Fahre\’n\’Heit

Perché non ero bravo a descrivere una donna

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on dicembre 29, 2007

1.

«Erano giorni che ormai ignorava la voce che le martellava in testa. E anche oggi, era riuscita a tenerla a bada. Si era messa in Internet a scaricare canzoni che già aveva su un cd, ma che non sapeva più dov’era. Aveva pulito la cucina, poi il bagno, e infine il terrazzo fuori, che andava lavato da chissà quanto. Vedendo i fili per stendere, e valutando ad occhio che non avrebbe piovuto, si era poi messa a lavare le sciarpe invernali, i guanti, le maglie di lana. Strizzandole bene, e sciacquando più volte, come a voler levare la patina di freddo. Aveva anche sbrinato il freezer. Si era inventata qualsiasi cosa per non dare retta a quella voce, la sua, che insisteva ad essere ascoltata.»

Alzo gli occhi dal foglio, e vedo le nostre sagome accennate sul muro di fronte. La luce del sole filtra dai bordi delle pesanti tende rosse alle finestre. È una stanza fatta per il silenzio questa, non per le parole – mentre leggevo, si sentiva quasi l’eco.
Dieci righe, aveva detto Delia, che tiene il laboratorio di scrittura ‘Creare un carattere.’ Dieci righe per tratteggiare un carattere. In attesa, tutti la seguiamo mentre cerca qualcosa nella borsa. Poi parte.

«Cos’è che deve discutere con se stessa?»

«Beh, ho pensato… il fatto che non riesce a schiodarsi da una situazione precaria, provvisoria, ormai da troppo tempo.»

«Tipo?»

«Ecco, è una post-laureata, in una città non sua. È rimasta ad abitare in quella città anche dopo gli studi, e ora ci lavora. Ma non trova un equilibrio definitivo. Insomma, si sente ancora provvisoria, in quella città, proprio come quando studiava.»

«È buono. Ci sono certe intuizioni che funzionano. Il fatto della pulizia ossessiva, per esempio. Le sciarpe, le maglie di lana. Prendiamo questo elemento-traccia, diciamo; ne approfitto, guarda, per anticipare un concetto. Parlavamo ieri della costruzione di un carattere ‘per addizione.’ Ecco, se si vuole dare un indizio, da cui far trapelare qualcosa di quel personaggio, in un lavoro lungo possiamo anche prenderlo per gradi, far maturare quel qualcosa. Ma nella brevità del racconto bisogna avere in mente cosa, da subito. Esattamente, intendo, e fin dall’inizio. Bisogna portare il lettore fino là. Qui mi rendo conto che è un’impresa ardua, visto che vi ho dato dieci righe per delineare il carattere del personaggio. Nel tuo caso, Carlo, mi sembra che qualcosa ci sia, che ‘giri’ insomma.»

«Ah. Non so.»

«Mi sembra di sì. Ci si deve lavorare ancora, ovviamente. Forse ti potresti concentrare anche solo sulle ultime righe, quelle della pulizia. Puoi tracciare sufficientemente il carattere anche solo con quelle. L’ossessività è un buon indizio, per una donna. Non sei d’accordo?»

2.

È la seconda bottega di scrittura che faccio. La prima otto mesi fa, in agosto. Faceva un caldo terrificante, chiusi per quattro giorni in una stanza dell’archivio comunale di Casalecchio, e senza aria condizionata. Però era andata bene. L‘aveva tenuto Sunil, un ragazzo di origine indiana che ha già pubblicato due libri di narrativa e una raccolta di poesie, e di quelle difficili, belle. Un tipo in gamba, molto più giovane di me. Che invidia. Sunil Ardashir, non so se l’avete sentito in giro. Vive a Bologna, praticamente da quando è nato. Comunque. Quella volta il laboratorio era sulle voci narrative: i tipi diversi di voce dei personaggi, le anomalie significative, il gergo da usare e da evitare, cose così. Mica male, a saperci fare. Io sono un po’ inchiodato, non mi riesce tanto estraniarmi da me stesso, scrivo sempre cose dove ci sono io, e magari ci metto anche un collega, la fidanzata o qualche parente col nome vero, che se no non mi riesce.
Dov’ero? Ah, già, le voci narrative. Sono un po’ duro, insomma. Però mi piace scrivere, non faccio fatica. Stento quando devo inventarmi tutto, come dovrei fare ora con Delia. Quelli sono gli scrittori, mi dico, gli altri sono voglio-ma-non-posso. Ecco perché mi sono iscritto, anche se avevo dei dubbi.
‘Scrivere insieme’ è una specie di mini-festival della scrittura, organizzato dal Comune di Bologna, in un’aula della biblioteca dell’Archiginnasio, che è molto bella ma c’ho messo un’ora per trovarla. Uno di quei posti da letterati che incutono riverenza. Con i soffitti a cassettoni e le pareti affrescate. Con le vetrine di legno scuro, e dentro, tomi medievali. Il posto giusto per cominciare, insomma. Tutta la manifestazione dura una settimana, in posti diversi. C’è il laboratorio sulla piccola editoria, sul primo paragrafo, sullo scegliere il titolo, su come questo o quello è stato pubblicato, sullo scrivere una scheda di presentazione, sulle voci narrative (già dato), e questo qui, sul creare i caratteri. Specifico: caratteri femminili. Solo per scrittori maschi. Voglio dire, un laboratorio di scrittura solo per scrittori di sesso maschile che vogliono cimentarsi nella creazione non-stereotipata di personaggi femminili. Un’impresa titanica.
Ero dubbioso, perché se è vero che gli uomini non hanno idea di cosa passa per la testa a una donna, e raramente succede il contrario, è anche vero che sa un po’ di paternalismo organizzare un laboratorio per maschietti. Sembra l’ufficio di supporto per le quote rosa, in azzurro. Non so. Se vi state chiedendo perché allora sia qui con Delia, avete visto giusto. Ne ho bisogno. Alla fine mi sono deciso e ho pagato i sessanta euro d’iscrizione, perché finora non mi è mai uscito un personaggio femminile decente che sia uno. Ho provato di tutto. Ho preso sorelle, colleghe, amiche di scuola, mia zia vedova, mia cognata, perfino mia nipote adolescente, che ce ne sarebbe da scrivere a frotte. Niente. Quando arrivano sulla carta, anzi ancora prima, escono figure ridicole o deformate dalla mia fantasia maschile. Me ne rendo conto io per primo, figuriamoci. Spiace dirlo, e ancor più scriverlo, ma non vado oltre lo stereotipo. Allora, mi sono detto, male non può farmi. E sono andato in posta a pagare il bollettino.

«E come continueresti da qui in poi? Mi chiedevo, Carlo, se avevi pensato a come andare avanti.»

Delia non molla. È sempre lì. E io sempre di qua. Non so se ho fatto bene a venire, lo sapevo. Cosa rispondo? Boh.

«Eh, no, ho abbozzato la figura, ma c’è solo questo, e… è rimasto così. Aggiungere altro… non so. Felicia… il personaggio, ha una sua linea di pensiero, credo dif…»

«Si chiama Felicia? Bello.»

«Eh, difficile da seguire, ecco. Insomma, ho pensato che ce ne sono, di donne così precarie, dopo gli studi, in una situazione del genere. Non so come potrei andare avanti, come rappresentare…»

«Mica dobbiamo arrivare alle generalizzazioni, lo sappiamo quanto sono da evitare, come la peste. Per riprendere da dove abbiamo lasciato… stiamo parlando di fiction, di narrativa. Tutto è permesso, se costruito bene e verosimilmente. Intuisco cosa volevi dire, Carlo, e mi sembra che hai abbozzato bene il personaggio di Felicia. Hai in mano del materiale su cui lavorare, anche se non ti sembra.»

«Mh, può darsi, non so. Mi sembrava funzionasse come linea di pensiero, tutto qui.»

Delia ci ripensa. E poi riparte.

«Ok, estraniamoci per un momento dal tuo racconto, questa cosa vale per tutti. Prendiamo quello che tu hai definito una linea di pensiero. Che altro non è che il carattere del personaggio, la sua espressione. Attraverso i pensieri, prima, le azioni e i dialoghi, poi. Il problema che riscontriamo nella scrittura, è quella della linea di pensiero, appunto. Nella vita non abbiamo una linea di pensiero. Ci sono fatti, idee, pezzi di conversazioni, scontrini della spesa, uomini, donne. Quando scriviamo, prendiamo pezzi qua e là e li mettiamo assieme. Ma siamo noi che scegliamo i pezzi. Non ci sono storie o linee di pensiero bell’e pronte nella vita. Non esistono. Le mettiamo insieme noi, guardandole dall’esterno, se ci riusciamo. Sugli altri ce la facciamo benissimo, su di noi un po’ meno. Per i personaggi di un racconto, o i dialoghi di una conversazione, è la stessa cosa. Quando scriviamo e diamo voce ai caratteri di una storia, questi elementi devono suonare veri, ma sono costruiti, adattati. Come… ridotti in scala, e rimontati, ecco, se mi capite. Si prendono degli elementi disparati, e un poco alla volta se ne fa un ritratto, una forma coerente. Per addizione, appunto. Ma lo vediamo solo dall’esterno, e dopo, di solito. Che ne dici, Carlo?»

«Eh… di cosa?»

«Cosa ne pensi di Felicia… quello che pensa è coerente con quello che fa?

3.

L’ultima frase non la sento. Penso a lei, a F. e alle sue maglie di lana. Che ha strizzato e steso, ma poi è venuto a piovere, e ha dovuto rilavare tutto, perché puzzava di bagnato. L’ha scombussolata talmente questa cosa, che le ho visto le lacrime agli occhi.
Sì, Delia ha ragione, una linea di pensiero già bell’e pronta non esiste, si nota solo col tempo, con l’attenzione. Penso a tutte quelle volte che F. non riesce a parlare neanche a me, che ci vivo assieme, e se ne sta chiusa in un silenzio assordante. Penso a C., che non riesce a schizzare un carattere femminile non-stereotipato, perché forse non sa accorgersi di chi ha intorno. E allora, per stavolta, l’ha preso dove c’era. Sul diario con l’elastico di F.
Stasera, a casa, le dirà che non è andato malaccio, il laboratorio, ma deve lavorare ancora molto.

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Buchi

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

È tornato a casa e ha trovato i buchi nella libreria.

Allora mi hai piantato. Allora è proprio vero. Stufa marcia di me che scopo in giro, con te che fai di tutto per non accorgetene. Sembra un film. C’è quasi da raccontarlo. Ma che cazzo. Io torno a casa la notte dalla radio, entro, e la prima cosa che vedo sono i buchi nella libreria. Ripiani qua e là vuoti.

Una libreria orfana. Fa un effetto. Del cazzo.

La gentilezza degli estranei

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

[Pubblicato online su A.L.I. Associazione Libera Italiana, 2007]

1. Alex

Rune non mi vuole più. Lo capisco da come non risponde alle domande, da come saluta, da come sparisce la mattina. Non volevo venir qua per sapere questo, era meglio stare dov’ero. Fuori la città brulica, contrariamente al mio dentro. Venditori di fazzoletti accanto a bilance pesapersone. Commercianti di canne da pesca lungo un ponte. Ieri sono passato davanti a un negozietto di catene per navi e ganci per gru. Entri e compri una catena da attracco per petroliera. Hanno anche due vetrine, con i rotoli di ferraglia esposti. Questa posto mi dà l’idea del corpo di un’adolescente, una ragazzina di tredici anni, con seno, fianchi e vita da donna, ma gambe troppo lunghe, movimenti dinoccolati, e un viso che non si sa come classificare. Potrebbe essere una bambina o una top model. Istanbul.

Arrivo al piccolo caffè, è vicino a un palazzo antico. Sulla facciata c’è il nome di Garibaldi. Dentro, due targhe di marmo con una dedica della Società Italiana Lavoratori, in occasione del cinquantenario. Chi ci abitava in quella casa nel 1913? Che comunità italiana c’era a Istanbul? Dev’essere ancora di proprietà dell’ambasciata, c’è una bandiera fuori, anche se un po’ nascosta. Giro intorno al palazzo e salgo la stradina laterale. Siedo a un tavolino basso con sedie da bambini.
Due tavoli più in là, viso non troppo fresco, occhi azzurri, jeans e canottiera, una donna si dà un gran daffare per comunicare con una generazione distante. In inglese. Ha una gran borsa con dentro giornali e riviste. Mi chiedo cosa faccia. Lavora in qualche servizio culturale della biennale? Giornalista? Fotografa? Sembra annuire a un uomo seduto al tavolo a fianco. Uno elegante, sobrio. Pantaloni grigi e camicia bianca. Scarpe lucide. Che si sta lamentando perché é mezz’ora che aspetta, pare che lo facciano apposta. È incazzato come non mai.

Li osservo con la coda dell’occhio. A guardarla bene, penso proprio che sia qui per la mostra. Ho anch’io il catalogo della biennale sul tavolino. Non ho ancora visto nulla e sono qui da tre giorni. Non ho palle per fare nient’altro che compartirmi. In fondo la biennale era solo una scusa per rivedere Rune. L’uomo inveisce e se ne va. Il cameriere si guarda bene dal fermarlo. Lei guarda entrambi, poi si gira verso di me. Ricambio il suo sguardo. È una bella donna, sui quaranta, un po’ sovrappeso.

Lo schienale della seggiolina fa male, o forse è solo la mia schiena a essere più insofferente. Fisso la striscia gialla sul muro segnata dal bordo delle sedie, caffé dopo caffé. Una ferita aperta che non sanguina.
Il caffé turco varia molto. Qui lo fanno denso ma non troppo, saporito. Lo portano già zuccherato, basta chiedere senza zucchero, medio zucchero o molto zucchero. Non si gira, sennò la miscela risale a galla. Quello di ieri, in un altro posto con sedie e tavoli ad altezza normale, era troppo denso e la miscela del caffé non riusciva a depositarsi sul fondo. Ho bevuto caffé macinato.

Eva è arrivata a Istanbul da sola, tanto sapeva che avrebbe visto un sacco di gente conosciuta, anche loro qui per lo stesso motivo. E infatti ieri sera, mi dice, si è imbattuta in almeno dieci persone che bazzicano la scena artistica. Che culo, mi verrebbe voglia di dirle. Ma sto zitto. Mi racconta cosa le è successo.
Girando per viottoli, si rompe un tacco. In strada, ovunque, ci sono lavori per adeguare le infrastrutture a quella che dovrebbe essere la più grande metropoli europea dopo Mosca. La pedonabilità ne risente un pochino, per usare un eufemismo. Entra in un negozio che vende pelle, chiede se lì vicino c’è un calzolaio. Dietro il banco, un signore distinto coi capelli bianchi. La fa accomodare, valuta il problema, parla al telefono. Arriva un vecchietto che prende la scarpa, sparisce, e dopo dieci minuti torna col tacco nuovo. Le scarpe sono bianche, non proprio roba che si trova facilmente. Le chiedono anche l’altra scarpa. Eva tergiversa un po’, confusa, ma alla fine si arrende benevola ai due. Altri dieci minuti, altro tacco nuovo e perfetto. Le offrono anche il tè. Alla fine si alza, ringrazia e fa per pagare, ma i due non accettano denaro. Niente di niente. Un grazie e basta.
Una di quelle giornate che non ti aspetti. Ma mi ci metto anch’io. Eva è qui da sola. Fa la curatrice di un museo a Basilea e non si perde una biennale. Il suo uomo fa il grafico e a lui l’ambiente dell’arte fa proprio schifo. Quando la incontro mi dà l’impressione di essersi cucita addosso un vestito da curatrice-giramondo. Sembra che in fondo desideri un’altra vita, e a questo punto non possa tirarsi indietro. Ma forse é solo una mia proiezione.
Esce dal negozietto confusa, felice. Entra in un bar e si mette a chiacchierare con uno straniero, che da venti minuti sta aspettando un tè. ll tizio accanto, munito di catalogo della biennale – e che poi sarei io – la sbircia con vago interesse. Si presentano, chiacchierano, decidono di mangiare qualcosa assieme.

Eccomi qua. Con una donna del quale so appena qualcosa e ciò mi basta. Rune dev’essere già tornato alla guest house a quest’ora. Chissà cosa penserà non trovandomi. Un po’ per i soldi, un po’ perché non sono pratico della città, in questi due giorni è finita che ero la sua ombra. Certo oggi non mi può dire che sono a traino. Anzi, le propongo di andare a vedere la Torre del Galata. C’é un edificio a fianco, il portone è sempre aperto, basta spingerlo e si sale su fino all’altezza della torre, e non c’è mai nessuno. Mi c’ha portato ieri Rune. Credo di poterlo ritrovare.

Camminiamo fino al Galata. Nel mezzo del quartiere c’è la torre, circolare, in pietra. Piena di gente. Andiamo avanti. Eva mi sembra contenta. Quando mi parla mi guarda negli occhi, e mi sento un po’ in imbarazzo. Ho avuto altre storie con donne, ma mi sento sempre impacciato. Come se dovessi dimostrare qualcosa che non ho, o che non sono. Entriamo nel portone. Ci sono degli uffici pubblici per gli infortuni sul lavoro o qualcosa del genere. Comunque sia è sempre aperto. Andiamo su.

2. Eva

Bella questa cosa. Mi ha portata fin qua, all’altezza della Torre, solo un po’ più a destra. Sul Bosforo c’è una quantità di navi, barche, petroliere, cargo, pescherecci. È la prima cosa che ho notato ieri venendo dall’aeroporto. La strada segue la costa europea da nord verso sud, l’ho seguita col dito sulla cartina. Sulla terrazza del tetto chiacchieriamo, fumiamo, ridiamo. Un’interminabile fila di navi, dentro fuori e attraverso Istanbul. Barche e pescherecci hanno sempre il via libera, mi dice. Le navi stazionano alla larga prima di avere l’ok per imboccare il Bosforo. Forse non è vero, ma sembrano rapide nonostante la stazza. Dei gran lumaconi che pensi ci metteranno una vita per rullare e procedere, ma non è così.

Non so come prenderlo. Forse ho detto qualcosa di strano e non me ne sono accorta. S’è rattristito d’un colpo. Ormai è andata. Godiamoci il momento. Chissà Lukas cosa direbbe a vedermi qui. Lui che non sopporta le biennali, men che meno gli artisti. Tutti froci, pare. Non lo dice ma lo pensa.

– Devo andare, domattina lavoro e mi alzo presto.
Uno scatto in piedi, a metà sigaretta. Avevo capito che era qui con un suo amico. Un po’ a malincuore scendo anch’io, lo saluto, gli do un bacio sulla guancia. Buona fortuna e arrivederci. Vedo un taxi e mi sbraccio, d’un tratto l’aria è pesante. Mi giro e lo guardo. Ci penso, ma poi non gli lascio il biglietto da visita. Va bene così, e buonanotte. Chiedo per il London Hotel.
Mi monta una specie di rabbia. Voglio fumare. Ho anche lasciato la borsa aperta, che cretina. Il pacchetto mi viene in mano da sé. Mi fermo. C’è come troppo vuoto. Un pensiero balordo. Mi si scaldano le tempie. Prendo la borsa sulle ginocchia, cerco. In quel momento, so. Non ho più il portafogli. No, aspetta. Tiro fuori giornali e guida, specchietto e agenda, tiro fuori tutto quello che c’è dentro. Faccio segno al taxista che non capisce. Continua ad andare. Fermati, cazzone, fermati. Dove cristo vai, non capisci? Mi ha fregato il portafogli, il portafogli. I soldi. Le carte. Aspetta. Mi guarda prima nello specchietto, si gira, continua a guidare.

– No money. They stole my purse. No money, you get it?
Non volevo fare una scenata. Ma che cazzo. Fermati. È fermo. Mi guarda. Mi sento addosso lacrime. Devo sembrar stupida e sono invece imputtanita come non mai. Con me stessa, per lo più. Alla fine lo guardo. Aspetta, lui. Aspetta di sapere cosa voglio fare. Cosa voglio fare?
Rimetto tutto dentro e chiudo la lampo. Ora la riapro, e tutto sarà come prima.

– Where the money?
E che ne so? Gli dico forse sul tetto del palazzo, forse è scivolato quando ho preso il pacchetto. So bene che non è così. Lukas m’ha scassato le palle per anni perché chiudessi la borsa quando vado in giro. Lui tutto precisino. E ora la chiudo, senza rendermene conto. Anche quando prendo l’accendino, apro e chiudo tutte le volte.

– Ok, mi fa lui, come dire, sali che torniamo indietro.
– Ok, dico io.
Le lacrime sono passate, ma rimane il nervoso. Se davvero è stato lui, quel figlio di puttana. No, Eva, fermati. Magari l’hai solo perso. Magari è sul tetto.
Già, il tetto. Il panorama.
Il taxi torna alla Torre del Galata. Io la richiudo sempre, la borsa. Si ferma davanti all’ingresso. Il portone dove siamo entrati prima è un po’ più a destra. Devo cercare quel portone, ma forse è sull’altra via, non mi sembra qui. Scendo.

– I… I don’t have money.
Non l’hai ancora capito? Via, và! Mi allontano dalla macchina, isterica. Attraverso la strada per vedere meglio gli ingressi. Era di legno coi vetri in alto. Faccio tutto un pezzo di strada in discesa, ma non riconosco il portone. Neanche il palazzo. Mi sembrano tutti uguali. Merda. Sento un clacson. È il taxista che non se n’è andato. Mi chiede cosa c’è, un’altra volta. Non è facile capire una in stato isterico tignoso. Mi dice a gesti di montare in macchina, mi può aiutare. Boh. Vado, tanto peggio di così. Giù verso il mare, ma non attraversa il ponte. Non riesco a pensare, ora. Mi affido a lui. Mi sento scarica.

– You go to friends, my friends. You help. They speak English.
Almeno quello. Parcheggia fuori da un portoncino. C’è una targa, Altyazi FilmLab. Si affaccia un tipo capellone in maglietta militare e jeans. Un altro è dentro. Dopo qualche parlottamento, finalmente si rivolgono a me in inglese. Spiego, poco convinta, e forse poco convincente. Sono le undici di sera in un appartamento di Istanbul con tre uomini che non ho mai visto prima. Mia madre mi darebbe della scema. Mio padre, lasciamo perdere. Non ha mai capito cosa faccio, o non ha mai voluto capire.

Siamo in uno studio di post-produzione. Due tavoli con doppi computer, mixer, monitor. Metri di cavi sparsi sul pavimento, e un tavolone in fondo alla parete con scartoffie, custodie di plastica, fogli, dvd. In fondo ha un suo ordine, nel casino. I due stanno lavorando, come dice la targa, al montaggio digitale di un film. E sospendono ogni cosa.
Il taxista rimane ancora per un po’, il tempo di preparare un tè, poi sparisce. Lui lavora, di notte. Cercano di tranquillizzarmi facendomi parlare e imprecare. Mi vedo, e vedo loro, come se fossi fuori da me stessa, in un angolo della stanza. Una spettatrice. Ci riescono. Bevo il tè. Si lanciano in rete e mi danno i numeri da chiamare per bloccare le carte. Mi danno telefono e bloc-notes. Chiamo, mi rispondono dopo un’eternità. Blocco tutte e tre le carte.

– Globetrotter, you know…
Mi prendo anche in giro da sola. Domani penserò a patente e tessera sanitaria. Ai quasi duecento euro è meglio che non ci pensi proprio. Passo circa mezz’ora lì dentro. Si offrono addirittura di portarmi alla polizia per la denuncia. Avevo deciso di rimandare a domattina, ma forse è meglio levarsi dagli impicci ora, freschi di reato. Altro giro. Due ore di snervamento. Era meglio se andavo a dormire. Loro però rimangono lì, anche se il poliziotto ammiccante parla inglese. Ma da dove sbucano questi due?

– What hotel are you staying?
Do forfait. Mi arrendo. Ho capito che mi accompagneranno fino a Basilea, se serve. Il London Hotel è famosetto. Soprattutto tra i creativi. Prima di scendere dalla macchina, mi offrono di darmi i duecento euro per andare avanti fino a sabato. Quelli che mi hanno rubato. D’acchito non capisco bene cosa vogliono dirmi, poi realizzo. Rimango interdetta, perché dovrebbero fare una cosa simile? E i creativi sono tutti precari che sappia io. O Istanbul è l’eccezione? Non penso proprio. Non ci credo. No grazie, non voglio. Lo so bene che non ho soldi qui con me, ma me li faccio spedire. Domani. Lo so che poi glieli ridarei, cosa c’entra? Non voglio, anche se non ho un centesimo in tasca. Posso chiederli a qualcuno degli artisti o curatori che conosco, anche loro qui a Istanbul. Che figura di merda. D’altra parte, capita a tutti. Può capitare. Quello stronzo. E io tanto fessa. Ok, sono senza un soldo.

– Are you sure you wanna do this?
Non mi conoscete neanche. Non sapete niente di me. Non sapete il mio cognome né dove abito. E ve li ridarò, una volta tornata a casa? Potrei sparire e buonanotte, come l’amico dei panorami mozzafiato.

– Well, that’s our responsability. We decided to give you the money. We, and we only, are responsible if you don’t send it back. Get it? That would be our mistake, right?
Right. Accetto, mi faccio dare nomi e indirizzi, prometto solennemente che li rispedirò appena tornata. Chiedo ancora, a me stessa, come facciano a fidarsi.

Mi riportano in albergo, stretta di mano. Buonanotte. Mi infilo nel letto con le gambe che fanno male, e penso a voce alta che è una buona storia per un posto come Istanbul. Mi dico che si sopravvive di più quando si prova a vivere. E dormo.

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