Fahre\’n\’Heit

Perché non ero bravo a descrivere una donna

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on dicembre 29, 2007

1.

«Erano giorni che ormai ignorava la voce che le martellava in testa. E anche oggi, era riuscita a tenerla a bada. Si era messa in Internet a scaricare canzoni che già aveva su un cd, ma che non sapeva più dov’era. Aveva pulito la cucina, poi il bagno, e infine il terrazzo fuori, che andava lavato da chissà quanto. Vedendo i fili per stendere, e valutando ad occhio che non avrebbe piovuto, si era poi messa a lavare le sciarpe invernali, i guanti, le maglie di lana. Strizzandole bene, e sciacquando più volte, come a voler levare la patina di freddo. Aveva anche sbrinato il freezer. Si era inventata qualsiasi cosa per non dare retta a quella voce, la sua, che insisteva ad essere ascoltata.»

Alzo gli occhi dal foglio, e vedo le nostre sagome accennate sul muro di fronte. La luce del sole filtra dai bordi delle pesanti tende rosse alle finestre. È una stanza fatta per il silenzio questa, non per le parole – mentre leggevo, si sentiva quasi l’eco.
Dieci righe, aveva detto Delia, che tiene il laboratorio di scrittura ‘Creare un carattere.’ Dieci righe per tratteggiare un carattere. In attesa, tutti la seguiamo mentre cerca qualcosa nella borsa. Poi parte.

«Cos’è che deve discutere con se stessa?»

«Beh, ho pensato… il fatto che non riesce a schiodarsi da una situazione precaria, provvisoria, ormai da troppo tempo.»

«Tipo?»

«Ecco, è una post-laureata, in una città non sua. È rimasta ad abitare in quella città anche dopo gli studi, e ora ci lavora. Ma non trova un equilibrio definitivo. Insomma, si sente ancora provvisoria, in quella città, proprio come quando studiava.»

«È buono. Ci sono certe intuizioni che funzionano. Il fatto della pulizia ossessiva, per esempio. Le sciarpe, le maglie di lana. Prendiamo questo elemento-traccia, diciamo; ne approfitto, guarda, per anticipare un concetto. Parlavamo ieri della costruzione di un carattere ‘per addizione.’ Ecco, se si vuole dare un indizio, da cui far trapelare qualcosa di quel personaggio, in un lavoro lungo possiamo anche prenderlo per gradi, far maturare quel qualcosa. Ma nella brevità del racconto bisogna avere in mente cosa, da subito. Esattamente, intendo, e fin dall’inizio. Bisogna portare il lettore fino là. Qui mi rendo conto che è un’impresa ardua, visto che vi ho dato dieci righe per delineare il carattere del personaggio. Nel tuo caso, Carlo, mi sembra che qualcosa ci sia, che ‘giri’ insomma.»

«Ah. Non so.»

«Mi sembra di sì. Ci si deve lavorare ancora, ovviamente. Forse ti potresti concentrare anche solo sulle ultime righe, quelle della pulizia. Puoi tracciare sufficientemente il carattere anche solo con quelle. L’ossessività è un buon indizio, per una donna. Non sei d’accordo?»

2.

È la seconda bottega di scrittura che faccio. La prima otto mesi fa, in agosto. Faceva un caldo terrificante, chiusi per quattro giorni in una stanza dell’archivio comunale di Casalecchio, e senza aria condizionata. Però era andata bene. L‘aveva tenuto Sunil, un ragazzo di origine indiana che ha già pubblicato due libri di narrativa e una raccolta di poesie, e di quelle difficili, belle. Un tipo in gamba, molto più giovane di me. Che invidia. Sunil Ardashir, non so se l’avete sentito in giro. Vive a Bologna, praticamente da quando è nato. Comunque. Quella volta il laboratorio era sulle voci narrative: i tipi diversi di voce dei personaggi, le anomalie significative, il gergo da usare e da evitare, cose così. Mica male, a saperci fare. Io sono un po’ inchiodato, non mi riesce tanto estraniarmi da me stesso, scrivo sempre cose dove ci sono io, e magari ci metto anche un collega, la fidanzata o qualche parente col nome vero, che se no non mi riesce.
Dov’ero? Ah, già, le voci narrative. Sono un po’ duro, insomma. Però mi piace scrivere, non faccio fatica. Stento quando devo inventarmi tutto, come dovrei fare ora con Delia. Quelli sono gli scrittori, mi dico, gli altri sono voglio-ma-non-posso. Ecco perché mi sono iscritto, anche se avevo dei dubbi.
‘Scrivere insieme’ è una specie di mini-festival della scrittura, organizzato dal Comune di Bologna, in un’aula della biblioteca dell’Archiginnasio, che è molto bella ma c’ho messo un’ora per trovarla. Uno di quei posti da letterati che incutono riverenza. Con i soffitti a cassettoni e le pareti affrescate. Con le vetrine di legno scuro, e dentro, tomi medievali. Il posto giusto per cominciare, insomma. Tutta la manifestazione dura una settimana, in posti diversi. C’è il laboratorio sulla piccola editoria, sul primo paragrafo, sullo scegliere il titolo, su come questo o quello è stato pubblicato, sullo scrivere una scheda di presentazione, sulle voci narrative (già dato), e questo qui, sul creare i caratteri. Specifico: caratteri femminili. Solo per scrittori maschi. Voglio dire, un laboratorio di scrittura solo per scrittori di sesso maschile che vogliono cimentarsi nella creazione non-stereotipata di personaggi femminili. Un’impresa titanica.
Ero dubbioso, perché se è vero che gli uomini non hanno idea di cosa passa per la testa a una donna, e raramente succede il contrario, è anche vero che sa un po’ di paternalismo organizzare un laboratorio per maschietti. Sembra l’ufficio di supporto per le quote rosa, in azzurro. Non so. Se vi state chiedendo perché allora sia qui con Delia, avete visto giusto. Ne ho bisogno. Alla fine mi sono deciso e ho pagato i sessanta euro d’iscrizione, perché finora non mi è mai uscito un personaggio femminile decente che sia uno. Ho provato di tutto. Ho preso sorelle, colleghe, amiche di scuola, mia zia vedova, mia cognata, perfino mia nipote adolescente, che ce ne sarebbe da scrivere a frotte. Niente. Quando arrivano sulla carta, anzi ancora prima, escono figure ridicole o deformate dalla mia fantasia maschile. Me ne rendo conto io per primo, figuriamoci. Spiace dirlo, e ancor più scriverlo, ma non vado oltre lo stereotipo. Allora, mi sono detto, male non può farmi. E sono andato in posta a pagare il bollettino.

«E come continueresti da qui in poi? Mi chiedevo, Carlo, se avevi pensato a come andare avanti.»

Delia non molla. È sempre lì. E io sempre di qua. Non so se ho fatto bene a venire, lo sapevo. Cosa rispondo? Boh.

«Eh, no, ho abbozzato la figura, ma c’è solo questo, e… è rimasto così. Aggiungere altro… non so. Felicia… il personaggio, ha una sua linea di pensiero, credo dif…»

«Si chiama Felicia? Bello.»

«Eh, difficile da seguire, ecco. Insomma, ho pensato che ce ne sono, di donne così precarie, dopo gli studi, in una situazione del genere. Non so come potrei andare avanti, come rappresentare…»

«Mica dobbiamo arrivare alle generalizzazioni, lo sappiamo quanto sono da evitare, come la peste. Per riprendere da dove abbiamo lasciato… stiamo parlando di fiction, di narrativa. Tutto è permesso, se costruito bene e verosimilmente. Intuisco cosa volevi dire, Carlo, e mi sembra che hai abbozzato bene il personaggio di Felicia. Hai in mano del materiale su cui lavorare, anche se non ti sembra.»

«Mh, può darsi, non so. Mi sembrava funzionasse come linea di pensiero, tutto qui.»

Delia ci ripensa. E poi riparte.

«Ok, estraniamoci per un momento dal tuo racconto, questa cosa vale per tutti. Prendiamo quello che tu hai definito una linea di pensiero. Che altro non è che il carattere del personaggio, la sua espressione. Attraverso i pensieri, prima, le azioni e i dialoghi, poi. Il problema che riscontriamo nella scrittura, è quella della linea di pensiero, appunto. Nella vita non abbiamo una linea di pensiero. Ci sono fatti, idee, pezzi di conversazioni, scontrini della spesa, uomini, donne. Quando scriviamo, prendiamo pezzi qua e là e li mettiamo assieme. Ma siamo noi che scegliamo i pezzi. Non ci sono storie o linee di pensiero bell’e pronte nella vita. Non esistono. Le mettiamo insieme noi, guardandole dall’esterno, se ci riusciamo. Sugli altri ce la facciamo benissimo, su di noi un po’ meno. Per i personaggi di un racconto, o i dialoghi di una conversazione, è la stessa cosa. Quando scriviamo e diamo voce ai caratteri di una storia, questi elementi devono suonare veri, ma sono costruiti, adattati. Come… ridotti in scala, e rimontati, ecco, se mi capite. Si prendono degli elementi disparati, e un poco alla volta se ne fa un ritratto, una forma coerente. Per addizione, appunto. Ma lo vediamo solo dall’esterno, e dopo, di solito. Che ne dici, Carlo?»

«Eh… di cosa?»

«Cosa ne pensi di Felicia… quello che pensa è coerente con quello che fa?

3.

L’ultima frase non la sento. Penso a lei, a F. e alle sue maglie di lana. Che ha strizzato e steso, ma poi è venuto a piovere, e ha dovuto rilavare tutto, perché puzzava di bagnato. L’ha scombussolata talmente questa cosa, che le ho visto le lacrime agli occhi.
Sì, Delia ha ragione, una linea di pensiero già bell’e pronta non esiste, si nota solo col tempo, con l’attenzione. Penso a tutte quelle volte che F. non riesce a parlare neanche a me, che ci vivo assieme, e se ne sta chiusa in un silenzio assordante. Penso a C., che non riesce a schizzare un carattere femminile non-stereotipato, perché forse non sa accorgersi di chi ha intorno. E allora, per stavolta, l’ha preso dove c’era. Sul diario con l’elastico di F.
Stasera, a casa, le dirà che non è andato malaccio, il laboratorio, ma deve lavorare ancora molto.

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Cuore sportivo

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 28, 2007

Glielo presenta come Mirko, con la kappa. Ha un’Alfasud beige. Un tipo magro, sorridente, attivo, di quelli che piacciono molto alle donne e poco agli uomini. Men che meno agli uomini di quelle donne. È arrivato alla casetta di montagna nel primo pomeriggio. Matteo s’è ammoscato subito di tutto. Sua sorella Laura è carina, capelli scuri, gambotte robuste, punto di vita stretto. Sta un po’ gobba per via della scoliosi, ha portato per anni il busto correttivo.

Quella volta niente busto. È  estate e nella casetta di famiglia ci sono loro due e basta per qualche giorno. I patti sono questi: è sua sorella, punto. È suo fratello, a capo. Mica l’hanno scelto loro. Mirko parcheggia il bolide sul prato davanti, è tutto un gran sorrisi e battute. Sembra anche simpatico, e probabilmente lo è davvero. Alla sera, dopocena, fa vincere Matteo a carte. Va pure a comprare il gelato, il paraculo.

Lo spediscono nel lettone dei genitori. Loro chiacchierano in cucina, poi aprono la porta e si assicurano. Eccome se dorme. La camera grande è separata dalla cameretta, dove di solito dormono loro due, da una tenda sbiadita a fiorellini. Mirko e Laura si levano i vestiti, si infilano nel letto a castello dai tubi arancio e scopano. Almeno gli sembra. Si immagina di sì. È contento di aver intuito con largo anticipo la faccenda. Si addormenta per davvero.

Un paio di volte escono da dietro la tenda, aprono la porta che dà sulla cucina, sgusciano fuori veloci per sciacquarsi. “Ti immagini se adesso tuo fratello si svegliasse?”

Tu, pilota di Alfasud. Alfisti si nasce, e si resta.

Colla

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 10, 2007

Susan ha iniziato il suo nuovo libro, ambientato al tempo della seconda guerra mondiale. Di più, non so. Al telefono mi ha detto anche, quasi confessandolo, che sta scrivendo un piccolo racconto sulla neve.

Metto giù il telefono. Sono le sette di sera, decido di restare a casa. Ho due appuntamenti più tardi ma li disdico, con un sms. La neve è attaccata all’asfalto, ai bordi in basalto dei marciapiedi, ai tombini di ghisa. È attaccata ai muri, in verticale. Ieri pomeriggio sono rientrato a casa sotto la nevicata più asciutta che abbia mai visto. Camminavo spazzolando neve a ogni passo, dalla metropolitana a qui. Si incollava alla suola delle scarpe, che dovevo sbattere ogni cinquanta metri. Ha smesso durante la notte, e anche dopo un intero giorno senza nevicare, è compatta come appena caduta. È tenace, non si vuole far dimenticare. Una gran neve.

Berlino in bianco sembra quasi bella. Non lo è, in realtà. Interessante, vuota, squadrata, underground. Bella no. Ha forse una sua bellezza data dagli aggettivi messi insieme.

Incollandoli uno sull’altro, come fa la neve.

København

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 10, 2007

Non che Matteo debba andare da qualche parte. Ma è attratto dai mostri blu, nell’atrio della stazione. Quella di Trento ha un’aria vagamente fascista, come tante altre. Dentro, hanno appena installato due meraviglie della tecnica degli anni ’80. Due cassettoni giganti di colore blu, appunto, schiena a schiena, completi di ‘touch screen’ per le informazioni al pubblico. Si digita la stazione di partenza e quella di arrivo, ed escono orari, costi, servizi a bordo.

C’è una mappa. Il posto più lontano a cui si può accedere è segnato con il suo nome originale, København. Non gli viene proprio in mente che è Copenaghen. È in riva al mare. Da lì sono segnate altre località sconosciute, di cui però non ci sono i collegamenti. Delle possibilità che non si possono scegliere, delle chimere. Le cose reali sono unite da linee rosse.

Matteo ci studia un po’ su, e poi digita il posto più lontano che può selezionare. Più lontano da dove è ora. Compone Trento, poi København, sceglie un orario a caso, chiede la stampa. Esce un nastro di carta con partenze, stazioni di cambio, orari di arrivo, numeri dei treni, e altra roba che se non lavori nelle ferrovie non sai che fartene. Guarda la striscia di carta. Arriverebbe 13 ore dopo. Si immagina un paesone di pescatori in riva al Mare del Nord, che fa da ponte ad altre destinazioni, verso l’artico, verso il resto del mondo. Non gli viene proprio in mente che è Copenaghen. Quelle linee rosse gli appaiono come le infinite vie del muoversi. È così preso che non collega i nomi originali con quelli in italiano.

Ora, in quel posto verso il resto del mondo, ci vive. È vero che è in riva al mare. E che forse fa da ponte verso l’artico. Fuori dalla sua porta, nel quartiere di Christianshavn, c’è la neve, e il canale lungo la strada è ghiacciato, con le barche ferme, i ponti di metallo e legno, e i magazzini dei cantieri navali. Ma non è un paesone di pescatori, proprio no.

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Una mattinata di quelle

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 2, 2007

Non si decide. Deve scuotersi e dire che deve andare, che ha un appuntamento, che non può cazzeggiare tutto il giorno. Lo vorrebbe fare, ma non lo fa. In fondo sa che può permettersi qualche caduta con Andrea, il suo capo.
Si decide e accende il telefono, mettendo in moto l’inevitabile. Chiama l’ufficio, risponde proprio lui, l’orco.

– Ma dove cazzo sei?

– Sto arrivando

– Stai arrivando!? Ma qui c’è uno che ti aspetta dalle nove… ma ti è andato in pappa il cervello?

Ha ritardato l’impatto con quella voce cavernosa. Appuntamento alle nove e mezza col geometra che viene da Bologna. O era alle nove? Ora sono le dieci, ed è ancora mezzo nudo. Sdraiata di là sul letto con addosso una specie di canottiera di pizzo, c’è Hannah. Non le piace mostrare il seno a nessuno. Dice che è rovinato perché ha allattato due figli. A lui sembra solo un po’ molle. Non è che siano esausti dopo una notte di sesso. Bruno non usa preservativi e lei sì, e non hanno fatto altro che baciarsi e strofinarsi, e si sono risvegliati, e a quel punto si sono concessi qualcosa. Glielo ha preso in mano, ha iniziato a menarlo, poi s’è avvicinata con la bocca, senza che Bruno chiedesse nulla. Gli ha anche detto che non era molto esperta. Un pompino interrotto e ripreso più volte, e alla fine mal riuscito. È tutto quel che c’è. Abbracciati insoddisfatti e insofferenti, e se non usi preservativo sei un po’ coglione, non ti sembra? Alle otto e mezza non si è alzato, alle nove ha detto che sì, avrebbe un orario ma è flessibile, e dopo un po’ si è messo ad accarezzarla di nuovo.

Chiama, risponde agli sbeceri inferociti di Andrea, dice che è per strada e torna di là. Guarda Hannah, che a pancia in giù chiede se è tutto a posto.

– Devo andare perché sono proprio incazzati. Lascio la chiave, ci vediamo stasera.

Lei è qui per una conferenza, due giorni e una notte, appena passata. Era nell’aria da tempo, da quando si erano conosciuti durante l’università, e lei era qui in Erasmus, ma non era mai stato il tempo giusto. Ora che è successo non sa cosa pensare, e gli sembra neanche lei. Arriva in ufficio, va dritto nella stanza di Andrea, tra gli sguardi ironici degli altri. Stavolta non rimanda. Si prende dell’emerito coglione, uno che non pensa. Gli dice poi ti spiego.

– Sarà meglio per te.

I due colleghi sorridono un po’ sornioni un po’ strafottenti. Va alla scrivania. Il geometra è lì, inerte, preciso. Squadrato, funzionale. Camicia bianca a righine rosa, cravatta blu. Bruno si scusa, blatera qualcosa sulla macchina e su una mattinata di quelle. Rassegnato, ha capito che ha capito, e gli chiede se vuole un caffé. Poi passa ad illustrare il progetto.

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