Fahre\’n\’Heit

Dieci secondi

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 26, 2007

Non si vede mai il sole di pomeriggio. Ecco perché si mangia presto. In febbraio e marzo, alle due c’è già ombra da tutte le parti. Neanche in Groenlandia. Sandro mi passa davanti casa in uno di quei pomeriggi cupi, passo lungo, sguardo diritto avanti. Sono in cortile ma non mi vede, non mi guarda. So perché è qui. Sento che in questo momento le nostre vite non possono essere più distanti. Torna dal militare con la corriera delle tre, con in tasca un congedo speciale. È morto suo padre.
Il cappello da alpino ha qualcosa che tintinna vicino alla piuma, penso che magari sono regali e aggeggi dagli altri marmittoni della caserma. Gli ci vogliono dieci secondi per attraversare il mio campo visivo. Mi passa davanti agli occhi, e mi sento come se fossi seduto in una sala buia. È uno schermo aperto sul dolore, su quanto fottuto ti senti quando la vita ti tocca da vicino. Sandro passa a 24 fotogrammi al secondo.

Mi viene in mente il giorno dell’influenza. Laura, precoce dominatrix, ci rincorre durante una ricreazione passata in classe per convalescenza. Noi tre soli, tra i banchi vuoti. Ci insegue con la bacchetta di legno, quella per indicare alla lavagna. Rifila una steccata sulla mano di Sandro, e gli chiede scusa. Lui sta lì rigido, un pezzo di porfido a malapena smussato. È un contadino già fatto a otto anni. Io in terza elementare scrissi che volevo studiare e sposarmi. Non so quale dei due possa spaventare di più.

Dieci anni dopo quel pomeriggio invernale, e una ventina dopo quella ricreazione in classe, Sandro mi ferma in mezzo alla strada. Mi fa un cenno dal finestrino della macchina, mi chiama, mi vuole salutare.
Non fa più il contadino. Ha smesso, litigato con la madre e il fratello, se n’è andato. Non sono mai stato un parlone – mi dice – eppure faccio il rappresentante porta a porta. Padelle, coperchi, pentole, roba per cucina. Giro un po’ la regione, a volte anche fuori, vado di casa in casa.

Mi sembra contento. Mia madre, quando glielo dico, scuote la testa e sentenzia che è diventato proprio un ribaldo.

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Trauma

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 25, 2007

Quella settimana d’ospedale, ricoverato con una diagnosi di trauma cranico, esalta il senso di vittimismo di Antonio. Ora non è solo lui che sa, è un’intera classe. Compagni, maestra, genitori degli altri, un’intera comunità. Un colpo di fortuna sfacciato, esser lì. Col pigiama azzurro in sintetico.

Lo hanno spinto contro una porta e gli hanno rotto il setto nasale.

Rilegge la lettera che la maestra ha obbligato tutti a scrivere. Un pensierino ciascuno. Già se li vede. Da buon secchione si guarda riga per riga quelle frasi fatte. Lara, l’immaginario erotico per i successivi vent’anni. Sandro, sgrammaticato e mezzo in dialetto. Timido e selvaggio, alto e forte, di cognome fa Druzz, il che lo definisce più di ogni altra cosa. Con lui e un paio d’altri, quando Antonio ha la casa libera perché i suoi sono al mare, organizzano delle interminabili partite a Monopoli, e delle disgustose paste col tonno e pomodoro che sanno di ossido di zinco, e che finiscono vomitate dalla finestra, dopo tutto l’alcool e le sigarette che si fanno. Il pensierino di Mattia è praticamente nullo, due parole: torna presto. Come il suo sorriso senza denti, e quelli che ha sono neri. Fuma come un turco, guida un Benelli, e se la cava abbastanza con motori, trattori e bestemmie. Le cose di base, insomma. Mario è basso e atletico, gioca superbene a pallamano e a qualsiasi altra cosa. Un anno ha vinto il titolo di campione provinciale dei 400 ostacoli. Ha corso da solo, non c’erano altri iscritti. Ma l’avrebbe vinta comunque. Bernardo invece è dinoccolato e inguardabile. Tre anni per diventare un contadino provetto a una scuola agraria. Non che l’esperienza manchi a qualcuno di loro, guidano il trattore da quando hanno sei anni. E gli incidenti sul lavoro fanno più morti del cancro.

È una lettera piena di spunti interessanti. Guarisci presto. Torna tra noi. Vaffanculo a te e al tuo naso, stronzo. Ti rispalmerei volentieri su quella porta. Antonio se la guarda e riguarda, riga per riga. La vittima perfetta.

Pranzo

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

Tutti si chiedono dove cazzo sia finito. Suo padre imbestialito. Le sue sorelle pure, ma cercano di evitargli qualche sberla. Da mani di operaio, che non sono tanto leggere. Mauro non si chiede mai se ha paura di perdersi.

Nessuno ha mangiato, ovviamente.

Sparisce prima di un pranzo domenicale in montagna. Decide di andare a vedere dove finisce il sentiero che ha visto qualche giorno prima. Forse intuisce il percorso, e parte. Sono le undici di mattina. Torna giù alle due e mezza di pomeriggio.

Mangia, con gli altri.

Disturbato

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

Una foresta di alberi alti, verdi e umidi, con il muschio sulla corteccia. Uccelli che volano attorno ai fusti. Liane attorcigliate, insetti che le percorrono in lungo. In basso, felci e vegetazione folta. Questa natura si muove. Sta cambiando. Le corteccie si crepano, si seccano. Diventano nere. Qualcosa le mangia piano, le fa cristallo ligneo. Il sottobosco inaridisce. Gli alti fusti assomigliano a delle bacchette nere e lunghe, senza fogliame, senza vita. Cominciano ad aprirsi dall’alto. Si dischiudono come fiori secchi.

Un filamento luminoso, di biglie trasparenti e fiocchi cristallini scende dal cielo. Sono tanti, uno per ogni albero. Entrano dalle sommità rinsecchite dei tronchi, scendono giù fino alla radice, ricostituiscono il midollo. Lo nutrono. Sono come bave luccicanti che scendono dall’alto. Le corteccie vecchie si aprono sempre di più e accolgono quel nutrimento. Riesco a intravedere delle corteccie nuove, che all’interno si stanno formando piano. Quelle esterne, ormai nere e rigide si piegano in due, poi in tre, poi cadono al suolo, mentre un fusto ormai verde e gonfio prende il loro posto. Gli alberi rinascono. Vivono di nuovo.

Sento dei rumori fondi, bassi. Mi giro dal lato della finestra. Sembra che tirino dei mobili sul pavimento. Forse qualcuno che si fa la doccia. Dormo. Forse qualcuno che cammina nell’appartamento. Di nuovo uno strascico pesante. Mi rigiro. Fuori sembra notte. Ho l’orologio, le cinque e un quarto. Perché spostano mobili alle cinque e un quarto di mattina? Hanno perso un anello, un orecchino, un’agenda? Dormo. Niente, i mobili viaggiano su e giù nell’appartamento di sotto.

Assisto a un disastro ambientale. Ruspe e caterpillar spostano terra e movimentano altra roba, che non capisco cosa sia. È uovo. Sono gialli d’uovo sodo. Anzi, sono rossi. Penso che qualcuno potrebbe anche mangiarli, se i caterpillar non fossero così sudici. Montagne di rosso d’uovo sodo. Della consistenza della terra compatta quando ha un giusto grado di umidità. Né friabile né umida. Perfetta.

Una volta ho visto sul palco uno scrittore di gialli che nella vita fa il poliziotto. Diceva che l’incubo delle pattuglie notturne sono le chiamate per disturbo. Di solito, gente che si lamenta perché i vicini spostano mobili di notte.

Periodo di ferie

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

Do un’occhiata al banco frigo, e mi confermo che non ne so un accidente.

Sostituisco il macellaio al banco delle carni. Non so una mazza di carni e frattaglie. Lo spiego al mio capo, ma mi dice che non c’è nessun altro che possa farlo, e io sono l’unico rimasto. Periodo di ferie. Che culo. Mi metto dietro al banco sperando che nessuno si faccia vivo. Il mio capo vestito di nero si mette davanti, come un cliente che aspetta il turno. E mi guarda, il bastardo.

Arriva un uomo giovane e mi chiede del maiale. Si piazza davanti, e aspetta che lo servi. Sorrido e mi sporgo per vedere cosa c’è nel banco, non ho idea di quale sia il maiale. Pezzi di carne rossastri in vassoi di acciaio, sembrano tutti uguali. Gli faccio cenno di dare un’occhiata a quello che c’è…

Quale preferisce?
Mi indica un vassoio con dentro del macinato. Botta di culo. Non devo neanche tagliare o disossare.

Quanto ne vuole?
Un paio d’etti. Ne metto un po’ in un vassoietto di plastica. Nero, come il direttore. Passo alla bilancia. Ci sono andato vicino, 240 grammi.

Glielo lascio?
Che paraculo. Mi viene anche bene. Cerco qualcosa per impacchettare ma non vedo carta. Cerco in fretta, il cliente mi guarda, il direttore pure. Riesco a sentire il suo sguardo. Metto sopra alla carne un quadrato di carta per alimenti, di quelli da hamburger. L’uomo ora è distratto. Metto altri due quadrati sul piano di lavoro, e ci rovescio sopra il vassoietto con il macinato. Metto un quarto quadrato sul fondo e li appiccico assieme. Lo rimetto diritto. A colpo d’occhio sembra ok.

Merda. Ho dimenticato di stampare lo scontrino. Devo ripesarla. Lo rimetto sulla bilancia, 246 grammi. Il cliente guarda l’incarto e rimane un po’ incerto. Il film si sta staccando, il tutto è un po’ osceno. Ma che cazzo, non ho altra carta, e poi non dovevo nemmeno essere qui. E non ci capisco una mazza di carni e macellai. Me lo dico da solo. Infilo il contenitore in un sacchetto di plastica, attacco all’esterno lo scontrino.

Il tipo è scocciato dalla mia maldestria, prende il sacchetto, mi guarda male, se ne va senza salutarmi. Guardo il direttore, che ricambia. Ha pure il grugno di rimprovero, e io sto facendo del mio meglio. Ho servito il cliente, sono stato gentile, e l’ho mandato a casa con la carne di maiale. Anche un po’ di più. Ma che cazzo vuole?

Mi sveglio. Forse ho davvero bisogno davvero di ferie.

Maria am Ostbahnhof

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

Mattheus esce dalla densità del fumo che è quasi mattina. Fa il ponte e prende la via deserta che costeggia lo Spree. Kopenickerstrasse è grigio azzurra, e non ha voglia di aspettare l’autobus o il taxi. Sono venti minuti a piedi, in fondo.

Dentro il club vendevano banane e mele a 1 euro l’una di fronte alla porta dei cessi. Giravano vassoi carichi di panini. Due ragazze facevano foto e vendevano le stampe al momento. Sulla maglietta fumosa e sudata di un tizio c’era scritto

MY SUBCULTURE

CAN KICK YOUR
SUBCULTURE ‘ S
ASS ANYTIME
24/7

 

Geniale. Chi stava fermo e scuoteva il capo, chi si muoveva con le mani in tasca, chi saltava e bisognava starci un po’ alla larga.

Ora è fuori, e cammina volentieri. Passa di fianco a un vecchio edificio industriale, incassato tra parcheggi di autotreni e centri fai-da-te. Vede qualcosa di insolito. Escono due a due. Hanno circa cinquant’anni, uomini e donne, eleganti come se fossero andati a teatro. Non c’è nessun cazzo di teatro lì, e neanche un ristorante che lui sappia. Mentre passa li sfiora attento e sente che parlano russo.

Si fa prendere da fantasie narrative alla Grisham. Sono le tre e mezzo di mattina. Lunedì mattina. Si racconta che hanno appena finito un incontro. Hanno deciso riguardo al console. Finirà male, lo sente.

Solo per oggi

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

Solo per oggi, gli ha chiesto. Guida un furgone a noleggio di una compagnia che si chiama, tradotto, “affitta un cadavere”. Scatoloni, mobili a pezzi, scatole di scarpe e borse, specchi e computer, piante e letto (di quelli tutt’uno col materasso, e pesa come il piombo). Portato giù, caricato alla bell’emmeglio, scaricato, portato su. Moltiplicato tre volte. E poi il cadavere da riportare, e il tragitto di ritorno verso casa. Senza lei, che non abita più qui.

Lars mentre guida prova a contare i suoi traslochi. Arriva a ventiquattro. Il primo vent’anni fa. Più di uno all’anno. L’ultimo due mesi fa. Senza contare quelli degli amici, almeno altrettanti.

Quando ti muovi non ti porti tutto, pensa. Gli oggetti sono più semplici da lasciare indietro. Smetti di usarli perché non li hai, e non ci pensi più. Moto, televisori, quadri, stereo, disegni, stoviglie, servizi di piatti, panche per addominali, album di francobolli, pentole, piante, scarpe, taglieri, lavatrici, forni a microonde, mobili per cucina, letti, caffettiere, libri, film in cassetta, frigoriferi, lettori dvd, soprammobili, collezioni di elefanti, rasoi elettrici, vestiti, faretti, scrivanie, cassette degli attrezzi, plafoniere, pesi, orologi, racchette da tennis, occhiali da sole e da vista, sci, lettere, palloni da basket, album di fotografie, cd e dischi, biciclette, caschi, stufette elettriche, documenti fiscali, automobili, librerie, catenine d’oro. A tutte queste cose corrispondevano familiari, sconosciuti, compagni di vita, colleghi. Ventiquattro traslochi.

Forse un trasloco non è solo un mezzo per fare pulizia di quello che si accumula, ma la ragione stessa dell’accumulo. Si mette via roba perché prima o poi si farà pulizia. Funzionera così, si chiede, mentre consegna il furgone. Si vivono situazioni un po’ estreme tanto si risolveranno in una maniera o l’altra. A volte i traslochi non li decidiamo, sono quelli a decidere noi.

E così oggi, e solo per oggi, ha finito da un’ora. Con i cadaveri ambulanti, e fattorini improvvisati. Con i preavvisi dei contratti, le bollette arretrate da pagare, i conti telefonici scordati, il cibo nel frigo che non è di nessuno, e ammuffisce. E con lei, e le sue nuove scale, i suoi nuovi ascensori, le sue porte strette per mobili larghi. I suoi nuovi interrutori della luce che alla prima sera non funzionano mai. E non trova neanche le candele.

La gentilezza degli estranei

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

[Pubblicato online su A.L.I. Associazione Libera Italiana, 2007]

1. Alex

Rune non mi vuole più. Lo capisco da come non risponde alle domande, da come saluta, da come sparisce la mattina. Non volevo venir qua per sapere questo, era meglio stare dov’ero. Fuori la città brulica, contrariamente al mio dentro. Venditori di fazzoletti accanto a bilance pesapersone. Commercianti di canne da pesca lungo un ponte. Ieri sono passato davanti a un negozietto di catene per navi e ganci per gru. Entri e compri una catena da attracco per petroliera. Hanno anche due vetrine, con i rotoli di ferraglia esposti. Questa posto mi dà l’idea del corpo di un’adolescente, una ragazzina di tredici anni, con seno, fianchi e vita da donna, ma gambe troppo lunghe, movimenti dinoccolati, e un viso che non si sa come classificare. Potrebbe essere una bambina o una top model. Istanbul.

Arrivo al piccolo caffè, è vicino a un palazzo antico. Sulla facciata c’è il nome di Garibaldi. Dentro, due targhe di marmo con una dedica della Società Italiana Lavoratori, in occasione del cinquantenario. Chi ci abitava in quella casa nel 1913? Che comunità italiana c’era a Istanbul? Dev’essere ancora di proprietà dell’ambasciata, c’è una bandiera fuori, anche se un po’ nascosta. Giro intorno al palazzo e salgo la stradina laterale. Siedo a un tavolino basso con sedie da bambini.
Due tavoli più in là, viso non troppo fresco, occhi azzurri, jeans e canottiera, una donna si dà un gran daffare per comunicare con una generazione distante. In inglese. Ha una gran borsa con dentro giornali e riviste. Mi chiedo cosa faccia. Lavora in qualche servizio culturale della biennale? Giornalista? Fotografa? Sembra annuire a un uomo seduto al tavolo a fianco. Uno elegante, sobrio. Pantaloni grigi e camicia bianca. Scarpe lucide. Che si sta lamentando perché é mezz’ora che aspetta, pare che lo facciano apposta. È incazzato come non mai.

Li osservo con la coda dell’occhio. A guardarla bene, penso proprio che sia qui per la mostra. Ho anch’io il catalogo della biennale sul tavolino. Non ho ancora visto nulla e sono qui da tre giorni. Non ho palle per fare nient’altro che compartirmi. In fondo la biennale era solo una scusa per rivedere Rune. L’uomo inveisce e se ne va. Il cameriere si guarda bene dal fermarlo. Lei guarda entrambi, poi si gira verso di me. Ricambio il suo sguardo. È una bella donna, sui quaranta, un po’ sovrappeso.

Lo schienale della seggiolina fa male, o forse è solo la mia schiena a essere più insofferente. Fisso la striscia gialla sul muro segnata dal bordo delle sedie, caffé dopo caffé. Una ferita aperta che non sanguina.
Il caffé turco varia molto. Qui lo fanno denso ma non troppo, saporito. Lo portano già zuccherato, basta chiedere senza zucchero, medio zucchero o molto zucchero. Non si gira, sennò la miscela risale a galla. Quello di ieri, in un altro posto con sedie e tavoli ad altezza normale, era troppo denso e la miscela del caffé non riusciva a depositarsi sul fondo. Ho bevuto caffé macinato.

Eva è arrivata a Istanbul da sola, tanto sapeva che avrebbe visto un sacco di gente conosciuta, anche loro qui per lo stesso motivo. E infatti ieri sera, mi dice, si è imbattuta in almeno dieci persone che bazzicano la scena artistica. Che culo, mi verrebbe voglia di dirle. Ma sto zitto. Mi racconta cosa le è successo.
Girando per viottoli, si rompe un tacco. In strada, ovunque, ci sono lavori per adeguare le infrastrutture a quella che dovrebbe essere la più grande metropoli europea dopo Mosca. La pedonabilità ne risente un pochino, per usare un eufemismo. Entra in un negozio che vende pelle, chiede se lì vicino c’è un calzolaio. Dietro il banco, un signore distinto coi capelli bianchi. La fa accomodare, valuta il problema, parla al telefono. Arriva un vecchietto che prende la scarpa, sparisce, e dopo dieci minuti torna col tacco nuovo. Le scarpe sono bianche, non proprio roba che si trova facilmente. Le chiedono anche l’altra scarpa. Eva tergiversa un po’, confusa, ma alla fine si arrende benevola ai due. Altri dieci minuti, altro tacco nuovo e perfetto. Le offrono anche il tè. Alla fine si alza, ringrazia e fa per pagare, ma i due non accettano denaro. Niente di niente. Un grazie e basta.
Una di quelle giornate che non ti aspetti. Ma mi ci metto anch’io. Eva è qui da sola. Fa la curatrice di un museo a Basilea e non si perde una biennale. Il suo uomo fa il grafico e a lui l’ambiente dell’arte fa proprio schifo. Quando la incontro mi dà l’impressione di essersi cucita addosso un vestito da curatrice-giramondo. Sembra che in fondo desideri un’altra vita, e a questo punto non possa tirarsi indietro. Ma forse é solo una mia proiezione.
Esce dal negozietto confusa, felice. Entra in un bar e si mette a chiacchierare con uno straniero, che da venti minuti sta aspettando un tè. ll tizio accanto, munito di catalogo della biennale – e che poi sarei io – la sbircia con vago interesse. Si presentano, chiacchierano, decidono di mangiare qualcosa assieme.

Eccomi qua. Con una donna del quale so appena qualcosa e ciò mi basta. Rune dev’essere già tornato alla guest house a quest’ora. Chissà cosa penserà non trovandomi. Un po’ per i soldi, un po’ perché non sono pratico della città, in questi due giorni è finita che ero la sua ombra. Certo oggi non mi può dire che sono a traino. Anzi, le propongo di andare a vedere la Torre del Galata. C’é un edificio a fianco, il portone è sempre aperto, basta spingerlo e si sale su fino all’altezza della torre, e non c’è mai nessuno. Mi c’ha portato ieri Rune. Credo di poterlo ritrovare.

Camminiamo fino al Galata. Nel mezzo del quartiere c’è la torre, circolare, in pietra. Piena di gente. Andiamo avanti. Eva mi sembra contenta. Quando mi parla mi guarda negli occhi, e mi sento un po’ in imbarazzo. Ho avuto altre storie con donne, ma mi sento sempre impacciato. Come se dovessi dimostrare qualcosa che non ho, o che non sono. Entriamo nel portone. Ci sono degli uffici pubblici per gli infortuni sul lavoro o qualcosa del genere. Comunque sia è sempre aperto. Andiamo su.

2. Eva

Bella questa cosa. Mi ha portata fin qua, all’altezza della Torre, solo un po’ più a destra. Sul Bosforo c’è una quantità di navi, barche, petroliere, cargo, pescherecci. È la prima cosa che ho notato ieri venendo dall’aeroporto. La strada segue la costa europea da nord verso sud, l’ho seguita col dito sulla cartina. Sulla terrazza del tetto chiacchieriamo, fumiamo, ridiamo. Un’interminabile fila di navi, dentro fuori e attraverso Istanbul. Barche e pescherecci hanno sempre il via libera, mi dice. Le navi stazionano alla larga prima di avere l’ok per imboccare il Bosforo. Forse non è vero, ma sembrano rapide nonostante la stazza. Dei gran lumaconi che pensi ci metteranno una vita per rullare e procedere, ma non è così.

Non so come prenderlo. Forse ho detto qualcosa di strano e non me ne sono accorta. S’è rattristito d’un colpo. Ormai è andata. Godiamoci il momento. Chissà Lukas cosa direbbe a vedermi qui. Lui che non sopporta le biennali, men che meno gli artisti. Tutti froci, pare. Non lo dice ma lo pensa.

– Devo andare, domattina lavoro e mi alzo presto.
Uno scatto in piedi, a metà sigaretta. Avevo capito che era qui con un suo amico. Un po’ a malincuore scendo anch’io, lo saluto, gli do un bacio sulla guancia. Buona fortuna e arrivederci. Vedo un taxi e mi sbraccio, d’un tratto l’aria è pesante. Mi giro e lo guardo. Ci penso, ma poi non gli lascio il biglietto da visita. Va bene così, e buonanotte. Chiedo per il London Hotel.
Mi monta una specie di rabbia. Voglio fumare. Ho anche lasciato la borsa aperta, che cretina. Il pacchetto mi viene in mano da sé. Mi fermo. C’è come troppo vuoto. Un pensiero balordo. Mi si scaldano le tempie. Prendo la borsa sulle ginocchia, cerco. In quel momento, so. Non ho più il portafogli. No, aspetta. Tiro fuori giornali e guida, specchietto e agenda, tiro fuori tutto quello che c’è dentro. Faccio segno al taxista che non capisce. Continua ad andare. Fermati, cazzone, fermati. Dove cristo vai, non capisci? Mi ha fregato il portafogli, il portafogli. I soldi. Le carte. Aspetta. Mi guarda prima nello specchietto, si gira, continua a guidare.

– No money. They stole my purse. No money, you get it?
Non volevo fare una scenata. Ma che cazzo. Fermati. È fermo. Mi guarda. Mi sento addosso lacrime. Devo sembrar stupida e sono invece imputtanita come non mai. Con me stessa, per lo più. Alla fine lo guardo. Aspetta, lui. Aspetta di sapere cosa voglio fare. Cosa voglio fare?
Rimetto tutto dentro e chiudo la lampo. Ora la riapro, e tutto sarà come prima.

– Where the money?
E che ne so? Gli dico forse sul tetto del palazzo, forse è scivolato quando ho preso il pacchetto. So bene che non è così. Lukas m’ha scassato le palle per anni perché chiudessi la borsa quando vado in giro. Lui tutto precisino. E ora la chiudo, senza rendermene conto. Anche quando prendo l’accendino, apro e chiudo tutte le volte.

– Ok, mi fa lui, come dire, sali che torniamo indietro.
– Ok, dico io.
Le lacrime sono passate, ma rimane il nervoso. Se davvero è stato lui, quel figlio di puttana. No, Eva, fermati. Magari l’hai solo perso. Magari è sul tetto.
Già, il tetto. Il panorama.
Il taxi torna alla Torre del Galata. Io la richiudo sempre, la borsa. Si ferma davanti all’ingresso. Il portone dove siamo entrati prima è un po’ più a destra. Devo cercare quel portone, ma forse è sull’altra via, non mi sembra qui. Scendo.

– I… I don’t have money.
Non l’hai ancora capito? Via, và! Mi allontano dalla macchina, isterica. Attraverso la strada per vedere meglio gli ingressi. Era di legno coi vetri in alto. Faccio tutto un pezzo di strada in discesa, ma non riconosco il portone. Neanche il palazzo. Mi sembrano tutti uguali. Merda. Sento un clacson. È il taxista che non se n’è andato. Mi chiede cosa c’è, un’altra volta. Non è facile capire una in stato isterico tignoso. Mi dice a gesti di montare in macchina, mi può aiutare. Boh. Vado, tanto peggio di così. Giù verso il mare, ma non attraversa il ponte. Non riesco a pensare, ora. Mi affido a lui. Mi sento scarica.

– You go to friends, my friends. You help. They speak English.
Almeno quello. Parcheggia fuori da un portoncino. C’è una targa, Altyazi FilmLab. Si affaccia un tipo capellone in maglietta militare e jeans. Un altro è dentro. Dopo qualche parlottamento, finalmente si rivolgono a me in inglese. Spiego, poco convinta, e forse poco convincente. Sono le undici di sera in un appartamento di Istanbul con tre uomini che non ho mai visto prima. Mia madre mi darebbe della scema. Mio padre, lasciamo perdere. Non ha mai capito cosa faccio, o non ha mai voluto capire.

Siamo in uno studio di post-produzione. Due tavoli con doppi computer, mixer, monitor. Metri di cavi sparsi sul pavimento, e un tavolone in fondo alla parete con scartoffie, custodie di plastica, fogli, dvd. In fondo ha un suo ordine, nel casino. I due stanno lavorando, come dice la targa, al montaggio digitale di un film. E sospendono ogni cosa.
Il taxista rimane ancora per un po’, il tempo di preparare un tè, poi sparisce. Lui lavora, di notte. Cercano di tranquillizzarmi facendomi parlare e imprecare. Mi vedo, e vedo loro, come se fossi fuori da me stessa, in un angolo della stanza. Una spettatrice. Ci riescono. Bevo il tè. Si lanciano in rete e mi danno i numeri da chiamare per bloccare le carte. Mi danno telefono e bloc-notes. Chiamo, mi rispondono dopo un’eternità. Blocco tutte e tre le carte.

– Globetrotter, you know…
Mi prendo anche in giro da sola. Domani penserò a patente e tessera sanitaria. Ai quasi duecento euro è meglio che non ci pensi proprio. Passo circa mezz’ora lì dentro. Si offrono addirittura di portarmi alla polizia per la denuncia. Avevo deciso di rimandare a domattina, ma forse è meglio levarsi dagli impicci ora, freschi di reato. Altro giro. Due ore di snervamento. Era meglio se andavo a dormire. Loro però rimangono lì, anche se il poliziotto ammiccante parla inglese. Ma da dove sbucano questi due?

– What hotel are you staying?
Do forfait. Mi arrendo. Ho capito che mi accompagneranno fino a Basilea, se serve. Il London Hotel è famosetto. Soprattutto tra i creativi. Prima di scendere dalla macchina, mi offrono di darmi i duecento euro per andare avanti fino a sabato. Quelli che mi hanno rubato. D’acchito non capisco bene cosa vogliono dirmi, poi realizzo. Rimango interdetta, perché dovrebbero fare una cosa simile? E i creativi sono tutti precari che sappia io. O Istanbul è l’eccezione? Non penso proprio. Non ci credo. No grazie, non voglio. Lo so bene che non ho soldi qui con me, ma me li faccio spedire. Domani. Lo so che poi glieli ridarei, cosa c’entra? Non voglio, anche se non ho un centesimo in tasca. Posso chiederli a qualcuno degli artisti o curatori che conosco, anche loro qui a Istanbul. Che figura di merda. D’altra parte, capita a tutti. Può capitare. Quello stronzo. E io tanto fessa. Ok, sono senza un soldo.

– Are you sure you wanna do this?
Non mi conoscete neanche. Non sapete niente di me. Non sapete il mio cognome né dove abito. E ve li ridarò, una volta tornata a casa? Potrei sparire e buonanotte, come l’amico dei panorami mozzafiato.

– Well, that’s our responsability. We decided to give you the money. We, and we only, are responsible if you don’t send it back. Get it? That would be our mistake, right?
Right. Accetto, mi faccio dare nomi e indirizzi, prometto solennemente che li rispedirò appena tornata. Chiedo ancora, a me stessa, come facciano a fidarsi.

Mi riportano in albergo, stretta di mano. Buonanotte. Mi infilo nel letto con le gambe che fanno male, e penso a voce alta che è una buona storia per un posto come Istanbul. Mi dico che si sopravvive di più quando si prova a vivere. E dormo.

Hana Be

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 20, 2007

A me i fuochi d’artificio non sono mai piaciuti. Li ho sempre trovati patetici. Tutte quelle fiamme, stelle, spirali e rivoli che scintillano e scompaiono in un attimo. Svaniscono prima del botto che fanno.

Sono nel mezzo di un incrocio, a metà dei diciotto secondi che lampeggiano sul conto alla rovescia del semaforo. Il tempo che a Copenaghen ti viene concesso per attraversare la strada. O il tempo che ti puoi prendere, per attraversarla.

Mi accorgo, lì nel mezzo dell’incrocio, che è quasi mezzanotte e il cielo è blu e azzurro insieme. Blu scuro in alto, sopra la mia testa. Diminuisce di intensità verso i lati, e sopra il canale, oltre i tetti delle case, è azzurro chiaro. Come un cartoncino sfumato, con qualche nuvolone che interrompe la gradazione.

Di colpo uno sfiammeggiare nel cielo, giallo e rosso chiaro. Non me l’aspetto. Penso veloce a qualche ricorrenza, capodanno, patrono, festa nazionale, o qualcosa sul giornale. Non mi viene niente. Non mi rendo conto ma resto a guardare intonito. Mi sa che qualcuno ha semplicemente voglia di fare un po’ di festa e spara razzi in cielo. Mi prende di sorpresa.

Così scopro, dopo 37 anni, che i fuochi d’artificio mi piacciono.

This is the End

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 20, 2007

Si arrampicano per un prato in salita. L’erba è già di nuovo alta. Michele porta dei sandali senza calzini, suo padre lo ha cazziato quando se n’è accorto. Non è roba per andare a funghi, regola numero uno. Numero due, avere sempre un bastone. Per cercare sotto le foglie, e uccidere le vipere. Michele non ha manco quello. Nella fretta di andargli dietro, l’ha dimenticato.

Lo attira uno di quei funghi che trova sempre disegnati su Topolino, rosso a pois bianchi. È una russola, gli hanno sempre detto che non va bene. E quelli di Topolino allora usano un fungo velenoso? Forse le russole coi pallini bianchi non lo sono. Ci sono buone e cattive, verdi, rosse, marroni, bianche. Siccome l’enciclopedia dei funghi è sterminata e in famiglia nessuno si è mai preso la briga di saperne di più, tutti quelli sconosciuti vengono apostrofati “russola”. Non vanno bene, punto. Suo padre va per le spiccie.

Tagliano in diagonale per un prato scosceso, quasi scivoloso. Spazzolano sotto i noccioli e i pochi pini. Lì vicino c’è quel prato dove crescono le mazzatamburo. Le trovano sempre in un punto, sotto due betulle giganti che quasi toccano il cielo. Quegli ovuli biancastri sembrano spore venute da un altro pianeta che li invaderanno piano piano. Non lasceranno scampo.

Hanno in mano i sacchetti di plastica coi funghi dentro, e camminano verso casa. Michele sente una manata sul petto da farlo cascare all’indietro. Indispettito, si gira e vede suo padre che bastona l’erba con violenza. Dieci centimetri separavano il suo piede da una vipera grigiastra. Si vede morto qualche minuto dopo, portato a braccio su per la salita, senza sacchetti. In casa il siero antivipera è una costante dimenticanza. La scatoletta di metallo con la croce rossa c’è, nello sportello laterale del frigo, ma si può star certi che il siero è scaduto. Che fine gloriosa.

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