Fahre\’n\’Heit

Colla

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 10, 2007

Susan ha iniziato il suo nuovo libro, ambientato al tempo della seconda guerra mondiale. Di più, non so. Al telefono mi ha detto anche, quasi confessandolo, che sta scrivendo un piccolo racconto sulla neve.

Metto giù il telefono. Sono le sette di sera, decido di restare a casa. Ho due appuntamenti più tardi ma li disdico, con un sms. La neve è attaccata all’asfalto, ai bordi in basalto dei marciapiedi, ai tombini di ghisa. È attaccata ai muri, in verticale. Ieri pomeriggio sono rientrato a casa sotto la nevicata più asciutta che abbia mai visto. Camminavo spazzolando neve a ogni passo, dalla metropolitana a qui. Si incollava alla suola delle scarpe, che dovevo sbattere ogni cinquanta metri. Ha smesso durante la notte, e anche dopo un intero giorno senza nevicare, è compatta come appena caduta. È tenace, non si vuole far dimenticare. Una gran neve.

Berlino in bianco sembra quasi bella. Non lo è, in realtà. Interessante, vuota, squadrata, underground. Bella no. Ha forse una sua bellezza data dagli aggettivi messi insieme.

Incollandoli uno sull’altro, come fa la neve.

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Elogio della lentezza

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on settembre 8, 2007

Uno

Lentezza, dicevamo. Ho un figlio molto piccolo, e siccome la mamma lavora, e io no, faccio il papà a tempo pieno. Lo vesto, gli faccio le pappe, lo addormento e, la parte migliore di tutto, lo porto a spasso. Ormai abbiamo smesso di contare le vecchiette affascinate dal pargolo seduto, o spesso ormai in piedi, sul passeggino, che le fissa e poi si allarga in un sorriso a nove denti. Con papà a rimorchio che sorride anche lui. Sopra i settant’anni, fin troppo facile.

Ogni giorno, camminando, lentamente, cambiando il giro, andando a far la spesa in qualche mercato rionale un po’ nascosto, o fino al supermercato biologico vicino allo stadio, che tanto ha le stesse cose della farmacia sottocasa e costa uguale, ma tant’è. Ci fermiamo all’edicola, anche se non compriamo nulla, perché ormai fa parte del giro, e loro, quelli dell’edicola, ci aspettano anche, ed escono, spesso, e ci mettiamo a parlare del quartiere, con lui magari che si appisola nel passeggino, ma si sveglia dopo poco. È bello sapere che c’è qualcuno che ti aspetta.

E noi andiamo, piano, mattina e pomeriggio, e ci siamo detti (lui ha degli occhioni molto espressivi) che sì, forse questa è la parte migliore della nostra relazione tra padre e figlio, un momento molto complice, in fin dei conti, e uno dei più belli, dove ognuno scopre delle cose nuove, lui perché non le ha mai viste, io perché non le ho mai notate. Quale dentista c’è nelle vicinanze, quale pasticceria fa le sfogliatelle. Cose così. E giù vecchiette ammaliate. A volte, dopo averne incrociata qualcuna, e averla guardata bene bene, una volta superata, lui si alza e si gira all’indietro, e continua a guardarla sporgendo la testolina di lato. Al che, se la sventurata signorina attempata se ne accorge, resta con la bocca aperta e gli occhi che ridono, e manca poco mi sviene sul marciapiede. Tu, nel passeggino, un po’ di contegno, per favore.

Due

L’andare piano, a bassa velocità, a piedi, come nel mio caso, o comunque con un approccio lento, può aiutare non tanto, o non solo, per riscoprire una realtà, perché anche la velocità è reale, ma per riguadagnare una verità delle cose: proprio perché non sempre la velocità è anche vera, ma quasi sempre la lentezza sì.

È come scoprire, a sorpresa, di avere i piedi sporchi per aver camminato scalzi. È un esempio non mio, ma della mia compagna, la mamma dell’ammaliatore. Anche noi, a volte, ci ritroviamo, in casa e fuori, a non sapere come fare; ci affanniamo tanto, per star dietro un po’ a tutto, pur lavorando un sacco (eccetto te, direte voi, che porti a spasso il pargolo, ma non è proprio così lineare la faccenda), e ci sforziamo di ricavare il tempo per le nostre passioni e interessi, ma a volte proprio non ce la facciamo, e siamo sempre lì a chiederci, come possiamo fare tutto? Forse dovremmo essere più veloci? O fare meno cose? O avere più tempo a disposizione, magari lavorando meno? Ma si può fare? Quasi mai. E allora? A cosa serve la lentezza, quando nemmeno la velocità ci può aiutare?

Ecco, forse serve a cambiare prospettiva. Facendo le cose lentamente, ci predisponiamo a farle in maniera sensata per noi, prima di tutto; e quello che resta fuori resta fuori. Con l’andare del tempo, impariamo a relativizzare l’importanza dei compiti, dei piaceri e delle necessità da svolgere, e diamo delle priorità, proprio in virtù dell’approccio lento. Ossia, discriminiamo, bellamente e apertamente, il da farsi.

Ecco, forse la lentezza serve a essere leggermente cinici. È salutare, in questi casi, non fa male. Si scorgono meglio, dietro le curve della vita, dossi, avvallamenti e panchine per tirare il fiato.

Dieci secondi

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 26, 2007

Non si vede mai il sole di pomeriggio. Ecco perché si mangia presto. In febbraio e marzo, alle due c’è già ombra da tutte le parti. Neanche in Groenlandia. Sandro mi passa davanti casa in uno di quei pomeriggi cupi, passo lungo, sguardo diritto avanti. Sono in cortile ma non mi vede, non mi guarda. So perché è qui. Sento che in questo momento le nostre vite non possono essere più distanti. Torna dal militare con la corriera delle tre, con in tasca un congedo speciale. È morto suo padre.
Il cappello da alpino ha qualcosa che tintinna vicino alla piuma, penso che magari sono regali e aggeggi dagli altri marmittoni della caserma. Gli ci vogliono dieci secondi per attraversare il mio campo visivo. Mi passa davanti agli occhi, e mi sento come se fossi seduto in una sala buia. È uno schermo aperto sul dolore, su quanto fottuto ti senti quando la vita ti tocca da vicino. Sandro passa a 24 fotogrammi al secondo.

Mi viene in mente il giorno dell’influenza. Laura, precoce dominatrix, ci rincorre durante una ricreazione passata in classe per convalescenza. Noi tre soli, tra i banchi vuoti. Ci insegue con la bacchetta di legno, quella per indicare alla lavagna. Rifila una steccata sulla mano di Sandro, e gli chiede scusa. Lui sta lì rigido, un pezzo di porfido a malapena smussato. È un contadino già fatto a otto anni. Io in terza elementare scrissi che volevo studiare e sposarmi. Non so quale dei due possa spaventare di più.

Dieci anni dopo quel pomeriggio invernale, e una ventina dopo quella ricreazione in classe, Sandro mi ferma in mezzo alla strada. Mi fa un cenno dal finestrino della macchina, mi chiama, mi vuole salutare.
Non fa più il contadino. Ha smesso, litigato con la madre e il fratello, se n’è andato. Non sono mai stato un parlone – mi dice – eppure faccio il rappresentante porta a porta. Padelle, coperchi, pentole, roba per cucina. Giro un po’ la regione, a volte anche fuori, vado di casa in casa.

Mi sembra contento. Mia madre, quando glielo dico, scuote la testa e sentenzia che è diventato proprio un ribaldo.

Maria am Ostbahnhof

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

Mattheus esce dalla densità del fumo che è quasi mattina. Fa il ponte e prende la via deserta che costeggia lo Spree. Kopenickerstrasse è grigio azzurra, e non ha voglia di aspettare l’autobus o il taxi. Sono venti minuti a piedi, in fondo.

Dentro il club vendevano banane e mele a 1 euro l’una di fronte alla porta dei cessi. Giravano vassoi carichi di panini. Due ragazze facevano foto e vendevano le stampe al momento. Sulla maglietta fumosa e sudata di un tizio c’era scritto

MY SUBCULTURE

CAN KICK YOUR
SUBCULTURE ‘ S
ASS ANYTIME
24/7

 

Geniale. Chi stava fermo e scuoteva il capo, chi si muoveva con le mani in tasca, chi saltava e bisognava starci un po’ alla larga.

Ora è fuori, e cammina volentieri. Passa di fianco a un vecchio edificio industriale, incassato tra parcheggi di autotreni e centri fai-da-te. Vede qualcosa di insolito. Escono due a due. Hanno circa cinquant’anni, uomini e donne, eleganti come se fossero andati a teatro. Non c’è nessun cazzo di teatro lì, e neanche un ristorante che lui sappia. Mentre passa li sfiora attento e sente che parlano russo.

Si fa prendere da fantasie narrative alla Grisham. Sono le tre e mezzo di mattina. Lunedì mattina. Si racconta che hanno appena finito un incontro. Hanno deciso riguardo al console. Finirà male, lo sente.

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