Fahre\’n\’Heit

La finestra sul cortile

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 7, 2007

Dalla mia camera non si vede il mare. Ci sono dei bagliori, che assomigliano a tante piccole onde che di notte si infrangono sulla spiaggia nera. Sono finestre colorate, gialle, a fiori. Dietro c’è gente che fa da mangiare, parla, si fa il caffé, guarda la televisione. Allora spengo la luce. Rimango a guardare, immobile, il retro delle case dei miei vicini.

Mi piace la mia stanza. Tre metri per quattro, con la moquette blu sporco. È un colore, il blu sporco, che non occorre pulire dalle macchie. Una parete occupata dal cucinotto, una dal letto, una dal tavolo, di fronte la finestra. (Buio fuori.)

Sulla quarta parete c’è un finto caminetto. Una stereo portatile con qualche cd sparpagliato. Se non fosse per quelli, farebbe molto San Francisco anni trenta e quaranta. Dashiell Hammett. John Fante.

Loro scrivevano sul serio. Io scrivo per non lasciar cadere nel vuoto quello che faccio. Per vedere quello che ho.

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Arrivo

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 7, 2007

Sul pullman Raul dormiva da più di un’ora.
Svegliandosi, si ritrova a passare in mezzo a edifici multipiano, camion, traffico. Capisce che deve esserci, non capisce come. Gli sembra una città grande, e aveva l’idea che tutto sommato Stoccolma non lo fosse. Pare proprio che si sia sbagliato.

Il pullman continua a viaggiare, e percorrono una specie di altopiano che sovrasta la città. Raul può vedere l’acqua, forse il mare, o un canale, o dei fiordi. Ancora non ha capito com’è messa geograficamente. Lo colpisce in lontananza una cupolona bianca immensa, come quella di uno stadio coperto. Poi grappoli di case e condomini affacciati sull’acqua, e due palloni areostatici, uno rosso l’altro bianco, appesi lassù a qualche filo.

E la luce, impossibile per Raul non notarla. Un cielo blu scuro, e delle nuvole accecanti. La luce che si sparge orizzontale in fasci bianchi e gialli. Romanzesca.

Guest House

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 7, 2007

All’alba, e per quattro volte durante il giorno, il muezzin intona la preghiera. Anthony, che è in stanza con me, si sveglia inesorabilmente alla prima. Anche Richard, Christopher e qualcun altro. Io non sento nulla, me lo raccontano. Si vede che dormo sodo. Mentre scrivo sto ascoltando la preghiera per la prima volta dal vivo. In effetti è molto forte e bella.

Carver diceva che è importante riservarsi il tempo per scrivere, anche solo mezz’ora al giorno, e anche se non si riesce a scrivere niente. È il tuo tempo. Una forma di disciplina che unisce spirito e materia, come la preghiera all’alba. Come fare gli esercizi la mattina. Ecco, questa è una cosa che mi fa stare bene, e sono contento di averla iniziata. Mi serve per partire col piede giusto. Riesco a farli anche qui nella stanzetta della guest house, e per fortuna anche Anthony si esercita regolarmente, così non mi sento in imbarazzo. Sembra la stanza di due fanatici: capelli rasati, flessioni e addominali tutte le mattine.

Torno a leggere. Fuori dalla finestra c’è una soap in televisione con tutte le espressioni di circostanza in turco. Qualche inserimento di musica mediterranea, greca, italiana, spagnola. Le parole scorrono come onde che sbattono sulla spiaggia. Non capisco nulla.

Creeping

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 7, 2007

Per raccogliere fatti e prove testimoniali, zia Nora ha sviluppato una tecnica sopraffina per apparire nell’appartamento dei miei senza farsi sentire. Scende le scale come un gatto a caccia. Impugna la chiave infilata nella serratura esterna senza fare rumore, tira, rilascia, spinge un poco, entra. Cammina rasenta ai muri del corridoio, a volte nel buio, e appare fantasmatica sulla porta della cucina, spingendola appena. A quel punto la conversazione in genere va avanti facendo finta di niente ma cambia leggermente tono, omettendo le parole più dirette, e magari rivolgendole un invito se vuole qualcosa per cena. L’imbarazzo è papabile. La vecchia pantera rinsecchita con l’istinto del predatore ha colpito ancora.

Tempi così. Mia nonna sposa tre fratelli, uno dopo l’altro, e muoiono tutti prima di lei. Le due sorelle di mio padre sposano due fratelli. Anche mio padre e suo fratello, di cui porto il nome, sposano altre due sorelle, mia madre e zia Nora. I due fratelli costruiscono insieme una casa ma la intestano a uno solo di loro. L’altro muore dopo averla finita, e zia Nora diventa un’ospite mal sopportata nella sua stessa casa.

Per sopravvivere, sviluppa negli anni un’amarezza scientifica. Si fa una ragione a proposito del mondo avverso, e lavora sulla sua tesi attraverso osservazioni empiriche. Nel frattempo raccoglie fatti e prove.

Seven/11

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on giugno 7, 2007

Mi precipito nel primo negozio aperto fuori dalla stazione, non mangio da otto ore. Appena entro alla radio attacca “Take my breath away” e io non ricordo mai chi la canta. È un Seven/11, uno di quei negozi aperti sempre, e dietro al banco un ragazzo dalla faccia simpatica che mi guarda interessato.
«Sei arrivato giusto in tempo!»
Si riferisce all’attacco della canzone, ma rimango un paio di secondi interdetto.

A me piacciono gli hot dog. Con la senape, e magari anche i crauti. Qui in Danimarca fanno il fransk hotdog, alla francese; molto semplice, il salsicciotto infilato in un panino tondo cavo dove prima ci mettono senape, o ketchup.
«La canzone!» – mi dice – «non ti piace?»
«Eh?… Sì, non so… Sì, è una bella canzone.»
«A me le canzoni dure non mi piacciono tanto. Sono violente. Ti confrontano come gli avessi fatto un torto, a chi le canta.»

Gesticola parlando. Come un italiano, penso. Mi spiega che lui, anche se è giovane, si sente più a suo agio quando le canzoni lo avvolgono, per così dire, e non gli si mettono di fronte. Quando si può lasciar andare e fantasticare un po’. E aggiunge:
«Lo so, vedi, forse ti sembra strano ma a me succede così.»
È un bel ragazzo, capelli e occhi scuri, forse di origine mediorientale. Parla con le mani, ma anche con gli occhi. Sorride mentre mi guarda e per un attimo mi passa per la testa che sia gay, tanto sono rare queste cose qui. Poi però mi lascio andare. Gli dico che in realtà ascolto di tutto, e che in effetti anche a me piacciono le canzoni che avvolgono. Mi fanno sentire bene, con un senso per la mia esistenza. Tutto con una canzone. Quando vengo a sapere che gli piacciono i Queen, esito.
«E molto i Beatles…»
Mi riprendo. Gli accenno a Johnny Cash, ma non lo conosce. Mi confessa che “Take my breath away” gli ricorda quando amava una ragazza, e che ora tutte le volte che la sente si emoziona.

Sono in piedi davanti alla cassa, con il fransk hotdog in una mano e una manciata di monete calde nell’altra.
Mi decido a pagare e mi accorgo che dietro ci sono tre persone, tutte che ascoltano incuriosite la nostra conversazione. Lui stasera è l’unico commesso del negozio. Credo che abbiano capito che non ci conosciamo, e forse per questo ne sono affascinate, come lo sono io. Tutti sorridono. L’atmosfera ha un qualcosa di effimero.

Esco contento smangiucchiando il mio hot dog. Penso che quasi ogni sera, di ritorno dalla stazione, passo di qui, ma non mi sono mai fermato. Quasi quasi gli copio un cd di Johnny Cash.

Primavera

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Il binario nove è all’estremità opposta del deposito bagagli, ed è l’unico pieno di gente. Su quel binario passano i treni da Firenze. Da pochi viaggiatori che erano, si sta formando un gruppo sempre più variopinto di credenti. Fedeli ai treni, scioperi nonostante. Il resto della stazione sono file di panche in cattedrali vuote.

Dal pertugio del sottopasso escono uno dopo l’altro, direttamente sul binario nove. Chi con l’aria incazzata chi col panino in mano. Un giorno proficuo per il baretto, mai vista tanta gente lasciata a piedi in quel posto. Letteralmente a piedi. Rifredi sembra un sobborgo brutto di Firenze. Ma Chiara non ci vive, quindi non può dire di sicuro. C’è passata tante volte però, e fermata alcune, quando si faceva i supermercati della zona. Lavorava come dimostratrice di prodotti gastronomici, dalla caciotta al caffé ai tortellini. Quello che ora chiamano promoter, pensa Chiara.

La strada e l’incrocio fuori della stazione sembrano uno di quei traguardi di montagna del giro d’Italia, dove i corridori sprintano e vincono ma non si fermano. Quei posti che si vedono solo in TV, un non-luogo, quasi. Ma oggi è diverso. Il binario nove pullula di gente appesa ai telefonini, come trapezisti in prova senza rete. Una vita appesa a un filo, che manco c’è. Le persone però non parlano. Forse ascoltano. Su tutto, dominano gli annunci dell’altoparlante, le voci degli speaker, lui in italiano e lei in inglese. Chiara misura la cadenza. Tra un annuncio e l’altro, quaranta secondi.

Annuncio soppressione treno. Ci scusiamo per il disagio.

Due frasi lapidarie che la gente assorbe quasi con masochismo. Ogni volta che le sente Chiara prova come un disagio, come se quelle parole fossero troppo grandi e vaste per poveri mortali. Le persone ferme a gruppetti sotto il cielo grigio carta. L’odore di pioggia che non arriva. Le voci dall’alto, limpide e impietose. Si sente come schiacciata da un fato insondabile. È come se non riuscisse a spiegarselo e abbandonasse così la lotta per manifesta inferiorità. Oggi, dalle banchine della stazione di Rifredi si sentono persino gli uccelli cantare. Primavera, nonostante tutto.

Sagittaria

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Venerdì mattina. Stefania apre un settimanale che le hanno lasciato due giorni fa sul divano.

 

Sagittario (22/11 – 21/12)
Non vi è mai mancata la parola franca, ma vi vengono anche esempi allusivi, penetranti, sottili, che comunque non tacciono nulla dei sentimenti veri che provate. Solo per pochi c’è il rischio di gaffe o errori politici, la maggior parte raccoglie i frutti di questo esser chiari. Vi è permesso allungare al massimo la coulisse del vostro trombone, fino in fondo, provando, già che ci siete, note nuove. Nessuna moral suasion vi condiziona. Avete l’umiltà di non darvi dieci e lode per ciò che avete fatto, e non fuggite in barca a Tahiti, come vuol fare il vostro presidente del Consiglio. C’è una Tahiti della mente, in cui nuotate, calda e con l’acqua trasparente. Voto otto (tranne il gruppetto alle prese con Urano).

Lei fa parte del gruppetto? Le piacciono, gli oroscopi, anche se non li capisce. Questo sembra dirle che deve darsi una direzione. In effetti. Londra la sta risucchiando, e deve invertire la tendenza. Cambiare rotta, in quell’acqua calda e trasparente. Ha letto che se ci si immerge sopra ai 45 gradi si muore. Quanto calda è l’acqua di Tahiti?

Un call center in centro. Merda comunque. Cercare di carpire, e capire, il nome dei funzionari di questa o quella banca, compagnia petrolifera, multinazionale. Stefania va a caccia di nomi. Poi non sa neanche perché le loro aziende sborsino soldi per mandarli alle conferenze. Si limita a costruire il data-base, nome dopo nome, ora dopo ora. A Londra è abbastanza facile trovare lavori come questo. Ovvio. Nessun inglese vuole farlo. Attaccata a una cuffietta per otto ore, le contano le pause del caffé e quante volte va a pisciare. La pagano alla fine della settimana.

L’altro giorno ha scritto su un pezzo di carta ‘ridurre le mie aspettative’. Sa la teoria, langue la pratica. Voto quattro (in questo periodo è alle prese con Urano).

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Macho

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Decidono di partire nel pomeriggio e dormire lassù. Uno del gruppo ha le chiavi di un rifugio in montagna, sulla catena del Brenta. Livio già immagina la notte di sesso. Lorenza non immagina, organizza, la gita è opera sua e di suo fratello. Lei è più grande di Livio di due anni, e hanno capito da un pezzo che vorrebbero farsi. Lo possono odorare ogni volta che si vedeno e si salutano. A Livio piace la sua maniera di toccare leggermente con le mani mentre parla.

Arrivano in quota, fanno dei giri, e durante uno di quelli, restando indietro rispetto al gruppo, si baciano, lingua in bocca, poi il collo, i lobi delle orecchie. Lorenza gli struscia la mano forte sulla patta, il cazzo di Livio non sta più dentro, quasi. La sera si infilano a letto insieme, anche se sono in camerata con gli altri. Lorenza aspetta che sia lui a partire. Spavalda, ma non fino a quel punto. Ho fatto anche troppo, pensa. Livio non sa da che parte iniziare, aspetta che lei glielo prenda in bocca, che gli faccia un pompino favoloso, sotto le coperte, come quelli dei film. Si dice tra sé, chissà com’è venirle in bocca. Ma non succede niente. Le tocca l’inguine, prima con un dito poi con due, sente il caldo e umido delle labbra, e tira indietro la mano, scottato. Non è mai andato più in là dei porno. Aspetta che sia lei a guidarlo, ma Lorenza non lo fa. Non succede altro. Allora Livio si butta, esperimenta, come ha visto fare e ha sentito raccontare, la chiama puttana. La formazione sui giornaletti porno a qualcosa è servita. Lorenza lo guarda dritto negli occhi, impietosita, e si gira dall’altra parte. Fine dell’avventura.

La mattina tutti danno per scontato che abbiano scopato, e Livio più di loro. All’inizia nega, poi Alfio presenta come prova inoppugnabile il fatto che ha infilato ben due preservativi, uno sopra l’altro. A quel punto li lascia credere, fratello di Lorenza compreso, che vada a fare in culo pure lui. La cosa è già stata decisa, e in fondo, a Livio va bene così. A Lorenza, questo non lo sa.

Ritorna dal viaggio sverginato. Poi passano altri due anni prima che riesca a scopare.

Zen

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Farina bianca, farina di segale, lievito. I semi di girasole, di sesamo, di lino, di zucca. Ogni tanto semi di finocchio e cumino. A volte Milena si fa prendere dalla voglia di sperimentare, e allora prende frutta e verdura, che taglia a pezzettini minuscoli. Carote, patate, albicocche, mele. Le impasta assieme al resto, cambiando miscela di volta in volta, senza mai segnarsi la ricetta. Pensa, così Milena quando me lo racconta al telefono, di non aver mai fatto un pane uguale all’altro.

Mi dice che è tornata a casa nel pomeriggio tardi e si è messa in Internet, più per scrupolo che per necessità. Ha fatto anche due telefonate.
Si è sentita leggera e confusa, e ha deciso di fare il pane.

Oggi ‘variante’ verdure. Ha tagliato le zucchine e le ha messe in forno a gratinare. Ha aggiunto funghi secchi e pomodori, tutto a pezzetti. Li ha lasciati rosolare, quasi troppo. Ha scoperto da qualche mese che le piacciono le cose appena bruciacchiate. Ha impastato bene affondando le mani con la parte terminale del palmo, quella specie d’onda che arriva al polso. Lieve e decisa. La cosa le ha fatto venire in mente delle carezze su un corpo nudo. Passaggi e insenature. Superfici e bordi.

Ha lasciato tutto a riposare, per la lievitazione. Nel frattempo l’ho chiamata, e ci siamo messi a parlare del fare il pane. Ora deve tornare a impastare, e ad aspettare la seconda alzata. C’è una scansione del tempo a cui non ci si può sottrarre, quando si fa il pane. Dà ritmo e senso. Prima di infornare, mi dice, sbatterà un uovo e cospargerà il pane di giallo intenso.

Poi seminerà in superficie dei grani di sale e dei semi di sesamo. Per un buon raccolto.

Exotic and Erotic

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Il carabiniere sparisce dietro una porta, poi torna e dice che ha chiamato un’interprete. Possiamo aspettare lì, se vogliamo. Il consolato italiano di Sofia è una villetta nobiliare a ridosso di una delle piazze principali. L’abbiamo scorto per caso nel pomeriggio, girando a zonzo, prima di tornare dal ristorante e scoprire che la macchina l’avevano fregata per davvero.

Ce l’han fottuta stavolta, sai?

Sì, lo so. Ne sono sicuro, anche se non lo dico. È già successo di non trovarla, a Budapest, ma lì mancava tutta la fila e abbiamo subito pensato ai vigili, o alla polizia. Mentre ora c’è proprio il buco. Posteggio vuoto, solo il nostro.

Arriva l’interprete, una donna di cinquant’anni e una sorella in Italia, a Verona. Per questo parla italiano. Ci raccatta e ci porta all’ufficio di polizia per fare la denuncia. Lì ci raccontano delle bande car-spotting al confine con l’Ungheria. Di automobili che vengono tenute d’occhio anche per giorni, fino a quando non capita l’occasione giusta. Di officine che le smontano in tre ore, e di autisti che le portano aldilà del confine in meno di una. Boh. Alla fine paghiamo l’interprete, ci scambiano i numeri di telefono che non si sa mai, usciamo e ci sediamo in un fast-food.

Sempre più esotico. Decidiamo di continuare.

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