Fahre\’n\’Heit

København

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 10, 2007

Non che Matteo debba andare da qualche parte. Ma è attratto dai mostri blu, nell’atrio della stazione. Quella di Trento ha un’aria vagamente fascista, come tante altre. Dentro, hanno appena installato due meraviglie della tecnica degli anni ’80. Due cassettoni giganti di colore blu, appunto, schiena a schiena, completi di ‘touch screen’ per le informazioni al pubblico. Si digita la stazione di partenza e quella di arrivo, ed escono orari, costi, servizi a bordo.

C’è una mappa. Il posto più lontano a cui si può accedere è segnato con il suo nome originale, København. Non gli viene proprio in mente che è Copenaghen. È in riva al mare. Da lì sono segnate altre località sconosciute, di cui però non ci sono i collegamenti. Delle possibilità che non si possono scegliere, delle chimere. Le cose reali sono unite da linee rosse.

Matteo ci studia un po’ su, e poi digita il posto più lontano che può selezionare. Più lontano da dove è ora. Compone Trento, poi København, sceglie un orario a caso, chiede la stampa. Esce un nastro di carta con partenze, stazioni di cambio, orari di arrivo, numeri dei treni, e altra roba che se non lavori nelle ferrovie non sai che fartene. Guarda la striscia di carta. Arriverebbe 13 ore dopo. Si immagina un paesone di pescatori in riva al Mare del Nord, che fa da ponte ad altre destinazioni, verso l’artico, verso il resto del mondo. Non gli viene proprio in mente che è Copenaghen. Quelle linee rosse gli appaiono come le infinite vie del muoversi. È così preso che non collega i nomi originali con quelli in italiano.

Ora, in quel posto verso il resto del mondo, ci vive. È vero che è in riva al mare. E che forse fa da ponte verso l’artico. Fuori dalla sua porta, nel quartiere di Christianshavn, c’è la neve, e il canale lungo la strada è ghiacciato, con le barche ferme, i ponti di metallo e legno, e i magazzini dei cantieri navali. Ma non è un paesone di pescatori, proprio no.

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Una mattinata di quelle

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 2, 2007

Non si decide. Deve scuotersi e dire che deve andare, che ha un appuntamento, che non può cazzeggiare tutto il giorno. Lo vorrebbe fare, ma non lo fa. In fondo sa che può permettersi qualche caduta con Andrea, il suo capo.
Si decide e accende il telefono, mettendo in moto l’inevitabile. Chiama l’ufficio, risponde proprio lui, l’orco.

– Ma dove cazzo sei?

– Sto arrivando

– Stai arrivando!? Ma qui c’è uno che ti aspetta dalle nove… ma ti è andato in pappa il cervello?

Ha ritardato l’impatto con quella voce cavernosa. Appuntamento alle nove e mezza col geometra che viene da Bologna. O era alle nove? Ora sono le dieci, ed è ancora mezzo nudo. Sdraiata di là sul letto con addosso una specie di canottiera di pizzo, c’è Hannah. Non le piace mostrare il seno a nessuno. Dice che è rovinato perché ha allattato due figli. A lui sembra solo un po’ molle. Non è che siano esausti dopo una notte di sesso. Bruno non usa preservativi e lei sì, e non hanno fatto altro che baciarsi e strofinarsi, e si sono risvegliati, e a quel punto si sono concessi qualcosa. Glielo ha preso in mano, ha iniziato a menarlo, poi s’è avvicinata con la bocca, senza che Bruno chiedesse nulla. Gli ha anche detto che non era molto esperta. Un pompino interrotto e ripreso più volte, e alla fine mal riuscito. È tutto quel che c’è. Abbracciati insoddisfatti e insofferenti, e se non usi preservativo sei un po’ coglione, non ti sembra? Alle otto e mezza non si è alzato, alle nove ha detto che sì, avrebbe un orario ma è flessibile, e dopo un po’ si è messo ad accarezzarla di nuovo.

Chiama, risponde agli sbeceri inferociti di Andrea, dice che è per strada e torna di là. Guarda Hannah, che a pancia in giù chiede se è tutto a posto.

– Devo andare perché sono proprio incazzati. Lascio la chiave, ci vediamo stasera.

Lei è qui per una conferenza, due giorni e una notte, appena passata. Era nell’aria da tempo, da quando si erano conosciuti durante l’università, e lei era qui in Erasmus, ma non era mai stato il tempo giusto. Ora che è successo non sa cosa pensare, e gli sembra neanche lei. Arriva in ufficio, va dritto nella stanza di Andrea, tra gli sguardi ironici degli altri. Stavolta non rimanda. Si prende dell’emerito coglione, uno che non pensa. Gli dice poi ti spiego.

– Sarà meglio per te.

I due colleghi sorridono un po’ sornioni un po’ strafottenti. Va alla scrivania. Il geometra è lì, inerte, preciso. Squadrato, funzionale. Camicia bianca a righine rosa, cravatta blu. Bruno si scusa, blatera qualcosa sulla macchina e su una mattinata di quelle. Rassegnato, ha capito che ha capito, e gli chiede se vuole un caffé. Poi passa ad illustrare il progetto.

Very arty

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

Roddie, per gli amici.
Inglese affettato, occhio azzurro vispo, camicia bianca con colletto alzato.

Siamo fuori sul prato a mangiare qualcosa. Chi un panino, chi dei cetrioli, i più delle schifezze salate in buste di plastica. Ci scambiamo impressioni su come sta andando, e su cosa faremo dopo l’ultima mostra. Una residency di un anno è abbastanza tempo per conoscersi, a meno che non ti levi di culo per quattro mesi per andare a Berlino. Come ho fatto io. Quindi sono un po’ fuori del giro.

Roddie non mi sopporta per questo. Già non mi sopportava allo show di Natale (si chiama proprio lo show di Natale). E dopo sono anche andato via. Io provo, metodico, a farmi simpatico e affabile, ma lui annusa il puzzo che faccio e mi lascia stare dove sono.

Sono sdraiato sull’erba e chiacchiero con David, un vichingo alto e biondo, e Valerie, una signora gentile rincoglionita e piena di soldi che gira con una Saab d’epoca.

Esce lui, il direttore. Ci guarda. I suoi ragazzi. Le sue creature.

Ha in mano un calice di vino rosso barroccato e una ciotola con frutta fresca tagliata a tocchettini. Ce lo spiega proprio così. Si mette seduto e inizia a gustare. Ci guarda preso e attento dalla sua immagine che vede riflessa nei nostri sguardi.

Che classe, Roddie.

Per 100

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

Prendo soldi da chi lavora per me. Tecnicamente sono tangenti. Io li chiamo contributi, oppure favori. Tra gente che si capisce al volo. Appuntamento alla festa latinoamericana sulla spiaggia di Viareggio. Un posto del cazzo, con tanta gente che fa finta di divertirsi e magari qualcuno che si diverte davvero. Dopo aver girovagato per un’ora, alla fine mi apposto vicino all’ingresso.

Arriva Marco. Battute, chiacchiere, risate. È un tipo a posto, forse anche buono. Tra i due, il viscido sono io. Dopo un po’ mi fa presente che ha quattromila euro in tasca e non vuole certo tenerli lì tutta la sera. Specie in un posto come quello. Ci spostiamo in un angolo, infila la mano e tira fuori un rotolo di fogli da 100. Prendo e passo nella mia tasca. Ora sono a posto. Forse anche buono.

Visiting

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

«Sì, è stata qui, ti dico»

«Sì, proprio lei, la russa»

«Guarda, due coglioni come meloni. È arrivata giovedì sera, e ci siamo anche un po’ baciati, in stazione, appena arrivata, giusto per carburare, ho pensato. Te lo ricordi, di lei, cosa ti raccontavo? Niente scopate ma pompini grandiosi, perché era impegnata, mi diceva, e a me figurati cosa me ne fregava, capirai. Ecco, a quelli pensavo, quando l’ho rivista. E si è subito ammalata, la sera stessa. Un raffreddore potente, niente di che. Oh, una scena madre per 24 ore al giorno. Una drama queen, come dicono da queste parti. Con Andrew, quello con cui vivo, che non si capacitava come mi fossi tirato in casa una lagna del genere. E io nemmeno. Errore madornale, ti dico»

«Mai più e mai poi. La differenza tra essere e apparire. La sostanza e la forma. La prima notte ci siamo messi a letto, e lei era con le mutandine e basta, pure rosa, erano, e con l’altra mano l’ho abbracciata e le toccavo un capezzolo, ma niente. Si è girata, rigirata, mi ha detto che stava male, aveva mal di testa, si soffiava il naso. Insomma, malata. Di quei malati che non sopportano di essere malati. Sì, bravo, proprio come me. Vaffanculo anche a te, va. Una tristezza infinita, in fondo, perché dopo due giorni non ne potevo più, anzi, non ne potevamo più uno dell’altra, e il terzo quasi ci siamo ignorati, con lei che ieri è voluta andare in stazione, a Liverpool Street, per vedere se c’era un treno e continuare il viaggio da certi amici suoi vicino a Sheffield. Dico, a Sheffield, ma lo sai quanto ci si mette per arrivare lassù? No? Bè, un sacco di ore, e aveva un biglietto di ritorno per Parigi di quelli scontati e non cambiabili e non rimborsabili e pure delle ferrovie francesi, ma dico io, ma dove vivi, certo che non te lo cambiano. E quando eravamo lì nella hall della biglietteria, dopo aver inutilmente parlato con il tizio dietro al bancone, e io stavo aspettando che prendesse l’ovvia decisione di tornare all’appartamento, si è anche sentita debole debole, e si è dovuta sedere, e allora abbiamo preso un cab per tornare, altre tredici sterline, e alla fine, dico, alla fine, ma non poteva rimanere a letto come ha fatto i due giorni prima e cercare di curarsi per oggi, che aveva il treno alle undici, invece di rompere le palle al prossimo?»

«Ma non è mica colpa di nessuno se una si ammala, prendila con filosofia, non c’è altro da fare che dormire e prendere medicine e vaffanculo. No, lagna continua, e perché, e come mai, e come faccio, e guarda fuori, è così bel tempo, e per una volta che vengo a Londra, con quello che costa il biglietto, e ho mal di testa, e mi servono gli antibiotici così mi passa subito (antibiotici? per quelli ti serve la ricetta del medico, e non te li prescrive se non sei già malata con una febbre da cavallo da una settimana), e non posso stare chiusa dentro tutto il giorno, e devo andare, ora magari telefono, hai Internet? allora vado in Internet, ecco, chiamo i miei amici, vedo che treni ci sono, magari ce n’è uno tra un po’, bla bla bla. Tutta una cosa del genere. Quattro giorni, amico caro, quattro giorni di seguito. Non finivano più. Meno male che non avevo preso ferie dal lavoro, che lo volevo quasi fare, e inoltre avevo anche una function venerdì al museo, e dovevo lavorare per quella, e poi il mio colloquio per lunedì, e mi sono preparato leggendomi una montagna di pagine, anche più di quello che dovevo, sennò era da spararsi, garantito. E meno male che se n’è andata. Ecco, cazzo. Ora esco e prendo il bus»

«Il colloquio? In vacca, pure quello. Ciao»

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Posto fisso

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

Il portone dove lavora suo zio è sempre aperto. È una sede dell’Enaip o qualcosa del genere. Entriamo e andiamo su.

All’Enaip non ci va mai nessuno, e mi pare uno di quei posti da imboscati. Perfetto per un posto fisso, e per qualcos’altro. Ci fermiamo sul giroscale tra il secondo e il terzo piano. Mi fermo su uno scalino d’angolo, e lei ne scende uno. Mi guarda negli occhi. Non è convinta. Le dico solo un po’. È sempre solo un po’.

Mi tira giù la cerniera, piano. Le sposto i capelli, per vedere le labbra che si allargano intorno alla cappella. Guardo le guance che tirano e si infossano. Mi appoggio al muro. Un pompino sul giroscale, solo un po’. A lei sembra non faccia né caldo né freddo. Infatti si stacca e mi dice che non le va. Peccato dico io. Peccato un cazzo dice lei.

E andiamo da suo zio.

La meglio gioventù

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 26, 2007

Ti sto scrivendo e mi viene la frase “quando io ero sposato e tu vendevi macchine”.
Mi fermo, e penso. E ora? Tu non vendi più macchine e io non sono più sposato.

Tu venditore, con la tua aria da finto rilassato in concessionaria, stravaccato addosso a una Fiat, con la cintura che sbuca dalla maglia “a ’mo di cazzo moscio” – come ti diceva Gianni, quello stronzo per cui lavoravi.

Io padre di famiglia, a cui non frega più niente della moglie e ancora qualcosa dei figli, che parto da solo e sto via un mese e cerco di convincere lei a fare lo stesso, così almeno trova qualcuno e ci lasciamo. Questo stronzo di amico tuo.

Io, che ora sono risposato, e tu, che non sopporti più le macchine.

Indecisi

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 26, 2007

Guardiamo Sex and the City sul lettone. Stine si alza per farsi un té. Susanne ed io la seguiamo con lo sguardo e non riusciamo a decidere se ne vogliamo uno anche noi. Eterna generazione di indecisi, direbbe mia madre.

L’episodio finisce ma nessuno capisce come. Sembra che abbiano lasciato fuori un pezzo. Non ha molto senso, così. Susanne si ricorda che il tizio di prima, quello dell’sms per il quale ci ha chiesto consigli, se scrivere, o non scrivere, o aspettare, eccetera, non ha risposto. Io penso che non risponderà, e glielo dico. È una di quelle cose per tenere sulle spine qualcuno. Stine e Susanne annuiscono complici, ma faccio notare che stavolta si trovano dall’altra parte. Non è che la cosa le sconvolga, anzi.

La mattina dopo entrano nella mia stanza e mi trovano addormentato a pancia sotto.
Mi svegliano. Mi tiro su, e vado dritto in cucina a farmi il caffé. Alla faccia di mia madre.

Coraggio…

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 26, 2007

Sono in fila al bancone della polizia di frontiera.

Due persone avanti, c’è quello che sembra un’autista di autobus. Non so perché, forse dai vestiti, o perché sembra avere in mano un sacco di documenti. Quando tocca a lui, passa dalla finestrella un passaporto. Il funzionario lo prende di malavoglia, lo apre e ne tira fuori due banconote che mette sotto il bancone con aria scocciata.

Una gran seccatura, questi tizi che chiedono favori.

Continua a guardare e timbrare passaporti aspettando la fine del turno.

Cena fuori

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 26, 2007

È accucciata sul sedile, con le ginocchia rivolte verso lo schienale, e le labbra socchiuse sulla cappella.

Guardo la strada, faccio attenzione. A volte qualcosa mi sale fino al cervello, ma in fondo mi piace più l’idea del pompino mentre guido, che non il pompino stesso. Mi piace vederla così, con la gonna un po’ su per potersi accoccolare, la testa sopra le mie gambe. L’atto in sé è bello ma non da mandare in estasi. Fuori città vado comunque piano. C’è un semaforo rosso, mi fermo in colonna. Siamo in mezzo a uno slargo con case e bar. E persone in giro.

Dico a Monica di stare giù, che c’è gente. Le piace questa cosa. Anche a me.

Riparto, e la sento ripartire. Va giù con tutta la bocca, è caldissima. Si ferma. Lo tocca appena con la lingua. Lo ingoia di nuovo, di colpo. Stavolta sento, eccome. Svolto per il viale alberato che attraversa i campi fino alla collina. Mi devo fermare. Ha vinto lei.

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