Fahre\’n\’Heit

Contorsioni

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on agosto 31, 2007

[Pubblicato su Daemon Magazine online]

Quell’urlo, mio, dalla pancia, proprio da lì. Non era mai successo prima, che avessi bisogno di urlare, per strada, mentre camminavo, e mi rodevo, e piangevo, e mi dicevo ma guarda te che cazzo, è successo, non ci credo, è successo.

Aggancio la cornetta, con mio fratello piccolo che mi guarda dal tavolo di sala. Devo portarlo a mangiare fuori, sta aspettando me, ma io sono al telefono, appeso al telefono, attaccato al telefono, con quella voce dall’altra parte che mi dice, sì, ci siamo baciati, mi dispiace, era una cosa così, e poi abbiamo mangiato assieme, e poi, niente, ecco, insomma, ha passato la notte da me. C’ho dormito assieme. Sì, abbiamo scopato. Non sapevo cosa pensare, non ero sicura di te, di quello che ci eravamo detti, insomma, forse è stato anche per mettermi alla prova. Sì forse è così, perché dopo non ho più provato niente per lui, nessun dubbio per noi, forse è stata la cosa che mi ha fatto volere te, che mi ha fatto sicura, ma è successo, mi dispiace. Mi dispiace, ma meglio così, che sia venuto fuori, che tu l’abbia saputo per caso, da lui, anche se non voleva dirtelo magari, ma l’hai capito lo stesso. È meglio che tu me l’abbia chiesto, sai, molto meglio.

Sì, forse è molto meglio che io sappia, che lo sappia, ma non volevo sapere, ho lo stomaco che mi scoppia, ho voglia di massacrare qualcuno, quel tizio, William, o qualcuno di quelli, o non so chi, e non so come tenermi dentro questa cosa che fa male, rode, si rigira, deve uscire, ma Antonio è lì che mi aspetta, con il telefonino in mano, mi guarda, fa finta di niente, di giocare, io parlavo anche a voce bassa, quando le ho chiesto ma ci sei anche andata a letto, e lei mi ha risposto, sì, mi dispiace, c’ho scopato, è successo, e come faccio a fare finta di niente con Antonio, che cazzo, è anche venuto a trovarmi apposta, da casa, da solo, per andare a mangiare la pizza assieme, come faccio, ora, come.

Esco, usciamo, gli dico, mi spiace, ho avuto cattive notizie, forse stasera non sono in vena, sai, però c’andiamo lo stesso, ok? e lui tira su col naso, e mi dice va bene, che per lui è lo stesso, se non ne ho voglia, ma so, io so, che è meglio far qualcosa, lo so, è molto meglio, e allora gli dico, dai, vieni, andiamo, quella dell’altra volta va bene? e lui mi guarda adulto da sotto in su, e mi dice ok, andiamo, e usciamo, e proprio a quel punto, mentre cammino davanti a lui, mi scoppia l’urlo, mi esce, non lo trattengo, mi piego, spalanco la bocca, e urlo.

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Domani accadde

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on agosto 27, 2007

Ho avuto una collega, Maria, ed è il suo nome vero, non l’ho cambiato, che leggeva tutte le sere i giornali di due anni prima.

E tutti a fare la faccetta buffa, a prenderla un po’ in giro, e ammiccare a vicenda, e dirsi vabbè, che ci vuoi fare, in fondo è anche una brava ragazza, eccetera. Non so se io farei ancora la faccia buffa. Mi sembra, a rivalutarla un poco, la faccenda dei due anni di ritardo nella lettura dei quotidiani, un lusso, una lungimiranza che pochi si sono potuti permettere, e che i più continuano a negarsi. Sfogliare un giornale appena della settimana scorsa, fa sembrare tanto più ridicoli articoli, titoli, personaggi e tagli editoriali, quanto più erano importanti, o presentati tali, al tempo. Credo che Maria fosse, sia, ben più avanti di me nell’averlo capito ormai da un decennio.

Non ho più contatti con lei. Mi piacerebbe sapere se ancora legge i giornali del 2005. Davvero. Ho imparato da te, Maria, in questi anni, che la distanza, quella temporale più di quella spaziale, rende le cose più pulite, e forse oneste, in qualche maniera. Non soltanto più chiare, e questo si sa, ma più umane e alla nostra portata. A giorni mi viene da pensare che non ci sto più dietro, che corro e non so bene per che cosa, ecco, e allora forse la sera dovrei leggere un giornale del 2003, o del 1997, aprirlo, stenderlo ben bene, saltare le previsioni, e forse anche le pagine sportive (ma non si sa mai), e leggermi gli articoli che mi raccontano come cambia la mia vita, a che cosa vado incontro, e come faccio per tirarmi fuori dalle beghe. Salvo poi ricordarmi, mentre lo accartoccio per buttarlo nella carta, che tutte queste cose non me le ricordo mica, di averle fatte, o subite. Forse ci sono ancora dentro, allora, o forse non ci sono mai state. Vediamo domani, cosa dicevano i giornali.

Pensare, di viaggiare

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on agosto 26, 2007

Pensavo, stasera, mentre camminavo e chiacchieravo, di come e’ cambiato il mio approccio al viaggio. Se una volta avrei preso e me ne sarei andato all’istante, senza neanche sapere dove e come, senza meta, ma anche senza un’idea di viaggio che non il viaggiare in se’, ora non e’ piu’ cosi’.

E mentre camminavo, e chiacchieravo, sentivo sempre di piu’ l’esigenza di un approccio diverso, di un’idea del viaggio, di un progetto insomma, che andasse poi sviluppato col viaggio stesso. Ho bisogno di crearmi delle ragioni precise, ora, per viaggiare. Ho bisogno di capire perche’ viaggio. Non importa poi il come, quando o con chi, ma parto con un’idea da sviluppare successivamente, durante, o dopo il viaggio compiuto. E pensavo anche che forse, ecco, e’ questa la ragione che mi ha portato ad allontanarmi un poco dalla letteratura di viaggio. Perche’ molto spesso, i reporter-inviati viaggiano per poi tornare e scrivere, o pubblicare memorie e impressioni, e far sapere come e cosa c’e’, o non c’e’, in questo o quel posto, e a tutto questo io mi irrigidisco, e mi vien da pensare perche’ hanno investito tante risorse, e tempo, ed energia, e voglia di fare, e vita, insomma, per andare in un posto se poi il tutto si traduce nel raccontarcelo secondo loro.

Lo fanno per mestiere, certo. Mi va bene una cosa cosi’? No, e’ stata la risposta, forse insicera, mentre camminavo, e chiacchieravo, e piu’ ci pensavo piu’ mi era chiaro che sono cambiato, che leggo malvolentieri i resoconti di viaggio se non hanno un’idea dietro, se non c’e’ progetto, che poi puo’ anche fallire, anzi, forse e’ meglio se fallisce in fin dei conti, ma almeno si e’ instaurato un meccanismo che non e’ quello della curiosita’ o dell’ospitalita’ o dell’esotismo vicendevole, ma quello di costruzione, o distruzione anche, di una relazione piu’ sfaccettata. Perche’ se io vado in un posto a fare qualcosa, mi rapporto prima di tutto con/per quel qualcosa, e di conseguenza con/per il resto, e quello che assorbo dentro, e mi porto via, e’ un vissuto (quasi) profondo, o semplicemente piu’ sincero, e non un finto vissuto per vedere come vivono (bene o male) gli altri.

Ecco, a questo pensavo, stasera, mentre rientravo a casa. E tutto questo pensato dalla mia testa, e dal mio corpo, sempre pronti a saltare sul primo aereo o treno o autobus che parta, ho pensato, non e’ roba da poco.

Tre parole

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Non parla.

A scuola dicevano che quando era incazzato stava zitto. Forse è vero, allora. Mi dice che gli sembrano tutti tafani liberi aldiquà del vetro, vestiti da Vogue. Allora Claudio mette il muso mentre gira per le parti chic della città. È una reazione incontrollata, pensa, non posso farci niente, ma lo realizza sempre e solo dopo.

Tiene suo figlio in braccio mentre cammina. Ha tre settimane, e gli piace essere steso di schiena sull’avambraccio di suo padre, con una mano a reggergli la testa. Guardano tutti il bimbo, e a Claudio gli si cuce addosso una faccia da disadattato sociale.

Vorrei essere un agente di commercio, mi ha detto ieri sera quando l’ho visto a casa sua. Poter definire la mia posizione in tre parole. Agente. Di. Commercio. Poi magari aggiungere ‘Utet’ o ‘San Carlo’. Libri. Patatine. Qualsiasi cosa riconoscibile. Fa le prove quando vede maschi curati sui trenta entrare e uscire da bar e negozi, in quelle strade piene di gente. Si guarda nei loro vestiti. Pensa che non è poi male.

Fa il numero dell’agenzia dove ha portato il curriculum, e dice che è interessato alla posizione. Gli passano il tizio del colloquio. Gli faranno sapere quando hanno valutato tutti i candidati.

Dormire è un po’ morire

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Oggi Malmö è vera come i piedi sporchi quando cammini scalzo. Per trecento giorni all’anno. Mi specchio il respiro nel fiato gelido, e le scarpe nelle pozzanghere. Sono pulite e trasparenti anche quelle.
Mi passa davanti l’autobus 100 ma non è quello che aspetto. Ferma, poi riparte. Si ferma di nuovo. C’è una testa appoggiata a un finestrino, opaco di vapore. I ricci castani schiacciati contro il vetro. Una sciarpa bianca e rossa che li abbraccia.

L’autobus riparte. È addormentata, quella testa. Dondola a ogni sussulto ma non ha la riflessività degli svegli. Dorme a Malmö.

Palm

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Tira fuori la mano dalla tasca e con l’indice comincia a scrivere sulla vetrina del kebab shop. Gesti precisi. Da dentro lo guardano. Da fuori sembrano calcoli matematici. Usa la lastra di vetro al posto della lavagna. Addizioni e divisioni, direi. Si ferma, valuta, ne rifà delle altre. Passa il dito sul vetro più volte.

Ormai l’ho superato, passandoci di fianco, ma mi volto indietro.
Lo vedo che pensa al risultato. Saluta quelli del negozio, e prende per la stazione.

Marmo

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

La porta del mio appartamento scivola silenziosa sul marmo grigio. Il pianerottolo delle scale al quinto piano ha una cosa orrenda attaccata al muro, una struttura reticolare di ferro a cui sono attaccate delle figure geometriche in lamiera e legno. Non mi sono mai avvicinato più di tanto alle opere d’arte.

Si apre uno squarcio sul vuoto. Inaspettato come la grandine di pomeriggio.

La porta spalancata dell’appartamento di fronte. Dentro è tutto vuoto. Non ho mai pensato che potesse essere vuoto. Anni fa, in un’altra città, morì il vicino di pianerottolo, e non ce ne accorgemmo fino a quando non si vide il viavai sulle scale. I parenti in visita, la porta lasciata aperta. Affiora adesso lo stesso disagio.

Non so chi ci abitava e non so chi verrà. Vedo il salone d’ingresso col legno in terra, e le pareti del corridoio. Sento le voci dell’agente immobiliare che spiega. Chiudo e scendo le scale. Sono di marmo.

Settantaquattro

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Lo schienale della sedia fa male. Sono sedie di plastica grigia, appoggiate al muro del corridoio d’ingresso, davanti al gabbiotto delle informazioni.
Una ragazza parla con un signore anziano. Viso fresco, jeans e canottiera e un gran daffare per comunicare con una generazione distante. Aspetta di ritirare il libretto sanitario per lavoro. Mi chiedo cosa faccia. L’hanno presa in un ristorante, o in qualche servizio catering, o in un caffé del centro. Forse fa prove di comunicazione con la clientela. L’uomo è vestito elegante e sobrio. Pantaloni grigi e camicia bianca, le scarpe sono lucide. Sta aspettando da mezz’ora per un numero di telefono. Capisce certo che se tutti passassero davanti senza aspettare il turno non si finirebbe più, ma certo far la coda per ritirare un foglietto con un numero è assurdo.

Lo schienale fa sempre più male, o la mia schiena è sempre più insofferente. Mi giro e vedo una striscia gialla solcata nel muro dal bordo delle sedie. Una ferita aperta che non sanguina.

Tutti quegli sbarchi di clandestini, di africani – e badi bene, tutti musulmani – sulle nostre coste. Sono programmate. Questa è la questione. Dalle grandi nazioni islamiche. Se no, chi glieli dà i soldi per venir qui?
Con la coda dell’occhio vedo la ragazza annuire, ma non confermare.

A me dispiace per voi giovani. Mi dispiace per i miei nipoti. Ché io le mie cinque pagnotte le ho già avute.

Numero settandue. La ragazza si alza e saluta. A me restano ancora due numeri. Mi giro ancora, stavolta sul fianco, per non sentire lo schienale. Per non affrontare nulla.

Demetrio

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Seduto sullo sgabello di legno e cuoio, guardo mia madre accucciata che, con una smorfia, mi spinge una scarpa nel piede. Mi alzo e faccio qualche passo, attento a non pestare l’asfalto. So bene che se esco dal cartone le scarpe non sono più nuove, e non si possono più cambiare. Giro intorno a Demetrio, e mi risiedo. Le scarpe del Demetrio sono un’istituzione di famiglia. Le compriamo lì da anni, alla sua bancarella d’angolo nella piazza, i lunedì di mercato. Un omone massiccio, dalle labbra carnose. Suo figlio è come lui, le due figlie solo leggermente più aggraziate. Vengono dal veronese.

Mia madre ha una fiducia incondizionata nelle sue scarpe, e le raccomanda anche a parenti e conoscenti. A pensarci è inusuale, lei, che odia terroni e vagabondi, che raccomanda gli ambulanti. I lunedì mattina d’estate vado anch’io in piazza della chiesa, e mi fermo dal Demetrio. Sembra un accampamento indiano, con quella tenda color crema tirata a mo’ di tetto e il pavimento foderato di cartoni.

Mi viene in mente la smorfia di mia madre. Digrignava i denti.

Buchi

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

È tornato a casa e ha trovato i buchi nella libreria.

Allora mi hai piantato. Allora è proprio vero. Stufa marcia di me che scopo in giro, con te che fai di tutto per non accorgetene. Sembra un film. C’è quasi da raccontarlo. Ma che cazzo. Io torno a casa la notte dalla radio, entro, e la prima cosa che vedo sono i buchi nella libreria. Ripiani qua e là vuoti.

Una libreria orfana. Fa un effetto. Del cazzo.

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