Fahre\’n\’Heit

Visiting

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

«Sì, è stata qui, ti dico»

«Sì, proprio lei, la russa»

«Guarda, due coglioni come meloni. È arrivata giovedì sera, e ci siamo anche un po’ baciati, in stazione, appena arrivata, giusto per carburare, ho pensato. Te lo ricordi, di lei, cosa ti raccontavo? Niente scopate ma pompini grandiosi, perché era impegnata, mi diceva, e a me figurati cosa me ne fregava, capirai. Ecco, a quelli pensavo, quando l’ho rivista. E si è subito ammalata, la sera stessa. Un raffreddore potente, niente di che. Oh, una scena madre per 24 ore al giorno. Una drama queen, come dicono da queste parti. Con Andrew, quello con cui vivo, che non si capacitava come mi fossi tirato in casa una lagna del genere. E io nemmeno. Errore madornale, ti dico»

«Mai più e mai poi. La differenza tra essere e apparire. La sostanza e la forma. La prima notte ci siamo messi a letto, e lei era con le mutandine e basta, pure rosa, erano, e con l’altra mano l’ho abbracciata e le toccavo un capezzolo, ma niente. Si è girata, rigirata, mi ha detto che stava male, aveva mal di testa, si soffiava il naso. Insomma, malata. Di quei malati che non sopportano di essere malati. Sì, bravo, proprio come me. Vaffanculo anche a te, va. Una tristezza infinita, in fondo, perché dopo due giorni non ne potevo più, anzi, non ne potevamo più uno dell’altra, e il terzo quasi ci siamo ignorati, con lei che ieri è voluta andare in stazione, a Liverpool Street, per vedere se c’era un treno e continuare il viaggio da certi amici suoi vicino a Sheffield. Dico, a Sheffield, ma lo sai quanto ci si mette per arrivare lassù? No? Bè, un sacco di ore, e aveva un biglietto di ritorno per Parigi di quelli scontati e non cambiabili e non rimborsabili e pure delle ferrovie francesi, ma dico io, ma dove vivi, certo che non te lo cambiano. E quando eravamo lì nella hall della biglietteria, dopo aver inutilmente parlato con il tizio dietro al bancone, e io stavo aspettando che prendesse l’ovvia decisione di tornare all’appartamento, si è anche sentita debole debole, e si è dovuta sedere, e allora abbiamo preso un cab per tornare, altre tredici sterline, e alla fine, dico, alla fine, ma non poteva rimanere a letto come ha fatto i due giorni prima e cercare di curarsi per oggi, che aveva il treno alle undici, invece di rompere le palle al prossimo?»

«Ma non è mica colpa di nessuno se una si ammala, prendila con filosofia, non c’è altro da fare che dormire e prendere medicine e vaffanculo. No, lagna continua, e perché, e come mai, e come faccio, e guarda fuori, è così bel tempo, e per una volta che vengo a Londra, con quello che costa il biglietto, e ho mal di testa, e mi servono gli antibiotici così mi passa subito (antibiotici? per quelli ti serve la ricetta del medico, e non te li prescrive se non sei già malata con una febbre da cavallo da una settimana), e non posso stare chiusa dentro tutto il giorno, e devo andare, ora magari telefono, hai Internet? allora vado in Internet, ecco, chiamo i miei amici, vedo che treni ci sono, magari ce n’è uno tra un po’, bla bla bla. Tutta una cosa del genere. Quattro giorni, amico caro, quattro giorni di seguito. Non finivano più. Meno male che non avevo preso ferie dal lavoro, che lo volevo quasi fare, e inoltre avevo anche una function venerdì al museo, e dovevo lavorare per quella, e poi il mio colloquio per lunedì, e mi sono preparato leggendomi una montagna di pagine, anche più di quello che dovevo, sennò era da spararsi, garantito. E meno male che se n’è andata. Ecco, cazzo. Ora esco e prendo il bus»

«Il colloquio? In vacca, pure quello. Ciao»

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Posto fisso

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

Il portone dove lavora suo zio è sempre aperto. È una sede dell’Enaip o qualcosa del genere. Entriamo e andiamo su.

All’Enaip non ci va mai nessuno, e mi pare uno di quei posti da imboscati. Perfetto per un posto fisso, e per qualcos’altro. Ci fermiamo sul giroscale tra il secondo e il terzo piano. Mi fermo su uno scalino d’angolo, e lei ne scende uno. Mi guarda negli occhi. Non è convinta. Le dico solo un po’. È sempre solo un po’.

Mi tira giù la cerniera, piano. Le sposto i capelli, per vedere le labbra che si allargano intorno alla cappella. Guardo le guance che tirano e si infossano. Mi appoggio al muro. Un pompino sul giroscale, solo un po’. A lei sembra non faccia né caldo né freddo. Infatti si stacca e mi dice che non le va. Peccato dico io. Peccato un cazzo dice lei.

E andiamo da suo zio.

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