Fahre\’n\’Heit

Colazione

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on aprile 17, 2008

L’avevo gia’ vista, una volta. Sempre sull’autobus per Berlino. Circa otto ore di viaggio, da Copenhagen, con la linea notturna. Quella prima volta, io, lei, e un tizio israeliano di cui non ricordo il nome, eravamo nelle prime due file di sedili, proprio dietro all’autista. Da bravi scolaretti. Ci mettemmo a parlare per passare il tempo. A Berlino ci salutammo bye-bye.

Ora e’ davanti a me a fare il biglietto. Stesso autobus, mesi dopo. Ci sediamo, uno di fianco all’altra, sempre nelle prime file. Da bravi scolaretti. Mi riconosce, e anch’io sorrido. Laura, le dico. mi ricordo di te. E tu? Of course, mi dice lei. Quand’e’ stato? Circa un anno fa.

L’autobus parte quasi alle undici, in ritardo. Laura ha finito il suo praticantato all’ambasciata danese a Berlino, torna per trovare degli amici. Io continuo avanti e indietro tra un lavoro e l’altro. Verso l’una e mezza, Laura si sdraia di traverso sui sedili dalla sua parte, io faccio altrettanto dalla mia.

Allunga le gambe sopra al corridoio e appoggia i piedi sul mio sedile. E’ solo una sensazione, ma sento che siamo vicini. Mi viene d’istinto, le prendo le dita dei piedi, e le tengo nella mia mano. Mi si rizza nei pantaloni, non capisco perche’ lo sto facendo ma lo sto facendo. Le accarezzo la caviglia. ha un piccolo tatuaggio, una rosa. Laura si lascia toccare. Anch’io mi sono sdraiato, ora. Vicino ai suoi piedi. Muove le dita. Io continuo.

Una mano mi prende la testa. Mi trascina verso il corridoio. Sento solo il caldo umido della sua bocca sulla mia. La sua lingua in bocca, sui lobi, sul collo. Viene da me. Mi tira su il maglione. C’e’ una signora sui cinquanta due file piu’ dietro, dorme. O fa finta. Le tiro su la maglia. Con la lingua, arrivo ai capezzoli. Tutt’intorno, a piccoli colpetti di lingua. Sono seduto contro al finestrino. Il cazzo mi sta scoppiando. Vedo la massa di capelli biondi sotto di me.

E’ difficile tirarlo fuori, ci sono pantaloni, slip, cinture, maglie. Siamo in autobus una fila dietro all’autista. Pero’ e’ tutto buio, e gli altri sembrano dormire. Le sue dita intorno alla capella. Laura si flette e si piega come una ginnasta. Forse lo era, una volta. La sensazione di caldo intorno al cazzo. Oddio. E’ piegata praticamente a 180 gradi, in avanti, a prenderlo in bocca. Lo fa lentamente. Centellina ogni spasmo. Non usa le dita, non c’e’ spazio. Solo la bocca. Piano.

L’autobus arriva al traghetto, e’ mattina, si vedono delle luci, il ritmo cambia. Laura ha il dono della tempistica. Si tira su, piano, stiracchiandosi. Dobbiamo scendere.

E’ salata, mi dice con un sorriso.

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Cena fuori

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 26, 2007

È accucciata sul sedile, con le ginocchia rivolte verso lo schienale, e le labbra socchiuse sulla cappella.

Guardo la strada, faccio attenzione. A volte qualcosa mi sale fino al cervello, ma in fondo mi piace più l’idea del pompino mentre guido, che non il pompino stesso. Mi piace vederla così, con la gonna un po’ su per potersi accoccolare, la testa sopra le mie gambe. L’atto in sé è bello ma non da mandare in estasi. Fuori città vado comunque piano. C’è un semaforo rosso, mi fermo in colonna. Siamo in mezzo a uno slargo con case e bar. E persone in giro.

Dico a Monica di stare giù, che c’è gente. Le piace questa cosa. Anche a me.

Riparto, e la sento ripartire. Va giù con tutta la bocca, è caldissima. Si ferma. Lo tocca appena con la lingua. Lo ingoia di nuovo, di colpo. Stavolta sento, eccome. Svolto per il viale alberato che attraversa i campi fino alla collina. Mi devo fermare. Ha vinto lei.

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Occhi, bocche, lingue

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on settembre 25, 2007

«Können Sie bitte die Augen zu machen?»
Mi coglie un po’ di sorpresa, devo dire, e lo guardo dritto negli occhi. Il problema è proprio quello. Lo guardo negli occhi. Pare che i dentisti diano fuori di testa quando un cliente li guarda negli occhi mentre stanno limando, trapanando, raschiando nella sua bocca. Prima un disagio sottile, come quello che si sopporta mentre si ha pazienza che la cosa si risolva. Via via che il tempo passa e che l’operazione si fa più complessa, un’inquietudine sempre maggiore, fino a quando non ce la fanno più, a essere guardati, mentre ti guardano.

Deve essere proprio così. Ora che Gotthard Holzhauser, medico dentista in Berlino con studio in Charlottenstrasse 71 mi ci fa pensare, forse non ho mai chiuso gli occhi dal dentista. Potrebbe essere, penso; e mi osservo da fuori come un animale curioso, un caso umano per i dentisti alle cui cure mi sono affidato, una di quelle creature che quando entra nei loro studi disinfettati gli rivolgono un sorriso aperto, da sotto la mascherina, mentre tra colleghi si lanciano un’occhiata. Arriva quello che ti guarda.

Ecco, io sono quello che non chiude mai gli occhi. Gotthard mi ha inquadrato subito, e già alla seconda visita per il ponte tra molare 7 e 8 dell’arcata inferiore destra, col suo berlinese neanche troppo stretto, mi dice senza mezzi termini di farla finita con quella pantomima, e di chiudere ‘sti accidenti di occhi. Punto.

Obbedisco, perdio. È che non c’ho mai pensato. Non me ne sono mai accorto. Nessuno me l’hai mai detto, che tenevo gli occhi aperti, e uno mica se ne accorge, di queste cose qui, se non glielo dicono. Come tenere la bocca aperta mentre si mangia, o la lingua di fuori mentre si disegna. Uno non ci pensa. In effetti facevo tutte queste cose, fino a che non me l’hanno detto. E sono sempre state persone esterne al mio stretto circolo di vita, persone che magari c’entravano poco, o nulla. Uno zio di città, a casa sua, mentre ero impegnato a disegnare robot e astronavi con la lingua penzoloni, me la prende tra due dita ruvide, così, zac, e mi dice «E questa? Perché non sta al suo posto?». Un ex-fidanzato di mia sorella che mi aveva portato a sciare, mentre stavamo mangiando panini dopo una galoppata di fondo, si ferma, mi guarda disgustato e mi fa «Ma la vuoi chiudere quella bocca?». E adesso Gotthard, appunto. Succede così. Quando meno te lo aspetti, e credi che ormai hai raggiunto l’età in cui poche cose ti possano spiazzare, ti arriva una cosuccia da niente tra i denti, che ha l’effetto di una bastonata ben assestata. «Können Sie bitte die Augen zu machen?»

Ha finito, Gotthard. Con gli occhi serrati, la lingua dentro, la bocca chiusa, anch’io ho finito di disegnare robot e mangiare panini. Posso riaprirli. Mi dice che è a posto, niente cibo prima di due ore, non badare se mi fa una strana sensazione di contatto che prima non sentivo, è semplicemente il ponte che si deve riadattare al mio morso. Ok. Mi dice anche che ha notato un’otturazione da rifare, volendo, però può anche aspettare.
Aspetto, Gotthard. Non si sa mai che salti fuori qualcos’altro.

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