Fahre\’n\’Heit

Primavera

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Il binario nove è all’estremità opposta del deposito bagagli, ed è l’unico pieno di gente. Su quel binario passano i treni da Firenze. Da pochi viaggiatori che erano, si sta formando un gruppo sempre più variopinto di credenti. Fedeli ai treni, scioperi nonostante. Il resto della stazione sono file di panche in cattedrali vuote.

Dal pertugio del sottopasso escono uno dopo l’altro, direttamente sul binario nove. Chi con l’aria incazzata chi col panino in mano. Un giorno proficuo per il baretto, mai vista tanta gente lasciata a piedi in quel posto. Letteralmente a piedi. Rifredi sembra un sobborgo brutto di Firenze. Ma Chiara non ci vive, quindi non può dire di sicuro. C’è passata tante volte però, e fermata alcune, quando si faceva i supermercati della zona. Lavorava come dimostratrice di prodotti gastronomici, dalla caciotta al caffé ai tortellini. Quello che ora chiamano promoter, pensa Chiara.

La strada e l’incrocio fuori della stazione sembrano uno di quei traguardi di montagna del giro d’Italia, dove i corridori sprintano e vincono ma non si fermano. Quei posti che si vedono solo in TV, un non-luogo, quasi. Ma oggi è diverso. Il binario nove pullula di gente appesa ai telefonini, come trapezisti in prova senza rete. Una vita appesa a un filo, che manco c’è. Le persone però non parlano. Forse ascoltano. Su tutto, dominano gli annunci dell’altoparlante, le voci degli speaker, lui in italiano e lei in inglese. Chiara misura la cadenza. Tra un annuncio e l’altro, quaranta secondi.

Annuncio soppressione treno. Ci scusiamo per il disagio.

Due frasi lapidarie che la gente assorbe quasi con masochismo. Ogni volta che le sente Chiara prova come un disagio, come se quelle parole fossero troppo grandi e vaste per poveri mortali. Le persone ferme a gruppetti sotto il cielo grigio carta. L’odore di pioggia che non arriva. Le voci dall’alto, limpide e impietose. Si sente come schiacciata da un fato insondabile. È come se non riuscisse a spiegarselo e abbandonasse così la lotta per manifesta inferiorità. Oggi, dalle banchine della stazione di Rifredi si sentono persino gli uccelli cantare. Primavera, nonostante tutto.

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Palacio do Jardim de Alges

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 11, 2007

Scende la scalinata un po’ storto, facendo perno sul bastone. I gradini sbiancati sono come fuori fuoco. Va verso i vecchi magazzini, prendendo di sbieco il piazzale con le macchine. Entrato, ne esce quasi subito con un sacchetto di plastica e si siede su una panchina di pietra. Col fianco della mano legnosa tagliuzza qualcosa che dentro il sacchetto non c’è.

Dal biancore del palazzo che si vede dal mare, si intuisce un passato di soggiorni estivi, di servitù, di ospiti. Un passato di inverni lunghi per lui, la moglie, e i quattro figli, guardiani e fantasmi di quel posto.
Ora la fortezza non c’è più. Non c’è più quello che rappresentava. Gli ultimi eredi non hanno i soldi per mantenerla. Si tengono una parte ancora buona, il resto lo affittano come uffici ad aziende e studi professionali. Il viale principale, le aiuole simmetriche, la fontana nel centro, e il cortile tondo di fronte ai magazzini diventano parcheggi. Fa fico avere un ufficio in un antico palazzo nobiliare, appena fuori il centro.

Ogni mattina scende la scalinata e si inoltra zigzagando tra le auto. Non fa più nemmeno caso a chi va e chi viene.
I figli se ne sono andati tranne una, che è riuscita a strappare agli eredi due stanze col bagno fuori, tra un ufficio e l’altro. Nel posto più malandato di tutto l’edificio, a ridosso di quella parte dove due anni fa è crollato un pavimento, e da allora è rimasta chiusa. Ma il loro posto, tutto sommato, è ancora buono. Lei fa le pulizie e i giardini. A sessantaquattro anni, e con una gamba che fa cilecca, più di tanto non riesce a fare. Ogni tanto chiede aiuto ad un vecchio compagno di giochi, di quando c’erano le feste e loro spiavano gli ospiti dalle finestre. E lo paga lei, poco, a volte gli fa solo da mangiare. Non dice nulla ai proprietari. Loro sanno, ma fino a quando nessuno chiede tutto va bene.

In due riescono a fare le aiuole davanti. Quelle dietro, le piante del patio con l’altra fontana, il giardino ribassato con l’immensa magnolia che si vede dal mare, verde scuro su fondo bianco, e le siepi intorno all’area, sono libere. Di crescere libere. Nessuno va più nemmeno a vedere se tutto è a posto, se ci sono serpenti o qualche cadavere dimenticato.

Il vecchio, anche stamattina, scende la scalinata, attraversa il piazzale con le macchine, e s’incammina verso i vecchi magazzini. Ne esce con un sacchetto di plastica, e si siede su una panchina di pietra di fianco al portone. Con la mano tagliuzza qualcosa che dentro il sacchetto non c’è. O forse è solo sabbia. Ripete questa specie di rituale tutte le mattine, appena esce. Se ne sta lì, al sole. Poi la figlia lo chiama a pranzo. Poi non so.

La gente degli studi è troppo occupata ad andare e venire. E anch’io mi sento un po’ a disagio.

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