Fahre\’n\’Heit

Colazione

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on aprile 17, 2008

L’avevo gia’ vista, una volta. Sempre sull’autobus per Berlino. Circa otto ore di viaggio, da Copenhagen, con la linea notturna. Quella prima volta, io, lei, e un tizio israeliano di cui non ricordo il nome, eravamo nelle prime due file di sedili, proprio dietro all’autista. Da bravi scolaretti. Ci mettemmo a parlare per passare il tempo. A Berlino ci salutammo bye-bye.

Ora e’ davanti a me a fare il biglietto. Stesso autobus, mesi dopo. Ci sediamo, uno di fianco all’altra, sempre nelle prime file. Da bravi scolaretti. Mi riconosce, e anch’io sorrido. Laura, le dico. mi ricordo di te. E tu? Of course, mi dice lei. Quand’e’ stato? Circa un anno fa.

L’autobus parte quasi alle undici, in ritardo. Laura ha finito il suo praticantato all’ambasciata danese a Berlino, torna per trovare degli amici. Io continuo avanti e indietro tra un lavoro e l’altro. Verso l’una e mezza, Laura si sdraia di traverso sui sedili dalla sua parte, io faccio altrettanto dalla mia.

Allunga le gambe sopra al corridoio e appoggia i piedi sul mio sedile. E’ solo una sensazione, ma sento che siamo vicini. Mi viene d’istinto, le prendo le dita dei piedi, e le tengo nella mia mano. Mi si rizza nei pantaloni, non capisco perche’ lo sto facendo ma lo sto facendo. Le accarezzo la caviglia. ha un piccolo tatuaggio, una rosa. Laura si lascia toccare. Anch’io mi sono sdraiato, ora. Vicino ai suoi piedi. Muove le dita. Io continuo.

Una mano mi prende la testa. Mi trascina verso il corridoio. Sento solo il caldo umido della sua bocca sulla mia. La sua lingua in bocca, sui lobi, sul collo. Viene da me. Mi tira su il maglione. C’e’ una signora sui cinquanta due file piu’ dietro, dorme. O fa finta. Le tiro su la maglia. Con la lingua, arrivo ai capezzoli. Tutt’intorno, a piccoli colpetti di lingua. Sono seduto contro al finestrino. Il cazzo mi sta scoppiando. Vedo la massa di capelli biondi sotto di me.

E’ difficile tirarlo fuori, ci sono pantaloni, slip, cinture, maglie. Siamo in autobus una fila dietro all’autista. Pero’ e’ tutto buio, e gli altri sembrano dormire. Le sue dita intorno alla capella. Laura si flette e si piega come una ginnasta. Forse lo era, una volta. La sensazione di caldo intorno al cazzo. Oddio. E’ piegata praticamente a 180 gradi, in avanti, a prenderlo in bocca. Lo fa lentamente. Centellina ogni spasmo. Non usa le dita, non c’e’ spazio. Solo la bocca. Piano.

L’autobus arriva al traghetto, e’ mattina, si vedono delle luci, il ritmo cambia. Laura ha il dono della tempistica. Si tira su, piano, stiracchiandosi. Dobbiamo scendere.

E’ salata, mi dice con un sorriso.

Annunci

Perché non ero bravo a descrivere una donna

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on dicembre 29, 2007

1.

«Erano giorni che ormai ignorava la voce che le martellava in testa. E anche oggi, era riuscita a tenerla a bada. Si era messa in Internet a scaricare canzoni che già aveva su un cd, ma che non sapeva più dov’era. Aveva pulito la cucina, poi il bagno, e infine il terrazzo fuori, che andava lavato da chissà quanto. Vedendo i fili per stendere, e valutando ad occhio che non avrebbe piovuto, si era poi messa a lavare le sciarpe invernali, i guanti, le maglie di lana. Strizzandole bene, e sciacquando più volte, come a voler levare la patina di freddo. Aveva anche sbrinato il freezer. Si era inventata qualsiasi cosa per non dare retta a quella voce, la sua, che insisteva ad essere ascoltata.»

Alzo gli occhi dal foglio, e vedo le nostre sagome accennate sul muro di fronte. La luce del sole filtra dai bordi delle pesanti tende rosse alle finestre. È una stanza fatta per il silenzio questa, non per le parole – mentre leggevo, si sentiva quasi l’eco.
Dieci righe, aveva detto Delia, che tiene il laboratorio di scrittura ‘Creare un carattere.’ Dieci righe per tratteggiare un carattere. In attesa, tutti la seguiamo mentre cerca qualcosa nella borsa. Poi parte.

«Cos’è che deve discutere con se stessa?»

«Beh, ho pensato… il fatto che non riesce a schiodarsi da una situazione precaria, provvisoria, ormai da troppo tempo.»

«Tipo?»

«Ecco, è una post-laureata, in una città non sua. È rimasta ad abitare in quella città anche dopo gli studi, e ora ci lavora. Ma non trova un equilibrio definitivo. Insomma, si sente ancora provvisoria, in quella città, proprio come quando studiava.»

«È buono. Ci sono certe intuizioni che funzionano. Il fatto della pulizia ossessiva, per esempio. Le sciarpe, le maglie di lana. Prendiamo questo elemento-traccia, diciamo; ne approfitto, guarda, per anticipare un concetto. Parlavamo ieri della costruzione di un carattere ‘per addizione.’ Ecco, se si vuole dare un indizio, da cui far trapelare qualcosa di quel personaggio, in un lavoro lungo possiamo anche prenderlo per gradi, far maturare quel qualcosa. Ma nella brevità del racconto bisogna avere in mente cosa, da subito. Esattamente, intendo, e fin dall’inizio. Bisogna portare il lettore fino là. Qui mi rendo conto che è un’impresa ardua, visto che vi ho dato dieci righe per delineare il carattere del personaggio. Nel tuo caso, Carlo, mi sembra che qualcosa ci sia, che ‘giri’ insomma.»

«Ah. Non so.»

«Mi sembra di sì. Ci si deve lavorare ancora, ovviamente. Forse ti potresti concentrare anche solo sulle ultime righe, quelle della pulizia. Puoi tracciare sufficientemente il carattere anche solo con quelle. L’ossessività è un buon indizio, per una donna. Non sei d’accordo?»

2.

È la seconda bottega di scrittura che faccio. La prima otto mesi fa, in agosto. Faceva un caldo terrificante, chiusi per quattro giorni in una stanza dell’archivio comunale di Casalecchio, e senza aria condizionata. Però era andata bene. L‘aveva tenuto Sunil, un ragazzo di origine indiana che ha già pubblicato due libri di narrativa e una raccolta di poesie, e di quelle difficili, belle. Un tipo in gamba, molto più giovane di me. Che invidia. Sunil Ardashir, non so se l’avete sentito in giro. Vive a Bologna, praticamente da quando è nato. Comunque. Quella volta il laboratorio era sulle voci narrative: i tipi diversi di voce dei personaggi, le anomalie significative, il gergo da usare e da evitare, cose così. Mica male, a saperci fare. Io sono un po’ inchiodato, non mi riesce tanto estraniarmi da me stesso, scrivo sempre cose dove ci sono io, e magari ci metto anche un collega, la fidanzata o qualche parente col nome vero, che se no non mi riesce.
Dov’ero? Ah, già, le voci narrative. Sono un po’ duro, insomma. Però mi piace scrivere, non faccio fatica. Stento quando devo inventarmi tutto, come dovrei fare ora con Delia. Quelli sono gli scrittori, mi dico, gli altri sono voglio-ma-non-posso. Ecco perché mi sono iscritto, anche se avevo dei dubbi.
‘Scrivere insieme’ è una specie di mini-festival della scrittura, organizzato dal Comune di Bologna, in un’aula della biblioteca dell’Archiginnasio, che è molto bella ma c’ho messo un’ora per trovarla. Uno di quei posti da letterati che incutono riverenza. Con i soffitti a cassettoni e le pareti affrescate. Con le vetrine di legno scuro, e dentro, tomi medievali. Il posto giusto per cominciare, insomma. Tutta la manifestazione dura una settimana, in posti diversi. C’è il laboratorio sulla piccola editoria, sul primo paragrafo, sullo scegliere il titolo, su come questo o quello è stato pubblicato, sullo scrivere una scheda di presentazione, sulle voci narrative (già dato), e questo qui, sul creare i caratteri. Specifico: caratteri femminili. Solo per scrittori maschi. Voglio dire, un laboratorio di scrittura solo per scrittori di sesso maschile che vogliono cimentarsi nella creazione non-stereotipata di personaggi femminili. Un’impresa titanica.
Ero dubbioso, perché se è vero che gli uomini non hanno idea di cosa passa per la testa a una donna, e raramente succede il contrario, è anche vero che sa un po’ di paternalismo organizzare un laboratorio per maschietti. Sembra l’ufficio di supporto per le quote rosa, in azzurro. Non so. Se vi state chiedendo perché allora sia qui con Delia, avete visto giusto. Ne ho bisogno. Alla fine mi sono deciso e ho pagato i sessanta euro d’iscrizione, perché finora non mi è mai uscito un personaggio femminile decente che sia uno. Ho provato di tutto. Ho preso sorelle, colleghe, amiche di scuola, mia zia vedova, mia cognata, perfino mia nipote adolescente, che ce ne sarebbe da scrivere a frotte. Niente. Quando arrivano sulla carta, anzi ancora prima, escono figure ridicole o deformate dalla mia fantasia maschile. Me ne rendo conto io per primo, figuriamoci. Spiace dirlo, e ancor più scriverlo, ma non vado oltre lo stereotipo. Allora, mi sono detto, male non può farmi. E sono andato in posta a pagare il bollettino.

«E come continueresti da qui in poi? Mi chiedevo, Carlo, se avevi pensato a come andare avanti.»

Delia non molla. È sempre lì. E io sempre di qua. Non so se ho fatto bene a venire, lo sapevo. Cosa rispondo? Boh.

«Eh, no, ho abbozzato la figura, ma c’è solo questo, e… è rimasto così. Aggiungere altro… non so. Felicia… il personaggio, ha una sua linea di pensiero, credo dif…»

«Si chiama Felicia? Bello.»

«Eh, difficile da seguire, ecco. Insomma, ho pensato che ce ne sono, di donne così precarie, dopo gli studi, in una situazione del genere. Non so come potrei andare avanti, come rappresentare…»

«Mica dobbiamo arrivare alle generalizzazioni, lo sappiamo quanto sono da evitare, come la peste. Per riprendere da dove abbiamo lasciato… stiamo parlando di fiction, di narrativa. Tutto è permesso, se costruito bene e verosimilmente. Intuisco cosa volevi dire, Carlo, e mi sembra che hai abbozzato bene il personaggio di Felicia. Hai in mano del materiale su cui lavorare, anche se non ti sembra.»

«Mh, può darsi, non so. Mi sembrava funzionasse come linea di pensiero, tutto qui.»

Delia ci ripensa. E poi riparte.

«Ok, estraniamoci per un momento dal tuo racconto, questa cosa vale per tutti. Prendiamo quello che tu hai definito una linea di pensiero. Che altro non è che il carattere del personaggio, la sua espressione. Attraverso i pensieri, prima, le azioni e i dialoghi, poi. Il problema che riscontriamo nella scrittura, è quella della linea di pensiero, appunto. Nella vita non abbiamo una linea di pensiero. Ci sono fatti, idee, pezzi di conversazioni, scontrini della spesa, uomini, donne. Quando scriviamo, prendiamo pezzi qua e là e li mettiamo assieme. Ma siamo noi che scegliamo i pezzi. Non ci sono storie o linee di pensiero bell’e pronte nella vita. Non esistono. Le mettiamo insieme noi, guardandole dall’esterno, se ci riusciamo. Sugli altri ce la facciamo benissimo, su di noi un po’ meno. Per i personaggi di un racconto, o i dialoghi di una conversazione, è la stessa cosa. Quando scriviamo e diamo voce ai caratteri di una storia, questi elementi devono suonare veri, ma sono costruiti, adattati. Come… ridotti in scala, e rimontati, ecco, se mi capite. Si prendono degli elementi disparati, e un poco alla volta se ne fa un ritratto, una forma coerente. Per addizione, appunto. Ma lo vediamo solo dall’esterno, e dopo, di solito. Che ne dici, Carlo?»

«Eh… di cosa?»

«Cosa ne pensi di Felicia… quello che pensa è coerente con quello che fa?

3.

L’ultima frase non la sento. Penso a lei, a F. e alle sue maglie di lana. Che ha strizzato e steso, ma poi è venuto a piovere, e ha dovuto rilavare tutto, perché puzzava di bagnato. L’ha scombussolata talmente questa cosa, che le ho visto le lacrime agli occhi.
Sì, Delia ha ragione, una linea di pensiero già bell’e pronta non esiste, si nota solo col tempo, con l’attenzione. Penso a tutte quelle volte che F. non riesce a parlare neanche a me, che ci vivo assieme, e se ne sta chiusa in un silenzio assordante. Penso a C., che non riesce a schizzare un carattere femminile non-stereotipato, perché forse non sa accorgersi di chi ha intorno. E allora, per stavolta, l’ha preso dove c’era. Sul diario con l’elastico di F.
Stasera, a casa, le dirà che non è andato malaccio, il laboratorio, ma deve lavorare ancora molto.

Visiting

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

«Sì, è stata qui, ti dico»

«Sì, proprio lei, la russa»

«Guarda, due coglioni come meloni. È arrivata giovedì sera, e ci siamo anche un po’ baciati, in stazione, appena arrivata, giusto per carburare, ho pensato. Te lo ricordi, di lei, cosa ti raccontavo? Niente scopate ma pompini grandiosi, perché era impegnata, mi diceva, e a me figurati cosa me ne fregava, capirai. Ecco, a quelli pensavo, quando l’ho rivista. E si è subito ammalata, la sera stessa. Un raffreddore potente, niente di che. Oh, una scena madre per 24 ore al giorno. Una drama queen, come dicono da queste parti. Con Andrew, quello con cui vivo, che non si capacitava come mi fossi tirato in casa una lagna del genere. E io nemmeno. Errore madornale, ti dico»

«Mai più e mai poi. La differenza tra essere e apparire. La sostanza e la forma. La prima notte ci siamo messi a letto, e lei era con le mutandine e basta, pure rosa, erano, e con l’altra mano l’ho abbracciata e le toccavo un capezzolo, ma niente. Si è girata, rigirata, mi ha detto che stava male, aveva mal di testa, si soffiava il naso. Insomma, malata. Di quei malati che non sopportano di essere malati. Sì, bravo, proprio come me. Vaffanculo anche a te, va. Una tristezza infinita, in fondo, perché dopo due giorni non ne potevo più, anzi, non ne potevamo più uno dell’altra, e il terzo quasi ci siamo ignorati, con lei che ieri è voluta andare in stazione, a Liverpool Street, per vedere se c’era un treno e continuare il viaggio da certi amici suoi vicino a Sheffield. Dico, a Sheffield, ma lo sai quanto ci si mette per arrivare lassù? No? Bè, un sacco di ore, e aveva un biglietto di ritorno per Parigi di quelli scontati e non cambiabili e non rimborsabili e pure delle ferrovie francesi, ma dico io, ma dove vivi, certo che non te lo cambiano. E quando eravamo lì nella hall della biglietteria, dopo aver inutilmente parlato con il tizio dietro al bancone, e io stavo aspettando che prendesse l’ovvia decisione di tornare all’appartamento, si è anche sentita debole debole, e si è dovuta sedere, e allora abbiamo preso un cab per tornare, altre tredici sterline, e alla fine, dico, alla fine, ma non poteva rimanere a letto come ha fatto i due giorni prima e cercare di curarsi per oggi, che aveva il treno alle undici, invece di rompere le palle al prossimo?»

«Ma non è mica colpa di nessuno se una si ammala, prendila con filosofia, non c’è altro da fare che dormire e prendere medicine e vaffanculo. No, lagna continua, e perché, e come mai, e come faccio, e guarda fuori, è così bel tempo, e per una volta che vengo a Londra, con quello che costa il biglietto, e ho mal di testa, e mi servono gli antibiotici così mi passa subito (antibiotici? per quelli ti serve la ricetta del medico, e non te li prescrive se non sei già malata con una febbre da cavallo da una settimana), e non posso stare chiusa dentro tutto il giorno, e devo andare, ora magari telefono, hai Internet? allora vado in Internet, ecco, chiamo i miei amici, vedo che treni ci sono, magari ce n’è uno tra un po’, bla bla bla. Tutta una cosa del genere. Quattro giorni, amico caro, quattro giorni di seguito. Non finivano più. Meno male che non avevo preso ferie dal lavoro, che lo volevo quasi fare, e inoltre avevo anche una function venerdì al museo, e dovevo lavorare per quella, e poi il mio colloquio per lunedì, e mi sono preparato leggendomi una montagna di pagine, anche più di quello che dovevo, sennò era da spararsi, garantito. E meno male che se n’è andata. Ecco, cazzo. Ora esco e prendo il bus»

«Il colloquio? In vacca, pure quello. Ciao»

add to del.icio.us :: Add to Blinkslist :: add to furl :: Digg it :: add to ma.gnolia :: Stumble It! :: add to simpy :: seed the vine :: :: :: TailRank

L’economia dell’esperienza

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on novembre 26, 2007

Entrò in classe deciso, sembrava avere qualcosa per la testa. Si aggiustò gli occhiali sul faccione tozzo, prese posto in cattedra, calando la propria mole nella sedia come meglio poteva, e attaccò con un mezzo sorriso.

– Prima di iniziare, ragazzi, c’è una cosa; ne ho parlato col preside, che è d’accordo; visto che parliamo sempre di agricoltura, ma siamo inchiodati qui, volevo proporvi un’occasione per conoscere il territorio. Se siete interessati, ovviamente.

Noi dritti con le orecchie tese. Cosa avrà mai da proporre il buon Ermanno Placido, professore di estimo e agraria a Geometri, da richiedere l’approvazione del preside?

– Ecco, visto che è stagione, ho pensato di fare un’esperienza di vendemmia, per un giorno. Conosco un’azienda agricola appena sotto Rovereto, hanno dei campi dove stanno vendemmiando ora. Potremmo partire la mattina e tornare il pomeriggio. Un’esperienza pratica, non solo a guardare. Anzi, vi inviterei a vendemmiare proprio, specialmente se non l’avete mai fatto.

Suonava bene. Se abiti in Trentino, che cos’è una vendemmia lo sai per forza. Comunque, ci sono tanti di noi che abitano in città, discutevamo durante l’intervallo, valutando la proposta; e anzi, i più di noi magari non l’hanno mai fatta. Ma sì, andiamo, saltiamo un giorno, che non è poi male. Specialmente se è bel tempo.
Il professor Placido vide accogliere entusiasticamente la proposta di ‘esperienza formativa’, come la chiamò. La lezione successiva comunicò i dettagli della faccenda, sempre deciso e mezzo sorridente. Sapeva cosa faceva, quando ci si metteva.

Prendemmo il treno un martedì mattina, dalla stazione di Trento, con un biglietto collettivo. L’interregionale Trento-Verona, che allora si chiamava locale e fermava in tutte le stazioni, compresa quella di Ala, dove aveva sede l’azienda agricola. Fuori della stazione si prese a sinistra, e si camminò per un bel pezzo lungo la ferrovia, fino a quando la strada non svoltava e passava sotto. Da lì in poi, il professor Placido ci guidò per i meandri di stradine di campagna, come un cane pastore con il gregge, tra vigne, meli, strade sterrate o d’erba con solo le strisciate delle ruote dei trattori. Era tutto verde intenso, in una gamma di gradazioni diverse, dal pastello al petrolio passando per il verderame. Infilammo infine una stradina dietro un capanno degli attrezzi, e si arrivò al vigneto, dopo buoni venti minuti. Ad aspettarci c’era Lorenzo, un ragazzo della nostra età; guidava il trattore con dietro il rimorchio, dov’era sistemata la vasca per l’uva. Era solo. Divisi in tre gruppi, con imbuti, forbici, contenitori di plastica rossi e azzurri, attaccammo di buona lena. C’eravamo portati panini e bibite, una raccomandazione del professore.
Eravamo in ventisei. Finimmo di vendemmiare i sei filari di Marzemino a pergola semplice, lunghi un centinaio di metri ciascuno, intorno alle cinque di pomeriggio. Una maratona. Il treno di ritorno era alle 18:52, e allora si decise di prenderla un po’ comoda. Bighellonando, tirandoci gli ultimi grappoli rachitici rimasti appesi, fumando, tirando a indovinare sulla proprietà del campo.

Luigi, il proprietario, arrivò mentre stavamo per andar via. Il cognome non lo disse. Ma bastava guardarlo. Era corpulento, i modi spicci, il faccione tozzo con gli occhiali stile mutua. Proprio uguali a quelli del professore.

Collegamenti

Posted in leForme. Racconti [Italian], microStorie [Italian] by alcramer on ottobre 22, 2007

Erano tutti in fila, i sedici volumi di Conoscere. Più cinque volumi separati, un po’meno spessi, che erano una specie di riassunto degli altri. Stavano sul ripiano basso della libreria di camera mia, che prima era stata di mio fratello. Un mobile finto razionalista degli anni sessanta, che di razionale aveva poco, una cassettiera sospesa al centro, e sulla destra un mobile ad anta chiusa con i ripiani in vetro, che sembrava fatti per tenerci bottiglie di liquore. Come quei mobili bar di una volta, dove dentro ci trovavi le bottiglie di Vov e Vecchia Romagna. Ecco, io uno di questi ce l’avevo in camera. Sopra i volumi dell’enciclopedia Conoscere. Tutto il sapere del mondo, nella mia camera. I miei l’avevano comprata per mio fratello, quando studiava ai Geometri, ma poi lui cambiò e andò a finire all’Istituto d’Arte. Chissà se l’ha mai usata, l’enciclopedia.

Io mai, almeno nessuno dei sedici volumi. Una volta ci provai, e mi incasinai talmente tanto nelle referenze incrociate, che quando mia madre mi chiese come andava, le dissi che io lì sopra non ci trovavo niente. E lei si incazzò tantissimo, più per i soldi spesi a suo tempo, forse, che per la mia risposta. Che poi non era completamente vera; è solo che nei cinque volumi di riassunto praticamente ci trovavo tutto, più corto, e pronto da copiare sul quaderno. E perché avrei dovuto complicarmi la vita?

Quando sono sdraiato a letto, e chiudo gli occhi, succede a volte che vedo quella fila di libri. Li avevo a quell’altezza, tutti ventuno, con la sovracopertina rossa e grigia, e la scritta lungo la costola. I cinque su cui facevo le ricerche avevano gli stessi colori e la stessa scritta, ma cambiava qualcosa. Sotto la copertina plastificata, fronte e dorso erano rigidi e telati in beige. Le pagine erano grosse, lucide, con un sacco di foto. Non era male, forse, anche se a scuola avevano tutti l’enciclopedia iQuindici; non ho mai conosciuto nessun altro che avesse Conoscere. Chissà.
Vado su Google, per togliermi lo sfizio. C’è un link su eBay, uno solo, che riporta ‘enciclopedia conoscere’. Non ci credo quasi. Clicco.
ENCICLOPEDIA CONOSCERE / TENUTA PERFETTAMENTE / DEL 1970 / 21 VOLUMI.

Clicco sull’immagine. È proprio quella.
Anno di pubblicazione: 1970
Formato: Copertina rigida
Caratteristiche particolari: —
Genere: GENERALE

Guardo la foto. Fratelli Fabbri Editori. È vero, non me lo ricordavo. La vende un certo dpiuseller, che dev’essere un venditore di mestiere. Ha 52 feedback, tutti positivi, 100%. Forse un negozio dell’usato.
C’è anche un’offerta, fatta il 17 ottobre 2007, alle 14:55. Per un euro. Un certo Pazzluc. Anche lui ha un punteggio: 3 feedback positivi, 100%. (sempre il signor eBay che mi dice tutte queste cose.)
Mi verrebbe voglia di sapere dove abita, e perché gli interessi un’enciclopedia del 1970 in ventuno volumi che, lasciatelo dire, non era granché, da quello che ricordo. Ma forse sono prevenuto, in fondo ho usato solo i cinque volumi di riassunto.

Comunque. Clicco sui tre acquisti del suo rating. Pazzluc ha comprato, il 10 ottobre 2007 alle 18:45, COPPIA CAVIGLIERE POLSIERE 1,5Kg HIGH POWER NEWVITALITY. Sono quelle fasce appesantite che ti metti alle caviglie o ai polsi per fare ginnastica, o l’acquagym, se sei una donna. Pacco celere 3, per 10 euro.
Risposte veloci e pagamenti rapidi. Perfetto! Grazie.

L’11 ottobre alle 10:59 ha comprato invece 205/55/16 91V BRIDGESTONE ER300 TURANZA. Sono quattro pneumatici, Tutte le stagioni, Codice di velocità max omologata: 240 km/h, Larghezza dei pneumatici: 205, DOT (che non so cosa voglia dire): 1707, Spalla / Sezione: 55 (sono ribassati), Produttore: Bridgestone, Diametro: R 16 (infatti ha i cerchi delle ruote grandi), Tipo di auto: Berlina. Bè, che non aveva un’utilitaria me l’ero immaginato. Posta ordinaria, per 320 euro.
Comunicazione ottima. È un piacere fare affari assieme a lui.

Il terzo acquisto il signor eBay non me lo dice. Le informazioni dettagliate sull’oggetto non sono più disponibili perché il feedback è stato lasciato oltre 90 giorni fa. Pazienza.
Però c’è ancora il feedback:
Risposte veloci e pagamenti rapidi. Perfetto! Grazie. Mmh. È uguale al primo.

Chissà. Uno che va a correre coi pesi, guida una macchina coi pneumatici ribassati, e vuole comprare ventuno volumi di Conoscere del 1970. Non sono cazzi miei, lo so. Ma non ve lo siete chiesto anche voi?

Ricontrollo l’offerta di acquisto
Al momento: EUR 1,00
Fai un’offerta >
Ora di scadenza: 26-Ott-07 22:38:51 CEST (3 giorni 21 ore).

Tempo rimasto: 3g 21h 55m
Vado a dormire.

add to del.icio.us :: Add to Blinkslist :: add to furl :: Digg it :: add to ma.gnolia :: Stumble It! :: add to simpy :: seed the vine :: :: :: TailRank

Cobol

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on settembre 3, 2007

[Pubblicato su Daemon Magazine online]

Cavicchio… Cavicchi…Ingegner Cavicchi.

Ah, ecco, mi pareva. Ha la faccia da ingegnere. Ingegner Cavicchi.

Proprio.

All’istante, mi blocco, mi giro, guardo i due commessi del supermercato che stanno confabulando tra loro, mi chiedo, mi rispondo, sì, Cavicchi, stanno parlando proprio di lui, penso, mentre sono in fila alla cassa. Non può essere che lui, non ho mai sentito un altro ingegner Cavicchi, e anche se ci fosse, questo è il mio, ne sono sicuro. Lo conoscono anche loro, allora. La faccia da ingegnere. La stessa faccia di molti anni fa, a casa dei miei, in cucina. Un tipo alto, talmente stirato e lucido da sembrare goffo, con addosso dei colori improbabili. Da ingegnere, forse, non so.

Si preannuncia al telefono, parla con mia madre. Le dice che ha visto i miei voti a scuola, e per questo l’ha contattata, se gli era permesso, perché ha un’offerta da fare, da farmi, una proposta importante per il mio futuro. Nel campo dell’informatica. Arriva a casa, ci sediamo in cucina. Si presenta, Ing. Cavicchi dell’INTI, Istituto Nazionale Tecnologie Informatiche. Ho visto i voti di Marco, impressionanti. Ecco, noi offriamo ai migliori talenti, che selezioniamo attentamente, la possibilità di un’istruzione specialistica, nel campo dell’informatica, un corso per programmatori di linguaggio Cobol, praticamente una garanzia per un lavoro ora molto ricercato e pagatissimo, guardi qua. Tira fuori ritagli del Corriere, con annunci di lavoro per programmatori, analisti programmatori, esperti informatici.

Prometteva bene, l’incontro. Peccato che né io né i miei avessimo idea di cosa fossero quei lavori. Peccato che allora stessi facendo geometri, e non scienze informatiche. Peccato che non sapessimo cosa fosse il Cobol, e nemmeno a cosa servisse, e perché mai l’ingegnere veniva a cercarci a casa, a ora di cena, apposta per farci firmare un contratto. Ma firmammo. Mio padre firmò. Mia madre stette a guardare, accennò che forse era meglio telefonare a Valerio, mio fratello grande, ma l’ingegner Cavicchi disse ma signora, ma sta scherzando, ma gliel’ho fatti vedere, tutti quegli annunci sul giornale, vuole rivederli, e glieli tirò fuori una seconda volta, là, stesi sul tavolo di cucina, tondo, bianco, anni ottanta, con le gambe color legno. E io dissi, mamma, ma dai, cosa vuoi sentire, è ovvio che se non la prendo ora, l’occasione, cosa devo aspettare? E così andai, alla prima lezione di corso, con la valigetta di finta pelle con dentro le prime dispense incomprensibili che l’ingegnere aveva lasciato, in cambio di quattrocentocinquantamila lire e una stretta di mano sorridente. Ma quello che doveva tenere il corso all’ora e al posto dove ci disse l’ingegner Cavicchi, non c’era, e c’eravamo solo noi due, io e un’altra disgraziata, che s’era già pentita di aver firmato, e aveva anche firmato lei, perché era maggiorenne. Tornai a casa, e dissi che non c’era. Che forse l’avevano spostata, la lezione. Che l’INTI era nazionale, una cosa seria, non poteva essere una fregatura. E telefonai, dopo, a quel numero, e mi risposero, e mi dissero di sì, che in effetti la lezione l’avevano spostata, ed era strano che non mi avessero avvertito. E mi ridettero un appuntamento. E ci andai, di nuovo, e mi ritrovai in una stanza presa in affitto con dieci altre persone che, come me, non sapevano cos’era il Cobol, e neanche cosa fossero quelle dispense fotocopiate che tutti avevamo nell’identica valigetta marrone, e si andò avanti così, a diagrammi col pennarello sulla lavagna e dispense fotocopiate, senza mai l’ombra di un computer da usare, per quindici settimane, quattro mesi, e alla fine ci rilasciarono il certificato di frequentazione di un Corso Superiore per Programmatori Cobol.

Contorsioni

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on agosto 31, 2007

[Pubblicato su Daemon Magazine online]

Quell’urlo, mio, dalla pancia, proprio da lì. Non era mai successo prima, che avessi bisogno di urlare, per strada, mentre camminavo, e mi rodevo, e piangevo, e mi dicevo ma guarda te che cazzo, è successo, non ci credo, è successo.

Aggancio la cornetta, con mio fratello piccolo che mi guarda dal tavolo di sala. Devo portarlo a mangiare fuori, sta aspettando me, ma io sono al telefono, appeso al telefono, attaccato al telefono, con quella voce dall’altra parte che mi dice, sì, ci siamo baciati, mi dispiace, era una cosa così, e poi abbiamo mangiato assieme, e poi, niente, ecco, insomma, ha passato la notte da me. C’ho dormito assieme. Sì, abbiamo scopato. Non sapevo cosa pensare, non ero sicura di te, di quello che ci eravamo detti, insomma, forse è stato anche per mettermi alla prova. Sì forse è così, perché dopo non ho più provato niente per lui, nessun dubbio per noi, forse è stata la cosa che mi ha fatto volere te, che mi ha fatto sicura, ma è successo, mi dispiace. Mi dispiace, ma meglio così, che sia venuto fuori, che tu l’abbia saputo per caso, da lui, anche se non voleva dirtelo magari, ma l’hai capito lo stesso. È meglio che tu me l’abbia chiesto, sai, molto meglio.

Sì, forse è molto meglio che io sappia, che lo sappia, ma non volevo sapere, ho lo stomaco che mi scoppia, ho voglia di massacrare qualcuno, quel tizio, William, o qualcuno di quelli, o non so chi, e non so come tenermi dentro questa cosa che fa male, rode, si rigira, deve uscire, ma Antonio è lì che mi aspetta, con il telefonino in mano, mi guarda, fa finta di niente, di giocare, io parlavo anche a voce bassa, quando le ho chiesto ma ci sei anche andata a letto, e lei mi ha risposto, sì, mi dispiace, c’ho scopato, è successo, e come faccio a fare finta di niente con Antonio, che cazzo, è anche venuto a trovarmi apposta, da casa, da solo, per andare a mangiare la pizza assieme, come faccio, ora, come.

Esco, usciamo, gli dico, mi spiace, ho avuto cattive notizie, forse stasera non sono in vena, sai, però c’andiamo lo stesso, ok? e lui tira su col naso, e mi dice va bene, che per lui è lo stesso, se non ne ho voglia, ma so, io so, che è meglio far qualcosa, lo so, è molto meglio, e allora gli dico, dai, vieni, andiamo, quella dell’altra volta va bene? e lui mi guarda adulto da sotto in su, e mi dice ok, andiamo, e usciamo, e proprio a quel punto, mentre cammino davanti a lui, mi scoppia l’urlo, mi esce, non lo trattengo, mi piego, spalanco la bocca, e urlo.

Il giorno più bello della sua vita

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on luglio 24, 2007

1.
La strada me l’ha spiegata lei al telefono, figuriamoci. Suada vive a Berlino da sei anni e ancora non azzecca una pronuncia. Per non sbagliare, mi sono fatto ripetere il nome del locale, e l’ho riconosciuto, quel nome. Due giorni fa mi hanno detto che era il posto degli artisti. Una volta, forse.

Arrivo in ritardo. Metto l’orologio avanti dieci minuti, mi segno gli appuntamenti un quarto d’ora prima, gli orari dei voli anche mezz’ora prima. Sono riuscito a perdere quattro aerei.
Il locale fa molto nord Europa. Legno scuro alle pareti, rame intorno al bancone e odore di birra. C’è una borsa di plastica turchese ai piedi di Suada. È enorme, e proprio turchese. Mi sa che sono un pezzo avanti con le bevute, dal numero di bicchieri sul bancone. Saluto e bacio prima lei poi Georg, e ordino una Weißen. Stasera Suada indossa uno dei suoi abiti stretti che la rendono ancora più minuscola, se possibile. Uno di quelli grazie ai quali mi presi una mezza cotta per lei, quando stava già con Georg. Ci baciammo. Ci strusciammo i genitali appoggiati a un muro di Kreuzberg, una volta. Poi mi fece gentilmente capire che se in teoria ci saremmo fatti volentieri, in pratica non sarebbe mai successo. Questione di sentirsi a posto con sé stessi, prima di tutto. Ci riprovai poco convinto dopo qualche mese, gli uomini ci riprovano sempre prima o poi. Stesso risultato, lasciai perdere. Da allora le parlo senza volerla portare a letto, neanche fosse lei a chiederlo. Piccole macchinazioni, funzionano.
Stasera c’è qualcosa che infastidisce Suada ma ci metto un po’ a realizzare. Forse il barista. Sono in due dietro al bancone. Uno è seduto su uno sgabello alla cassa e dice al secondo cosa preparare quando la gente ordina. Non è il proprietario, credo sia semplicemente fumato fino alle orecchie e non possa fare altro. Almeno questa è la mia diagnosi, ad occhio. L’altro sembra uno stronzo ma con il collega si comporta bene.

Collega, come quelli di lei. Gli scrittori suoi colleghi. Non che Suada faccia soldi scrivendo, e dire che non scrive male. È che partecipa poco al “processo distributivo” come lo chiama lei. O meglio, non lo cerca affatto. Ci sono quelli che scrivono e non pubblicano, e neanche ci provano. Non ha mai cercato un agente, mai inviato racconti o bozze a case editrici e concorsi, niente di niente. Scrive e basta. Ha di che vivere, risparmi accumulati in una vita di lavoro non sua, e li usa per fare quello che le piace. Il senso di colpa si è messo in moto da tempo, difficile fermarlo, e così chiama colleghi gli scrittori, ed enunciandolo, rinvigorisce una sua etica.
Ha incontrato Georg alla presentazione di un libro. Parlando dei prezzi degli affitti e delle cacche di cane per la strada hanno bevuto prosecco da sottili flùtes. Svegliandosi, lei ha notato la biancheria intima di lui ma c’ha passato sopra una mano di cera per ravvivarla, almeno nella memoria. Quella e molte altre volte. Lui è del giro, assistente di un capo redattore. Giornali e riviste, non libri. Comunque del giro. Vite in affitto, i soldi che arrivano dai risparmi dei genitori morti, per lei, da quelli dei genitori vivi, per lui. Non sono i soli ad arrangiarsi così in questa città. Vederli assieme al bancone del bar mi fa pensare a Berlino come a un enorme parcheggio di vite vissute, in attesa di rimozione. Loro due. Quand’era? Credo quattro o cinque anni fa. Sono passati da una presentazione all’altra, da un reading all’altro. Tra un prosecco e un pasticcino anche la biancheria intima piano piano è migliorata.

Parlano degli ultimi giorni di preparativi, di invitati, di logistica per il trasporto di parenti. Di ferie, documenti, e scadenze. Mi distraggo, guardo in giro, scalcio più volte nel borsone turchese. Un quadrato di luce gialla mi appare disegnato sulla parete, riflesso da fuori. C’è del fumo che sale dal tavolo dietro di noi, e l’avevo quasi dimenticato, che dentro si può ancora fumare. Chissà per quanto ancora. Continuo a domandarmi di questa storia dello sposarsi. Non c’ho mai pensato. Sono talmente ben assortiti che non vedo perché no. La cosa in fondo al mio cuore molle provoca tenerezza e spiazzamento. È solo che non c’ho mai pensato. Ho sempre creduto di essere cinico a riguardo, ma lo sono veramente? Certo ora mi sento un po’ a disagio, con questi due accanto.
Ci mettiamo dieci minuti buoni ad attirare l’attenzione del barista in movimento. E dire che quando hai quarant’anni dovresti essere in grado di ordinare da bere con un cenno della mano. L’ho letto nel libro delle regole, quello delle donne. Le cose che dovrei saper fare per impressionarle. A questa regola del bar, da solo, non ci sarei mai arrivato. Ordiniamo. Ci mette altri cent’anni a portarci da bere. Sgarbato è sgarbato. Suada minaccia di andarsene, ma a noi due che il servizio ritardi non fa né caldo né freddo; si vede che l’attenzione maschile per queste cose langue. Alle donne come Suada invece dà proprio noia. Più curiosità infastidita che noia, e Georg non sembra notarlo. E lei è fatta così, comincia a inveire dolcemente, e vedendo che il suo compagno è su un pianeta poco distante ma irraggiungibile, si rivolge a me. Io ascolto e non dico nulla. Dopo un dieci minuti di conversazione Georg, quello che tra otto giorni si sposa, e proprio con lei, all’improvviso salta fuori dall’acqua, come un salmone controcorrente. Perché non glielo dice lei, al barista, che è uno stronzo? Lì, seduta stante, sul muso, e la faccia finita. Nello sconcerto, io lo capisco quasi ma non ho le palle per ammetterlo, e poi non sono affari miei.
«Non mi interessa minimamente averci a che fare. È uno stronzo e basta.»
Mi infilo dentro la conversazione, cambio discorso, devio su conoscenze comuni, ci provo, ma decisamente non riesco. Dopo un po’ quel cristo benedetto ci torna sopra.
¬«Sembra quasi che ti piaccia.»
L’ho pensato anch’io e non l’ho detto, vedi sopra. Il nervoso di Suada monta su per la schiena. Lo vedo salire da sotto il vestito, lungo la spina dorsale. Ripete come stanno le cose, e si mette a parlare di altro. Che donna, mi dico.
«Allora, te lo faresti o no? Non parli d’altro stasera.»
Georg, vaffanculo. Non so più da che parte guardare. Sguardi rabbiosi si incrociano con rivoli di fumo. Mille pensieri suonano all’unisono nella testa di Suada, e posso quasi vederli.

Prenderlo a sberle farmi il barista stronzo lasciar qui voi e i preparativi e quali drink ordinare e la registrazione come coppia e mia zia e mia sorella piccola che arrivano domani notte e quella stronza dell’altra sorella che non mi sopporta, sempre a ripetere che non faccio niente dalla mattina alla sera ed è anche vero ma che le frega? e tutto il tempo passato proprio con lui che ancora non si accorge che sono incazzata perché non reagisce a queste cose, non reagisce mai a niente proprio lui cinque anni dormendoci assieme scopando mangiando prendendolo in bocca entrando nuda in bagno lasciandomi guardare le gambe e se penso a quelli con cui poteva funzionare o alle sane scopate ma invece no, una relazione è basata sulla fiducia e prendere gli avanzi dal suo piatto e lasciare le sue mani imboccarmi, che non l’ho mai fatto fare neanche a mia madre e questo che non mi ascolta ma come cazzo è possibile?

Andiamo avanti a parlare di città italiane con fiumi che le attraversano, di colori delle facciate ocra, gialli e arancio. Tutto scorre, come la vita. Forse. Con la coda dell’occhio la vedo tornare dal bagno, e intuisco che al nostro angolo non arriverà mai. Infatti si ferma a metà strada, e io e Georg ignoriamo bellamente la faccenda ma sappiamo che è lì, densa da tagliare a fette. Il barista mobile si deve sporgere sopra la spina della birra per parlare all’orecchio di Suada. L’altro, quello fumato, o che penso tale, ha pompato lo stereo a volume osceno e gli va bene così tanto chissenefrega di voi tutti.

Quando non possiamo più far finta di niente, quando ormai è evidente che la guerra è aperta e i colpi bassi sono ammessi, Georg mi dà un’occhiata complice che non raccolgo. Ma andiamo avanti, stoici. Altre birre, e anzi, prendiamoci anche dei salatini, così vanno giù meglio. Per l’occasione si sveglia anche il fumato, o presunto tale, e stavolta serve lui. E dopo, alla fine di tutta la messinscena, dopo aver finito i salatini e averli anche ripresi, Georg si alza e va a dirle che vuole andare. Ritorna dalla missione con l’occhio un po’ spiritato, e infila il giaccone, come per uscire, e io lo seguo a ruota non sapendo cos’altro fare, e prendo il mio maglione pesante. Restiamo lì, davanti alla porta. Mi ero scordato di quel mezzo baule di plastica turchese che stava ai nostri piedi. Mi giro e lo guardo, soppesandolo, valutando quanto sforzo ci vorrà a trasportarlo, e chiedo cosa sia, e mi dice che è di Suada, che non sa. Non sembra gli importi granché. Domanda fuori luogo – beeeeep – errore. Anche per lui. Sente di dover rimediare ma non si permette di farlo. Io sono lì nella sua testa che lo giudico un’idiota. Sembra proprio una messinscena, di quelle patetiche, e noi ci siamo dentro.

Però non si può mica rompere i coglioni così tutte le volte che incontri uno forse interessante o forse solo stronzo e allora vuoi attaccar briga e va bene che anch’io non faccio caso a queste cose ma tanto ci saresti arrivata lo stesso tanto sei fatta così… Pensieri stampati in faccia. Brutta bestia, l’orgoglio.

Il barista è un buon intrattenitore anche se stronzo e sgarbato, o forse è proprio quello. Io e Georg riusciamo a intavolare una quantità di argomenti insospettabili, a partire da amicizie in comune e di città nelle quali queste persone vivono, e insomma Georg alla fine torna là, alla spina della birra dove Suada e il barista stanno ancora parlando, e le dice qualcosa all’orecchio. Anche lui, come il barista. Lo vedo tornare più spedito di prima e uscire tirando dritto davanti a me. Lo seguo poco convinto. Dopo un po’ Suada, ancora meno convinta, con la giacca di pelliccia ecologica sulle spalle. Si ferma davanti alla porta. Torna indietro e prende il pacco, smisurato per le sue gambe. Non sembra pesante.

Fuori, faccio per prendere la mia strada.
«Perché lo hai fatto? Che cazzo di bisogno c’era?»
E altre frasi che non capisco e non voglio capire. Siamo appena aldilà della porta, nel freddo invernale di Berlino. Sento ancora l’odore di birra, mescolato a quello di neve sciolta. Devo salutarli, non voglio sparire così. Devo almeno aspettare che mi guardino. Suada è girata verso di lui. Sento le frasi a bassa voce.
«Perché mi andava. Punto e basta. Altro?»
Lui duro, lei gelida. In quanti film l’avrò visto? E ora ci sono dentro? Che fa lui, la pianta lì e se ne va? Non ci credo. Georg la guarda si passa le mani sulla fronte le mette in tasca e inizia a camminare verso Koppen Platz. Da solo. Cerco di capire se si ferma, se si fermano tutt’e due. Macchè.

Sparisce dietro l’angolo. Guardo lei. Non sembra incazzata ma lo sta per diventare nel giro di qualche nanosecondo. Mi muovo come di traverso, come per prenderla alla larga, con una cautela estrema. Inizio a camminare verso lo stesso incrocio che ha inghiottito Georg, le scale della metropolitana partono un po’ più avanti. Le hanno costruite di sbieco rispetto al marciapiede. È come se i progettisti della metropolitana fossero indecisi se allinearle verso Rosenthalerstraße o verso Auguststraße e così le hanno piazzate a quarantacinque gradi. Mentre penso ai meccanismi logici di un ingegnere tedesco, mi ritrovo seduto nella metropolitana, di fianco a Suada. I sedili mimetici blu e rossi, il metallo giallo, il fasciame di legno marrone. Il rumore fischiettante della metropolitana di Berlino. Il vagone è pieno, giovedì sera, quasi fine settimana. Io non parlo, lei non vuole dire. Mi chiede dove scendo e mi dice che va bene anche a lei. Stazione, bottone verde, scendiamo. Proprio vicino alle scale d’uscita.
«Il pacco!»
Il mio urlo da libro della giungla. Mi volto e vedo le porte chiudersi in quell’istante. Con quali finezze a volte la vita prende per il culo.
«Il pacco! È dentro!»
Lei mi guarda e non dice nulla.
«Merda, Suada, e ora? Andiamo al capolinea col prossimo, o telefoniamo… si ritrova, dai. Li tengono, mica li buttano.»
Io preoccupato, volenteroso. Aspetto una sua risposta, che tarda.
«Mi dici cosa c’è dentro, un morto?»
«Sì, proprio. O quasi. Guarda, lasciamo perdere. L’ho ritirato oggi, prima di vederti. L’ho voluto portar via in anticipo per provarlo, e rifinirlo a casa con mia zia e mia sorella. Non avevo voglia di stressarmi l’ultimo giorno, tanto io non ingrasso né dimagrisco. Mai. Neanche ora, scommetto.»

2.
La BVK, la compagnia dei trasporti berlinese, lo ha battuto all’asta otto mesi dopo. Tra gli oggetti dimenticati e mai reclamati. Magari qualcuno, alla fine, quel vestito bianco l’ha pure indossato. Per il giorno più bello della sua vita.

Seven/11

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on giugno 7, 2007

Mi precipito nel primo negozio aperto fuori dalla stazione, non mangio da otto ore. Appena entro alla radio attacca “Take my breath away” e io non ricordo mai chi la canta. È un Seven/11, uno di quei negozi aperti sempre, e dietro al banco un ragazzo dalla faccia simpatica che mi guarda interessato.
«Sei arrivato giusto in tempo!»
Si riferisce all’attacco della canzone, ma rimango un paio di secondi interdetto.

A me piacciono gli hot dog. Con la senape, e magari anche i crauti. Qui in Danimarca fanno il fransk hotdog, alla francese; molto semplice, il salsicciotto infilato in un panino tondo cavo dove prima ci mettono senape, o ketchup.
«La canzone!» – mi dice – «non ti piace?»
«Eh?… Sì, non so… Sì, è una bella canzone.»
«A me le canzoni dure non mi piacciono tanto. Sono violente. Ti confrontano come gli avessi fatto un torto, a chi le canta.»

Gesticola parlando. Come un italiano, penso. Mi spiega che lui, anche se è giovane, si sente più a suo agio quando le canzoni lo avvolgono, per così dire, e non gli si mettono di fronte. Quando si può lasciar andare e fantasticare un po’. E aggiunge:
«Lo so, vedi, forse ti sembra strano ma a me succede così.»
È un bel ragazzo, capelli e occhi scuri, forse di origine mediorientale. Parla con le mani, ma anche con gli occhi. Sorride mentre mi guarda e per un attimo mi passa per la testa che sia gay, tanto sono rare queste cose qui. Poi però mi lascio andare. Gli dico che in realtà ascolto di tutto, e che in effetti anche a me piacciono le canzoni che avvolgono. Mi fanno sentire bene, con un senso per la mia esistenza. Tutto con una canzone. Quando vengo a sapere che gli piacciono i Queen, esito.
«E molto i Beatles…»
Mi riprendo. Gli accenno a Johnny Cash, ma non lo conosce. Mi confessa che “Take my breath away” gli ricorda quando amava una ragazza, e che ora tutte le volte che la sente si emoziona.

Sono in piedi davanti alla cassa, con il fransk hotdog in una mano e una manciata di monete calde nell’altra.
Mi decido a pagare e mi accorgo che dietro ci sono tre persone, tutte che ascoltano incuriosite la nostra conversazione. Lui stasera è l’unico commesso del negozio. Credo che abbiano capito che non ci conosciamo, e forse per questo ne sono affascinate, come lo sono io. Tutti sorridono. L’atmosfera ha un qualcosa di effimero.

Esco contento smangiucchiando il mio hot dog. Penso che quasi ogni sera, di ritorno dalla stazione, passo di qui, ma non mi sono mai fermato. Quasi quasi gli copio un cd di Johnny Cash.

La gentilezza degli estranei

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

[Pubblicato online su A.L.I. Associazione Libera Italiana, 2007]

1. Alex

Rune non mi vuole più. Lo capisco da come non risponde alle domande, da come saluta, da come sparisce la mattina. Non volevo venir qua per sapere questo, era meglio stare dov’ero. Fuori la città brulica, contrariamente al mio dentro. Venditori di fazzoletti accanto a bilance pesapersone. Commercianti di canne da pesca lungo un ponte. Ieri sono passato davanti a un negozietto di catene per navi e ganci per gru. Entri e compri una catena da attracco per petroliera. Hanno anche due vetrine, con i rotoli di ferraglia esposti. Questa posto mi dà l’idea del corpo di un’adolescente, una ragazzina di tredici anni, con seno, fianchi e vita da donna, ma gambe troppo lunghe, movimenti dinoccolati, e un viso che non si sa come classificare. Potrebbe essere una bambina o una top model. Istanbul.

Arrivo al piccolo caffè, è vicino a un palazzo antico. Sulla facciata c’è il nome di Garibaldi. Dentro, due targhe di marmo con una dedica della Società Italiana Lavoratori, in occasione del cinquantenario. Chi ci abitava in quella casa nel 1913? Che comunità italiana c’era a Istanbul? Dev’essere ancora di proprietà dell’ambasciata, c’è una bandiera fuori, anche se un po’ nascosta. Giro intorno al palazzo e salgo la stradina laterale. Siedo a un tavolino basso con sedie da bambini.
Due tavoli più in là, viso non troppo fresco, occhi azzurri, jeans e canottiera, una donna si dà un gran daffare per comunicare con una generazione distante. In inglese. Ha una gran borsa con dentro giornali e riviste. Mi chiedo cosa faccia. Lavora in qualche servizio culturale della biennale? Giornalista? Fotografa? Sembra annuire a un uomo seduto al tavolo a fianco. Uno elegante, sobrio. Pantaloni grigi e camicia bianca. Scarpe lucide. Che si sta lamentando perché é mezz’ora che aspetta, pare che lo facciano apposta. È incazzato come non mai.

Li osservo con la coda dell’occhio. A guardarla bene, penso proprio che sia qui per la mostra. Ho anch’io il catalogo della biennale sul tavolino. Non ho ancora visto nulla e sono qui da tre giorni. Non ho palle per fare nient’altro che compartirmi. In fondo la biennale era solo una scusa per rivedere Rune. L’uomo inveisce e se ne va. Il cameriere si guarda bene dal fermarlo. Lei guarda entrambi, poi si gira verso di me. Ricambio il suo sguardo. È una bella donna, sui quaranta, un po’ sovrappeso.

Lo schienale della seggiolina fa male, o forse è solo la mia schiena a essere più insofferente. Fisso la striscia gialla sul muro segnata dal bordo delle sedie, caffé dopo caffé. Una ferita aperta che non sanguina.
Il caffé turco varia molto. Qui lo fanno denso ma non troppo, saporito. Lo portano già zuccherato, basta chiedere senza zucchero, medio zucchero o molto zucchero. Non si gira, sennò la miscela risale a galla. Quello di ieri, in un altro posto con sedie e tavoli ad altezza normale, era troppo denso e la miscela del caffé non riusciva a depositarsi sul fondo. Ho bevuto caffé macinato.

Eva è arrivata a Istanbul da sola, tanto sapeva che avrebbe visto un sacco di gente conosciuta, anche loro qui per lo stesso motivo. E infatti ieri sera, mi dice, si è imbattuta in almeno dieci persone che bazzicano la scena artistica. Che culo, mi verrebbe voglia di dirle. Ma sto zitto. Mi racconta cosa le è successo.
Girando per viottoli, si rompe un tacco. In strada, ovunque, ci sono lavori per adeguare le infrastrutture a quella che dovrebbe essere la più grande metropoli europea dopo Mosca. La pedonabilità ne risente un pochino, per usare un eufemismo. Entra in un negozio che vende pelle, chiede se lì vicino c’è un calzolaio. Dietro il banco, un signore distinto coi capelli bianchi. La fa accomodare, valuta il problema, parla al telefono. Arriva un vecchietto che prende la scarpa, sparisce, e dopo dieci minuti torna col tacco nuovo. Le scarpe sono bianche, non proprio roba che si trova facilmente. Le chiedono anche l’altra scarpa. Eva tergiversa un po’, confusa, ma alla fine si arrende benevola ai due. Altri dieci minuti, altro tacco nuovo e perfetto. Le offrono anche il tè. Alla fine si alza, ringrazia e fa per pagare, ma i due non accettano denaro. Niente di niente. Un grazie e basta.
Una di quelle giornate che non ti aspetti. Ma mi ci metto anch’io. Eva è qui da sola. Fa la curatrice di un museo a Basilea e non si perde una biennale. Il suo uomo fa il grafico e a lui l’ambiente dell’arte fa proprio schifo. Quando la incontro mi dà l’impressione di essersi cucita addosso un vestito da curatrice-giramondo. Sembra che in fondo desideri un’altra vita, e a questo punto non possa tirarsi indietro. Ma forse é solo una mia proiezione.
Esce dal negozietto confusa, felice. Entra in un bar e si mette a chiacchierare con uno straniero, che da venti minuti sta aspettando un tè. ll tizio accanto, munito di catalogo della biennale – e che poi sarei io – la sbircia con vago interesse. Si presentano, chiacchierano, decidono di mangiare qualcosa assieme.

Eccomi qua. Con una donna del quale so appena qualcosa e ciò mi basta. Rune dev’essere già tornato alla guest house a quest’ora. Chissà cosa penserà non trovandomi. Un po’ per i soldi, un po’ perché non sono pratico della città, in questi due giorni è finita che ero la sua ombra. Certo oggi non mi può dire che sono a traino. Anzi, le propongo di andare a vedere la Torre del Galata. C’é un edificio a fianco, il portone è sempre aperto, basta spingerlo e si sale su fino all’altezza della torre, e non c’è mai nessuno. Mi c’ha portato ieri Rune. Credo di poterlo ritrovare.

Camminiamo fino al Galata. Nel mezzo del quartiere c’è la torre, circolare, in pietra. Piena di gente. Andiamo avanti. Eva mi sembra contenta. Quando mi parla mi guarda negli occhi, e mi sento un po’ in imbarazzo. Ho avuto altre storie con donne, ma mi sento sempre impacciato. Come se dovessi dimostrare qualcosa che non ho, o che non sono. Entriamo nel portone. Ci sono degli uffici pubblici per gli infortuni sul lavoro o qualcosa del genere. Comunque sia è sempre aperto. Andiamo su.

2. Eva

Bella questa cosa. Mi ha portata fin qua, all’altezza della Torre, solo un po’ più a destra. Sul Bosforo c’è una quantità di navi, barche, petroliere, cargo, pescherecci. È la prima cosa che ho notato ieri venendo dall’aeroporto. La strada segue la costa europea da nord verso sud, l’ho seguita col dito sulla cartina. Sulla terrazza del tetto chiacchieriamo, fumiamo, ridiamo. Un’interminabile fila di navi, dentro fuori e attraverso Istanbul. Barche e pescherecci hanno sempre il via libera, mi dice. Le navi stazionano alla larga prima di avere l’ok per imboccare il Bosforo. Forse non è vero, ma sembrano rapide nonostante la stazza. Dei gran lumaconi che pensi ci metteranno una vita per rullare e procedere, ma non è così.

Non so come prenderlo. Forse ho detto qualcosa di strano e non me ne sono accorta. S’è rattristito d’un colpo. Ormai è andata. Godiamoci il momento. Chissà Lukas cosa direbbe a vedermi qui. Lui che non sopporta le biennali, men che meno gli artisti. Tutti froci, pare. Non lo dice ma lo pensa.

– Devo andare, domattina lavoro e mi alzo presto.
Uno scatto in piedi, a metà sigaretta. Avevo capito che era qui con un suo amico. Un po’ a malincuore scendo anch’io, lo saluto, gli do un bacio sulla guancia. Buona fortuna e arrivederci. Vedo un taxi e mi sbraccio, d’un tratto l’aria è pesante. Mi giro e lo guardo. Ci penso, ma poi non gli lascio il biglietto da visita. Va bene così, e buonanotte. Chiedo per il London Hotel.
Mi monta una specie di rabbia. Voglio fumare. Ho anche lasciato la borsa aperta, che cretina. Il pacchetto mi viene in mano da sé. Mi fermo. C’è come troppo vuoto. Un pensiero balordo. Mi si scaldano le tempie. Prendo la borsa sulle ginocchia, cerco. In quel momento, so. Non ho più il portafogli. No, aspetta. Tiro fuori giornali e guida, specchietto e agenda, tiro fuori tutto quello che c’è dentro. Faccio segno al taxista che non capisce. Continua ad andare. Fermati, cazzone, fermati. Dove cristo vai, non capisci? Mi ha fregato il portafogli, il portafogli. I soldi. Le carte. Aspetta. Mi guarda prima nello specchietto, si gira, continua a guidare.

– No money. They stole my purse. No money, you get it?
Non volevo fare una scenata. Ma che cazzo. Fermati. È fermo. Mi guarda. Mi sento addosso lacrime. Devo sembrar stupida e sono invece imputtanita come non mai. Con me stessa, per lo più. Alla fine lo guardo. Aspetta, lui. Aspetta di sapere cosa voglio fare. Cosa voglio fare?
Rimetto tutto dentro e chiudo la lampo. Ora la riapro, e tutto sarà come prima.

– Where the money?
E che ne so? Gli dico forse sul tetto del palazzo, forse è scivolato quando ho preso il pacchetto. So bene che non è così. Lukas m’ha scassato le palle per anni perché chiudessi la borsa quando vado in giro. Lui tutto precisino. E ora la chiudo, senza rendermene conto. Anche quando prendo l’accendino, apro e chiudo tutte le volte.

– Ok, mi fa lui, come dire, sali che torniamo indietro.
– Ok, dico io.
Le lacrime sono passate, ma rimane il nervoso. Se davvero è stato lui, quel figlio di puttana. No, Eva, fermati. Magari l’hai solo perso. Magari è sul tetto.
Già, il tetto. Il panorama.
Il taxi torna alla Torre del Galata. Io la richiudo sempre, la borsa. Si ferma davanti all’ingresso. Il portone dove siamo entrati prima è un po’ più a destra. Devo cercare quel portone, ma forse è sull’altra via, non mi sembra qui. Scendo.

– I… I don’t have money.
Non l’hai ancora capito? Via, và! Mi allontano dalla macchina, isterica. Attraverso la strada per vedere meglio gli ingressi. Era di legno coi vetri in alto. Faccio tutto un pezzo di strada in discesa, ma non riconosco il portone. Neanche il palazzo. Mi sembrano tutti uguali. Merda. Sento un clacson. È il taxista che non se n’è andato. Mi chiede cosa c’è, un’altra volta. Non è facile capire una in stato isterico tignoso. Mi dice a gesti di montare in macchina, mi può aiutare. Boh. Vado, tanto peggio di così. Giù verso il mare, ma non attraversa il ponte. Non riesco a pensare, ora. Mi affido a lui. Mi sento scarica.

– You go to friends, my friends. You help. They speak English.
Almeno quello. Parcheggia fuori da un portoncino. C’è una targa, Altyazi FilmLab. Si affaccia un tipo capellone in maglietta militare e jeans. Un altro è dentro. Dopo qualche parlottamento, finalmente si rivolgono a me in inglese. Spiego, poco convinta, e forse poco convincente. Sono le undici di sera in un appartamento di Istanbul con tre uomini che non ho mai visto prima. Mia madre mi darebbe della scema. Mio padre, lasciamo perdere. Non ha mai capito cosa faccio, o non ha mai voluto capire.

Siamo in uno studio di post-produzione. Due tavoli con doppi computer, mixer, monitor. Metri di cavi sparsi sul pavimento, e un tavolone in fondo alla parete con scartoffie, custodie di plastica, fogli, dvd. In fondo ha un suo ordine, nel casino. I due stanno lavorando, come dice la targa, al montaggio digitale di un film. E sospendono ogni cosa.
Il taxista rimane ancora per un po’, il tempo di preparare un tè, poi sparisce. Lui lavora, di notte. Cercano di tranquillizzarmi facendomi parlare e imprecare. Mi vedo, e vedo loro, come se fossi fuori da me stessa, in un angolo della stanza. Una spettatrice. Ci riescono. Bevo il tè. Si lanciano in rete e mi danno i numeri da chiamare per bloccare le carte. Mi danno telefono e bloc-notes. Chiamo, mi rispondono dopo un’eternità. Blocco tutte e tre le carte.

– Globetrotter, you know…
Mi prendo anche in giro da sola. Domani penserò a patente e tessera sanitaria. Ai quasi duecento euro è meglio che non ci pensi proprio. Passo circa mezz’ora lì dentro. Si offrono addirittura di portarmi alla polizia per la denuncia. Avevo deciso di rimandare a domattina, ma forse è meglio levarsi dagli impicci ora, freschi di reato. Altro giro. Due ore di snervamento. Era meglio se andavo a dormire. Loro però rimangono lì, anche se il poliziotto ammiccante parla inglese. Ma da dove sbucano questi due?

– What hotel are you staying?
Do forfait. Mi arrendo. Ho capito che mi accompagneranno fino a Basilea, se serve. Il London Hotel è famosetto. Soprattutto tra i creativi. Prima di scendere dalla macchina, mi offrono di darmi i duecento euro per andare avanti fino a sabato. Quelli che mi hanno rubato. D’acchito non capisco bene cosa vogliono dirmi, poi realizzo. Rimango interdetta, perché dovrebbero fare una cosa simile? E i creativi sono tutti precari che sappia io. O Istanbul è l’eccezione? Non penso proprio. Non ci credo. No grazie, non voglio. Lo so bene che non ho soldi qui con me, ma me li faccio spedire. Domani. Lo so che poi glieli ridarei, cosa c’entra? Non voglio, anche se non ho un centesimo in tasca. Posso chiederli a qualcuno degli artisti o curatori che conosco, anche loro qui a Istanbul. Che figura di merda. D’altra parte, capita a tutti. Può capitare. Quello stronzo. E io tanto fessa. Ok, sono senza un soldo.

– Are you sure you wanna do this?
Non mi conoscete neanche. Non sapete niente di me. Non sapete il mio cognome né dove abito. E ve li ridarò, una volta tornata a casa? Potrei sparire e buonanotte, come l’amico dei panorami mozzafiato.

– Well, that’s our responsability. We decided to give you the money. We, and we only, are responsible if you don’t send it back. Get it? That would be our mistake, right?
Right. Accetto, mi faccio dare nomi e indirizzi, prometto solennemente che li rispedirò appena tornata. Chiedo ancora, a me stessa, come facciano a fidarsi.

Mi riportano in albergo, stretta di mano. Buonanotte. Mi infilo nel letto con le gambe che fanno male, e penso a voce alta che è una buona storia per un posto come Istanbul. Mi dico che si sopravvive di più quando si prova a vivere. E dormo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: