Fahre\’n\’Heit

Domani accadde

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on agosto 27, 2007

Ho avuto una collega, Maria, ed è il suo nome vero, non l’ho cambiato, che leggeva tutte le sere i giornali di due anni prima.

E tutti a fare la faccetta buffa, a prenderla un po’ in giro, e ammiccare a vicenda, e dirsi vabbè, che ci vuoi fare, in fondo è anche una brava ragazza, eccetera. Non so se io farei ancora la faccia buffa. Mi sembra, a rivalutarla un poco, la faccenda dei due anni di ritardo nella lettura dei quotidiani, un lusso, una lungimiranza che pochi si sono potuti permettere, e che i più continuano a negarsi. Sfogliare un giornale appena della settimana scorsa, fa sembrare tanto più ridicoli articoli, titoli, personaggi e tagli editoriali, quanto più erano importanti, o presentati tali, al tempo. Credo che Maria fosse, sia, ben più avanti di me nell’averlo capito ormai da un decennio.

Non ho più contatti con lei. Mi piacerebbe sapere se ancora legge i giornali del 2005. Davvero. Ho imparato da te, Maria, in questi anni, che la distanza, quella temporale più di quella spaziale, rende le cose più pulite, e forse oneste, in qualche maniera. Non soltanto più chiare, e questo si sa, ma più umane e alla nostra portata. A giorni mi viene da pensare che non ci sto più dietro, che corro e non so bene per che cosa, ecco, e allora forse la sera dovrei leggere un giornale del 2003, o del 1997, aprirlo, stenderlo ben bene, saltare le previsioni, e forse anche le pagine sportive (ma non si sa mai), e leggermi gli articoli che mi raccontano come cambia la mia vita, a che cosa vado incontro, e come faccio per tirarmi fuori dalle beghe. Salvo poi ricordarmi, mentre lo accartoccio per buttarlo nella carta, che tutte queste cose non me le ricordo mica, di averle fatte, o subite. Forse ci sono ancora dentro, allora, o forse non ci sono mai state. Vediamo domani, cosa dicevano i giornali.

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Dormire è un po’ morire

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Oggi Malmö è vera come i piedi sporchi quando cammini scalzo. Per trecento giorni all’anno. Mi specchio il respiro nel fiato gelido, e le scarpe nelle pozzanghere. Sono pulite e trasparenti anche quelle.
Mi passa davanti l’autobus 100 ma non è quello che aspetto. Ferma, poi riparte. Si ferma di nuovo. C’è una testa appoggiata a un finestrino, opaco di vapore. I ricci castani schiacciati contro il vetro. Una sciarpa bianca e rossa che li abbraccia.

L’autobus riparte. È addormentata, quella testa. Dondola a ogni sussulto ma non ha la riflessività degli svegli. Dorme a Malmö.

Settantaquattro

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Lo schienale della sedia fa male. Sono sedie di plastica grigia, appoggiate al muro del corridoio d’ingresso, davanti al gabbiotto delle informazioni.
Una ragazza parla con un signore anziano. Viso fresco, jeans e canottiera e un gran daffare per comunicare con una generazione distante. Aspetta di ritirare il libretto sanitario per lavoro. Mi chiedo cosa faccia. L’hanno presa in un ristorante, o in qualche servizio catering, o in un caffé del centro. Forse fa prove di comunicazione con la clientela. L’uomo è vestito elegante e sobrio. Pantaloni grigi e camicia bianca, le scarpe sono lucide. Sta aspettando da mezz’ora per un numero di telefono. Capisce certo che se tutti passassero davanti senza aspettare il turno non si finirebbe più, ma certo far la coda per ritirare un foglietto con un numero è assurdo.

Lo schienale fa sempre più male, o la mia schiena è sempre più insofferente. Mi giro e vedo una striscia gialla solcata nel muro dal bordo delle sedie. Una ferita aperta che non sanguina.

Tutti quegli sbarchi di clandestini, di africani – e badi bene, tutti musulmani – sulle nostre coste. Sono programmate. Questa è la questione. Dalle grandi nazioni islamiche. Se no, chi glieli dà i soldi per venir qui?
Con la coda dell’occhio vedo la ragazza annuire, ma non confermare.

A me dispiace per voi giovani. Mi dispiace per i miei nipoti. Ché io le mie cinque pagnotte le ho già avute.

Numero settandue. La ragazza si alza e saluta. A me restano ancora due numeri. Mi giro ancora, stavolta sul fianco, per non sentire lo schienale. Per non affrontare nulla.

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