Fahre\’n\’Heit

Occhi, bocche, lingue

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on settembre 25, 2007

«Können Sie bitte die Augen zu machen?»
Mi coglie un po’ di sorpresa, devo dire, e lo guardo dritto negli occhi. Il problema è proprio quello. Lo guardo negli occhi. Pare che i dentisti diano fuori di testa quando un cliente li guarda negli occhi mentre stanno limando, trapanando, raschiando nella sua bocca. Prima un disagio sottile, come quello che si sopporta mentre si ha pazienza che la cosa si risolva. Via via che il tempo passa e che l’operazione si fa più complessa, un’inquietudine sempre maggiore, fino a quando non ce la fanno più, a essere guardati, mentre ti guardano.

Deve essere proprio così. Ora che Gotthard Holzhauser, medico dentista in Berlino con studio in Charlottenstrasse 71 mi ci fa pensare, forse non ho mai chiuso gli occhi dal dentista. Potrebbe essere, penso; e mi osservo da fuori come un animale curioso, un caso umano per i dentisti alle cui cure mi sono affidato, una di quelle creature che quando entra nei loro studi disinfettati gli rivolgono un sorriso aperto, da sotto la mascherina, mentre tra colleghi si lanciano un’occhiata. Arriva quello che ti guarda.

Ecco, io sono quello che non chiude mai gli occhi. Gotthard mi ha inquadrato subito, e già alla seconda visita per il ponte tra molare 7 e 8 dell’arcata inferiore destra, col suo berlinese neanche troppo stretto, mi dice senza mezzi termini di farla finita con quella pantomima, e di chiudere ‘sti accidenti di occhi. Punto.

Obbedisco, perdio. È che non c’ho mai pensato. Non me ne sono mai accorto. Nessuno me l’hai mai detto, che tenevo gli occhi aperti, e uno mica se ne accorge, di queste cose qui, se non glielo dicono. Come tenere la bocca aperta mentre si mangia, o la lingua di fuori mentre si disegna. Uno non ci pensa. In effetti facevo tutte queste cose, fino a che non me l’hanno detto. E sono sempre state persone esterne al mio stretto circolo di vita, persone che magari c’entravano poco, o nulla. Uno zio di città, a casa sua, mentre ero impegnato a disegnare robot e astronavi con la lingua penzoloni, me la prende tra due dita ruvide, così, zac, e mi dice «E questa? Perché non sta al suo posto?». Un ex-fidanzato di mia sorella che mi aveva portato a sciare, mentre stavamo mangiando panini dopo una galoppata di fondo, si ferma, mi guarda disgustato e mi fa «Ma la vuoi chiudere quella bocca?». E adesso Gotthard, appunto. Succede così. Quando meno te lo aspetti, e credi che ormai hai raggiunto l’età in cui poche cose ti possano spiazzare, ti arriva una cosuccia da niente tra i denti, che ha l’effetto di una bastonata ben assestata. «Können Sie bitte die Augen zu machen?»

Ha finito, Gotthard. Con gli occhi serrati, la lingua dentro, la bocca chiusa, anch’io ho finito di disegnare robot e mangiare panini. Posso riaprirli. Mi dice che è a posto, niente cibo prima di due ore, non badare se mi fa una strana sensazione di contatto che prima non sentivo, è semplicemente il ponte che si deve riadattare al mio morso. Ok. Mi dice anche che ha notato un’otturazione da rifare, volendo, però può anche aspettare.
Aspetto, Gotthard. Non si sa mai che salti fuori qualcos’altro.

add to del.icio.us :: Add to Blinkslist :: add to furl :: Digg it :: add to ma.gnolia :: Stumble It! :: add to simpy :: seed the vine :: :: :: TailRank

Annunci

Elogio della lentezza

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on settembre 8, 2007

Uno

Lentezza, dicevamo. Ho un figlio molto piccolo, e siccome la mamma lavora, e io no, faccio il papà a tempo pieno. Lo vesto, gli faccio le pappe, lo addormento e, la parte migliore di tutto, lo porto a spasso. Ormai abbiamo smesso di contare le vecchiette affascinate dal pargolo seduto, o spesso ormai in piedi, sul passeggino, che le fissa e poi si allarga in un sorriso a nove denti. Con papà a rimorchio che sorride anche lui. Sopra i settant’anni, fin troppo facile.

Ogni giorno, camminando, lentamente, cambiando il giro, andando a far la spesa in qualche mercato rionale un po’ nascosto, o fino al supermercato biologico vicino allo stadio, che tanto ha le stesse cose della farmacia sottocasa e costa uguale, ma tant’è. Ci fermiamo all’edicola, anche se non compriamo nulla, perché ormai fa parte del giro, e loro, quelli dell’edicola, ci aspettano anche, ed escono, spesso, e ci mettiamo a parlare del quartiere, con lui magari che si appisola nel passeggino, ma si sveglia dopo poco. È bello sapere che c’è qualcuno che ti aspetta.

E noi andiamo, piano, mattina e pomeriggio, e ci siamo detti (lui ha degli occhioni molto espressivi) che sì, forse questa è la parte migliore della nostra relazione tra padre e figlio, un momento molto complice, in fin dei conti, e uno dei più belli, dove ognuno scopre delle cose nuove, lui perché non le ha mai viste, io perché non le ho mai notate. Quale dentista c’è nelle vicinanze, quale pasticceria fa le sfogliatelle. Cose così. E giù vecchiette ammaliate. A volte, dopo averne incrociata qualcuna, e averla guardata bene bene, una volta superata, lui si alza e si gira all’indietro, e continua a guardarla sporgendo la testolina di lato. Al che, se la sventurata signorina attempata se ne accorge, resta con la bocca aperta e gli occhi che ridono, e manca poco mi sviene sul marciapiede. Tu, nel passeggino, un po’ di contegno, per favore.

Due

L’andare piano, a bassa velocità, a piedi, come nel mio caso, o comunque con un approccio lento, può aiutare non tanto, o non solo, per riscoprire una realtà, perché anche la velocità è reale, ma per riguadagnare una verità delle cose: proprio perché non sempre la velocità è anche vera, ma quasi sempre la lentezza sì.

È come scoprire, a sorpresa, di avere i piedi sporchi per aver camminato scalzi. È un esempio non mio, ma della mia compagna, la mamma dell’ammaliatore. Anche noi, a volte, ci ritroviamo, in casa e fuori, a non sapere come fare; ci affanniamo tanto, per star dietro un po’ a tutto, pur lavorando un sacco (eccetto te, direte voi, che porti a spasso il pargolo, ma non è proprio così lineare la faccenda), e ci sforziamo di ricavare il tempo per le nostre passioni e interessi, ma a volte proprio non ce la facciamo, e siamo sempre lì a chiederci, come possiamo fare tutto? Forse dovremmo essere più veloci? O fare meno cose? O avere più tempo a disposizione, magari lavorando meno? Ma si può fare? Quasi mai. E allora? A cosa serve la lentezza, quando nemmeno la velocità ci può aiutare?

Ecco, forse serve a cambiare prospettiva. Facendo le cose lentamente, ci predisponiamo a farle in maniera sensata per noi, prima di tutto; e quello che resta fuori resta fuori. Con l’andare del tempo, impariamo a relativizzare l’importanza dei compiti, dei piaceri e delle necessità da svolgere, e diamo delle priorità, proprio in virtù dell’approccio lento. Ossia, discriminiamo, bellamente e apertamente, il da farsi.

Ecco, forse la lentezza serve a essere leggermente cinici. È salutare, in questi casi, non fa male. Si scorgono meglio, dietro le curve della vita, dossi, avvallamenti e panchine per tirare il fiato.

Reti

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on settembre 7, 2007

Mi fermo sul bordo della strada, prendo l’angolazione giusta col corpo, inquadro, scatto. Sono qui apposta. Giro intorno alla recinzione, c’è un cartello segnaletico in terra, nel buio, ma la sua superficie è azzurra riflettente, inquadro, scatto. Stessa cosa per il pianale di un camion, di sbieco. Scatto, senza pensarci troppo, non ho molto tempo, Katja ha già finito di fare quello che deve fare, e lei è molto più attrezzata di me, con cavalletto e tutto. Dei due, è lei la fotografa, che mi ha portato qui in macchina, per non andarci da sola. Io me la cavo appena con la Sony digitale.

Guardando dove sono dall’inquadratura sul display, mi sento schiacciato. La mole delle cose intorno è troppo grande per essere a proprio agio, in questo posto, in una strada del porto di Rotterdam, o meglio, una delle centinaia di strade che esistono, e come si fa a capire quante sono, in questo posto. Di notte, poi. Venendo dalla tangenziale, Rotterdam fa un po’ paura, e sembra enorme, con le luci e i fari del porto e delle banchine che sembrano degli aeroporti in mezzo al nulla, ma uno attaccato all’altro. Non si vedono i moli, e neanche l’acqua. Si vedono solo delle strisce di attività. Dalla sopraelevata che gira intorno alla periferia si intuisce un gran daffare, ma è difficile capire di cosa si tratti. Quando si esce, e si entra in quel movimento, fa paura davvero, non per la frenesia, ma per le dimensioni, per la scala di grandezza. Strade grandi, asfaltate ma senza righe bianche, montagne di container aldilà delle reti di recinzione. TIR fermi parcheggiati. Magazzini e insegne. Enormi.

Alla fine ci vedono, ovviamente, ci raggiungono, e ci dicono che non si può stare, zona off limit, aria. Un po’ esagerato, penso, forse è per i TIR che vanno a farsi scaricare le budella e passano di li’, dove abbiamo messo la macchina, in uno spiazzo lato strada, ma è, appunto, pur sempre una strada, con dei caseggiati, e degli ingressi, mica andranno alla cieca. E invece niente, le guardie che ci hanno affiancato con la loro auto sono irremovibili, via di qui, o in due minuti c’è la polizia e poi ce la vediamo con loro. Ok, non abbiamo voglia di beghe, va bene, andiamo. Ritorniamo alla macchina, e mettiamo dentro l’attrezzatura di Katja. La mia sta in tasca. Fa freddo, ho le mani congelate, le dita rosse. Ma non puoi fotografare coi guanti.

Mi guardo intorno, seduto in macchina, prima che Katja metta in moto, come se fosse la prima volta che esco con una ragazza. Mi sento a disagio, perché non so, forse per il posto. Fotografare porti, città in cui vivi ma che non ti appartengono, movimenti che non capisci, è tutto un po’ come quando non sai cosa fare. Ma vai avanti e fai.

Cobol

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on settembre 3, 2007

[Pubblicato su Daemon Magazine online]

Cavicchio… Cavicchi…Ingegner Cavicchi.

Ah, ecco, mi pareva. Ha la faccia da ingegnere. Ingegner Cavicchi.

Proprio.

All’istante, mi blocco, mi giro, guardo i due commessi del supermercato che stanno confabulando tra loro, mi chiedo, mi rispondo, sì, Cavicchi, stanno parlando proprio di lui, penso, mentre sono in fila alla cassa. Non può essere che lui, non ho mai sentito un altro ingegner Cavicchi, e anche se ci fosse, questo è il mio, ne sono sicuro. Lo conoscono anche loro, allora. La faccia da ingegnere. La stessa faccia di molti anni fa, a casa dei miei, in cucina. Un tipo alto, talmente stirato e lucido da sembrare goffo, con addosso dei colori improbabili. Da ingegnere, forse, non so.

Si preannuncia al telefono, parla con mia madre. Le dice che ha visto i miei voti a scuola, e per questo l’ha contattata, se gli era permesso, perché ha un’offerta da fare, da farmi, una proposta importante per il mio futuro. Nel campo dell’informatica. Arriva a casa, ci sediamo in cucina. Si presenta, Ing. Cavicchi dell’INTI, Istituto Nazionale Tecnologie Informatiche. Ho visto i voti di Marco, impressionanti. Ecco, noi offriamo ai migliori talenti, che selezioniamo attentamente, la possibilità di un’istruzione specialistica, nel campo dell’informatica, un corso per programmatori di linguaggio Cobol, praticamente una garanzia per un lavoro ora molto ricercato e pagatissimo, guardi qua. Tira fuori ritagli del Corriere, con annunci di lavoro per programmatori, analisti programmatori, esperti informatici.

Prometteva bene, l’incontro. Peccato che né io né i miei avessimo idea di cosa fossero quei lavori. Peccato che allora stessi facendo geometri, e non scienze informatiche. Peccato che non sapessimo cosa fosse il Cobol, e nemmeno a cosa servisse, e perché mai l’ingegnere veniva a cercarci a casa, a ora di cena, apposta per farci firmare un contratto. Ma firmammo. Mio padre firmò. Mia madre stette a guardare, accennò che forse era meglio telefonare a Valerio, mio fratello grande, ma l’ingegner Cavicchi disse ma signora, ma sta scherzando, ma gliel’ho fatti vedere, tutti quegli annunci sul giornale, vuole rivederli, e glieli tirò fuori una seconda volta, là, stesi sul tavolo di cucina, tondo, bianco, anni ottanta, con le gambe color legno. E io dissi, mamma, ma dai, cosa vuoi sentire, è ovvio che se non la prendo ora, l’occasione, cosa devo aspettare? E così andai, alla prima lezione di corso, con la valigetta di finta pelle con dentro le prime dispense incomprensibili che l’ingegnere aveva lasciato, in cambio di quattrocentocinquantamila lire e una stretta di mano sorridente. Ma quello che doveva tenere il corso all’ora e al posto dove ci disse l’ingegner Cavicchi, non c’era, e c’eravamo solo noi due, io e un’altra disgraziata, che s’era già pentita di aver firmato, e aveva anche firmato lei, perché era maggiorenne. Tornai a casa, e dissi che non c’era. Che forse l’avevano spostata, la lezione. Che l’INTI era nazionale, una cosa seria, non poteva essere una fregatura. E telefonai, dopo, a quel numero, e mi risposero, e mi dissero di sì, che in effetti la lezione l’avevano spostata, ed era strano che non mi avessero avvertito. E mi ridettero un appuntamento. E ci andai, di nuovo, e mi ritrovai in una stanza presa in affitto con dieci altre persone che, come me, non sapevano cos’era il Cobol, e neanche cosa fossero quelle dispense fotocopiate che tutti avevamo nell’identica valigetta marrone, e si andò avanti così, a diagrammi col pennarello sulla lavagna e dispense fotocopiate, senza mai l’ombra di un computer da usare, per quindici settimane, quattro mesi, e alla fine ci rilasciarono il certificato di frequentazione di un Corso Superiore per Programmatori Cobol.

Alibi

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on settembre 2, 2007

In fondo, basterebbe pensare, no? Pensare, ecco tutto, pensa Zilio. Mica si deve necessariamente scrivere, riscrivere, o leggere, rileggere. Basterebbe pensare, per accorgersi delle cose, per capire, per far andare le cose come dovrebbero andare. Non occorre scrivere, non occorre leggere.

Se scrive, Zilio, è perché sente che c’è qualcosa dietro, quelle parole, che non sa bene cosa sia, ma c’è. È un sistema, si ripete. Una tecnica, in fondo. Solo una tecnica, e anche noiosa, a volte, e difficile, sempre, che a farla bene ci vuole anni e anni di smazzamento, altro che. Quindi basterebbe smettere, e pensare, per rapportarsi col mondo, coi suoi, per confrontarsi, con questo o quello, per crearsi un alibi o alimentare dispiaceri. Mica serve scrivere, in fondo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: