliasse?”

Tu, pilota di Alfasud. Alfisti si nasce, e si resta.

Colla

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 10, 2007

Susan ha iniziato il suo nuovo libro, ambientato al tempo della seconda guerra mondiale. Di più, non so. Al telefono mi ha detto anche, quasi confessandolo, che sta scrivendo un piccolo racconto sulla neve.

Metto giù il telefono. Sono le sette di sera, decido di restare a casa. Ho due appuntamenti più tardi ma li disdico, con un sms. La neve è attaccata all’asfalto, ai bordi in basalto dei marciapiedi, ai tombini di ghisa. È attaccata ai muri, in verticale. Ieri pomeriggio sono rientrato a casa sotto la nevicata più asciutta che abbia mai visto. Camminavo spazzolando neve a ogni passo, dalla metropolitana a qui. Si incollava alla suola delle scarpe, che dovevo sbattere ogni cinquanta metri. Ha smesso durante la notte, e anche dopo un intero giorno senza nevicare, è compatta come appena caduta. È tenace, non si vuole far dimenticare. Una gran neve.

Berlino in bianco sembra quasi bella. Non lo è, in realtà. Interessante, vuota, squadrata, underground. Bella no. Ha forse una sua bellezza data dagli aggettivi messi insieme.

Incollandoli uno sull’altro, come fa la neve.

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