Fahre\’n\’Heit

Supermercato In Famiglia

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on febbraio 6, 2008

È corsa a casa piangendo. Non-sapere-cosa-fare scritto in faccia. L’hanno trovata accucciata in magazzino, che riempiva buste di plastica, all’inizio del turno di pomeriggio. Presa alla sprovvista, gli occhi si son fatti lucidi, non ha detto niente, ed è corsa via. Forse nello spogliatoio. È finita in quel momento la vita di paese di mia sorella Sonia.

Io lo sapevo. Riempiva i sacchetti e mandava a chiamare la piccola di casa, me, che allora avevo dieci anni e il viso paffuto. Diceva alla gente in coda alla cassa che era spesa pagata, e io facevo sì, con la testa. Mi apostrofava anche, con frasi del tipo:

“E guarda di fare piano, hai capito? Perché sei capace di fare chissà cosa dei vasetti della Bormioli.”

Come se agli altri fregasse qualcosa se spediva a casa vasetti di vetro o altra roba, sistemata sul fondo della borsa. Il vice l’ha beccata con le mani nel sacchetto, mentre sistemava il tutto. Poteva dire sì, è per me, la prendo ora e la pago dopo, che problema c’è? Invece è rimasta lì, in ginocchioni, con l’uniforme del supermercato e la borsa di plastica mezza piena. Che figura di merda. Licenziata. Anzi, le hanno chiesto di andarsene. Era in sostituzione per maternità dell’altra commessa, affidabile, onesta, e pure simpatica, Luana. L’altra nostra sorella. Doppia figura di merda.

Credo sia stato in quel pomeriggio che Sonia ha deciso di andarsene. Si è sposata dopo qualche mese, con un tizio conosciuto dove faceva la stagione come cameriera. Ha messo su casa, ha imparato il dialetto, e in paese non si è mai fermata per più di un pomeriggio.

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Visiting

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

«Sì, è stata qui, ti dico»

«Sì, proprio lei, la russa»

«Guarda, due coglioni come meloni. È arrivata giovedì sera, e ci siamo anche un po’ baciati, in stazione, appena arrivata, giusto per carburare, ho pensato. Te lo ricordi, di lei, cosa ti raccontavo? Niente scopate ma pompini grandiosi, perché era impegnata, mi diceva, e a me figurati cosa me ne fregava, capirai. Ecco, a quelli pensavo, quando l’ho rivista. E si è subito ammalata, la sera stessa. Un raffreddore potente, niente di che. Oh, una scena madre per 24 ore al giorno. Una drama queen, come dicono da queste parti. Con Andrew, quello con cui vivo, che non si capacitava come mi fossi tirato in casa una lagna del genere. E io nemmeno. Errore madornale, ti dico»

«Mai più e mai poi. La differenza tra essere e apparire. La sostanza e la forma. La prima notte ci siamo messi a letto, e lei era con le mutandine e basta, pure rosa, erano, e con l’altra mano l’ho abbracciata e le toccavo un capezzolo, ma niente. Si è girata, rigirata, mi ha detto che stava male, aveva mal di testa, si soffiava il naso. Insomma, malata. Di quei malati che non sopportano di essere malati. Sì, bravo, proprio come me. Vaffanculo anche a te, va. Una tristezza infinita, in fondo, perché dopo due giorni non ne potevo più, anzi, non ne potevamo più uno dell’altra, e il terzo quasi ci siamo ignorati, con lei che ieri è voluta andare in stazione, a Liverpool Street, per vedere se c’era un treno e continuare il viaggio da certi amici suoi vicino a Sheffield. Dico, a Sheffield, ma lo sai quanto ci si mette per arrivare lassù? No? Bè, un sacco di ore, e aveva un biglietto di ritorno per Parigi di quelli scontati e non cambiabili e non rimborsabili e pure delle ferrovie francesi, ma dico io, ma dove vivi, certo che non te lo cambiano. E quando eravamo lì nella hall della biglietteria, dopo aver inutilmente parlato con il tizio dietro al bancone, e io stavo aspettando che prendesse l’ovvia decisione di tornare all’appartamento, si è anche sentita debole debole, e si è dovuta sedere, e allora abbiamo preso un cab per tornare, altre tredici sterline, e alla fine, dico, alla fine, ma non poteva rimanere a letto come ha fatto i due giorni prima e cercare di curarsi per oggi, che aveva il treno alle undici, invece di rompere le palle al prossimo?»

«Ma non è mica colpa di nessuno se una si ammala, prendila con filosofia, non c’è altro da fare che dormire e prendere medicine e vaffanculo. No, lagna continua, e perché, e come mai, e come faccio, e guarda fuori, è così bel tempo, e per una volta che vengo a Londra, con quello che costa il biglietto, e ho mal di testa, e mi servono gli antibiotici così mi passa subito (antibiotici? per quelli ti serve la ricetta del medico, e non te li prescrive se non sei già malata con una febbre da cavallo da una settimana), e non posso stare chiusa dentro tutto il giorno, e devo andare, ora magari telefono, hai Internet? allora vado in Internet, ecco, chiamo i miei amici, vedo che treni ci sono, magari ce n’è uno tra un po’, bla bla bla. Tutta una cosa del genere. Quattro giorni, amico caro, quattro giorni di seguito. Non finivano più. Meno male che non avevo preso ferie dal lavoro, che lo volevo quasi fare, e inoltre avevo anche una function venerdì al museo, e dovevo lavorare per quella, e poi il mio colloquio per lunedì, e mi sono preparato leggendomi una montagna di pagine, anche più di quello che dovevo, sennò era da spararsi, garantito. E meno male che se n’è andata. Ecco, cazzo. Ora esco e prendo il bus»

«Il colloquio? In vacca, pure quello. Ciao»

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Pensare, di viaggiare

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on agosto 26, 2007

Pensavo, stasera, mentre camminavo e chiacchieravo, di come e’ cambiato il mio approccio al viaggio. Se una volta avrei preso e me ne sarei andato all’istante, senza neanche sapere dove e come, senza meta, ma anche senza un’idea di viaggio che non il viaggiare in se’, ora non e’ piu’ cosi’.

E mentre camminavo, e chiacchieravo, sentivo sempre di piu’ l’esigenza di un approccio diverso, di un’idea del viaggio, di un progetto insomma, che andasse poi sviluppato col viaggio stesso. Ho bisogno di crearmi delle ragioni precise, ora, per viaggiare. Ho bisogno di capire perche’ viaggio. Non importa poi il come, quando o con chi, ma parto con un’idea da sviluppare successivamente, durante, o dopo il viaggio compiuto. E pensavo anche che forse, ecco, e’ questa la ragione che mi ha portato ad allontanarmi un poco dalla letteratura di viaggio. Perche’ molto spesso, i reporter-inviati viaggiano per poi tornare e scrivere, o pubblicare memorie e impressioni, e far sapere come e cosa c’e’, o non c’e’, in questo o quel posto, e a tutto questo io mi irrigidisco, e mi vien da pensare perche’ hanno investito tante risorse, e tempo, ed energia, e voglia di fare, e vita, insomma, per andare in un posto se poi il tutto si traduce nel raccontarcelo secondo loro.

Lo fanno per mestiere, certo. Mi va bene una cosa cosi’? No, e’ stata la risposta, forse insicera, mentre camminavo, e chiacchieravo, e piu’ ci pensavo piu’ mi era chiaro che sono cambiato, che leggo malvolentieri i resoconti di viaggio se non hanno un’idea dietro, se non c’e’ progetto, che poi puo’ anche fallire, anzi, forse e’ meglio se fallisce in fin dei conti, ma almeno si e’ instaurato un meccanismo che non e’ quello della curiosita’ o dell’ospitalita’ o dell’esotismo vicendevole, ma quello di costruzione, o distruzione anche, di una relazione piu’ sfaccettata. Perche’ se io vado in un posto a fare qualcosa, mi rapporto prima di tutto con/per quel qualcosa, e di conseguenza con/per il resto, e quello che assorbo dentro, e mi porto via, e’ un vissuto (quasi) profondo, o semplicemente piu’ sincero, e non un finto vissuto per vedere come vivono (bene o male) gli altri.

Ecco, a questo pensavo, stasera, mentre rientravo a casa. E tutto questo pensato dalla mia testa, e dal mio corpo, sempre pronti a saltare sul primo aereo o treno o autobus che parta, ho pensato, non e’ roba da poco.

Creeping

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 7, 2007

Per raccogliere fatti e prove testimoniali, zia Nora ha sviluppato una tecnica sopraffina per apparire nell’appartamento dei miei senza farsi sentire. Scende le scale come un gatto a caccia. Impugna la chiave infilata nella serratura esterna senza fare rumore, tira, rilascia, spinge un poco, entra. Cammina rasenta ai muri del corridoio, a volte nel buio, e appare fantasmatica sulla porta della cucina, spingendola appena. A quel punto la conversazione in genere va avanti facendo finta di niente ma cambia leggermente tono, omettendo le parole più dirette, e magari rivolgendole un invito se vuole qualcosa per cena. L’imbarazzo è papabile. La vecchia pantera rinsecchita con l’istinto del predatore ha colpito ancora.

Tempi così. Mia nonna sposa tre fratelli, uno dopo l’altro, e muoiono tutti prima di lei. Le due sorelle di mio padre sposano due fratelli. Anche mio padre e suo fratello, di cui porto il nome, sposano altre due sorelle, mia madre e zia Nora. I due fratelli costruiscono insieme una casa ma la intestano a uno solo di loro. L’altro muore dopo averla finita, e zia Nora diventa un’ospite mal sopportata nella sua stessa casa.

Per sopravvivere, sviluppa negli anni un’amarezza scientifica. Si fa una ragione a proposito del mondo avverso, e lavora sulla sua tesi attraverso osservazioni empiriche. Nel frattempo raccoglie fatti e prove.

Solo per oggi

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

Solo per oggi, gli ha chiesto. Guida un furgone a noleggio di una compagnia che si chiama, tradotto, “affitta un cadavere”. Scatoloni, mobili a pezzi, scatole di scarpe e borse, specchi e computer, piante e letto (di quelli tutt’uno col materasso, e pesa come il piombo). Portato giù, caricato alla bell’emmeglio, scaricato, portato su. Moltiplicato tre volte. E poi il cadavere da riportare, e il tragitto di ritorno verso casa. Senza lei, che non abita più qui.

Lars mentre guida prova a contare i suoi traslochi. Arriva a ventiquattro. Il primo vent’anni fa. Più di uno all’anno. L’ultimo due mesi fa. Senza contare quelli degli amici, almeno altrettanti.

Quando ti muovi non ti porti tutto, pensa. Gli oggetti sono più semplici da lasciare indietro. Smetti di usarli perché non li hai, e non ci pensi più. Moto, televisori, quadri, stereo, disegni, stoviglie, servizi di piatti, panche per addominali, album di francobolli, pentole, piante, scarpe, taglieri, lavatrici, forni a microonde, mobili per cucina, letti, caffettiere, libri, film in cassetta, frigoriferi, lettori dvd, soprammobili, collezioni di elefanti, rasoi elettrici, vestiti, faretti, scrivanie, cassette degli attrezzi, plafoniere, pesi, orologi, racchette da tennis, occhiali da sole e da vista, sci, lettere, palloni da basket, album di fotografie, cd e dischi, biciclette, caschi, stufette elettriche, documenti fiscali, automobili, librerie, catenine d’oro. A tutte queste cose corrispondevano familiari, sconosciuti, compagni di vita, colleghi. Ventiquattro traslochi.

Forse un trasloco non è solo un mezzo per fare pulizia di quello che si accumula, ma la ragione stessa dell’accumulo. Si mette via roba perché prima o poi si farà pulizia. Funzionera così, si chiede, mentre consegna il furgone. Si vivono situazioni un po’ estreme tanto si risolveranno in una maniera o l’altra. A volte i traslochi non li decidiamo, sono quelli a decidere noi.

E così oggi, e solo per oggi, ha finito da un’ora. Con i cadaveri ambulanti, e fattorini improvvisati. Con i preavvisi dei contratti, le bollette arretrate da pagare, i conti telefonici scordati, il cibo nel frigo che non è di nessuno, e ammuffisce. E con lei, e le sue nuove scale, i suoi nuovi ascensori, le sue porte strette per mobili larghi. I suoi nuovi interrutori della luce che alla prima sera non funzionano mai. E non trova neanche le candele.

Rugiada

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 16, 2007

A malavoglia Sergio lascia il tiepido della flanella. Dorme in un letto a castello dai tubi arancio. In pigiama e ciabatte di plastica, si trascina in cucina e si lava la faccia. Due gradini, e fuori l’erba è ancora umida. Invece di andare al cesso dietro casa, si ferma all’angolo più vicino, e piscia contro il muro. C’è venuta una chiazza di erba bianca. Di sera cambia angolo, e si ferma a quello più vicino alle scale, perché è un fottuto buio pesto in montagna e non si vede neanche i piedi. Anche lì lascia il segno e l’erba diventa prima gialla poi bianca. Sempre rigogliosa, solo di un altro colore. A volte cambia punto e si sposta di qualche decimetro. Giusto per compensare.

La domenica mattina suo padre non va a lavorare. E così la radio è sempre accesa quando si sveglia. Sergio lo vede prendere il rasoio elettrico dal cofanetto e attaccare la spina a un cavo volante. Si rade piano. Soffia dentro al rasoio e lo batte sul legno della ringhiera. Suo padre è un estemporaneo. Si arrangia e va avanti, applicando concetti basilari, e forse datati, a situazioni nuove. Ha fissato uno specchio da bagno, di quelli con la mensolina, all’angolo del terrazzo. D’estate sono nella casa in montagna. Anno 1959, dice la scritta nel cemento alla base dei gradini. Un sogno ostinato, in cemento e legno come quella dei tre porcellini. E in culo a tutti i lupi mannari là fuori. Sergio ascolta i rumori dal suo letto, prima che le lenzuola di flanella gli volino via.

È sempre estate quando sono lì. Sempre di domenica quando c’è suo padre. Prendono la macchina e vanno all’albergo del lago. C’è uno spaccio alimentare e un giornalaio. Quotidiano, settimanale, fumetto, una gerarchia del pensiero familiare. La giornata parte proprio bene, pensa. Di ritorno dalla spesa si fermano in una macelleria, aperta solo di sabato e domenica. Come tutto il resto lì intorno, è una cosa da fine settimana, che Sergio e sua madre estendono per quasi tre mesi. La macelleria è in un garage ripulito. Vendono carne e salsicce in un banco di acciaio e vetro, e hanno una cella frigorifera ricavata da un ripostiglio. Alle finestre ci sono scuri di legno chiaro, quasi arancio. Comprano salsicce e pasta di maiale da fare alla brace.

Accade sempre e solo di domenica mattina. Quando sta là fuori in pigiama, culo stretto e pisello tra le dita, urinando contro l’angolo della casa, si gusta tutta la serie di cose che succederanno. La rugiada gli bagna ciabatte e calzini. Il ronzio del rasoio elettrico gli annuncia meraviglie.

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