Fahre\’n\’Heit

Supermercato In Famiglia

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on febbraio 6, 2008

È corsa a casa piangendo. Non-sapere-cosa-fare scritto in faccia. L’hanno trovata accucciata in magazzino, che riempiva buste di plastica, all’inizio del turno di pomeriggio. Presa alla sprovvista, gli occhi si son fatti lucidi, non ha detto niente, ed è corsa via. Forse nello spogliatoio. È finita in quel momento la vita di paese di mia sorella Sonia.

Io lo sapevo. Riempiva i sacchetti e mandava a chiamare la piccola di casa, me, che allora avevo dieci anni e il viso paffuto. Diceva alla gente in coda alla cassa che era spesa pagata, e io facevo sì, con la testa. Mi apostrofava anche, con frasi del tipo:

“E guarda di fare piano, hai capito? Perché sei capace di fare chissà cosa dei vasetti della Bormioli.”

Come se agli altri fregasse qualcosa se spediva a casa vasetti di vetro o altra roba, sistemata sul fondo della borsa. Il vice l’ha beccata con le mani nel sacchetto, mentre sistemava il tutto. Poteva dire sì, è per me, la prendo ora e la pago dopo, che problema c’è? Invece è rimasta lì, in ginocchioni, con l’uniforme del supermercato e la borsa di plastica mezza piena. Che figura di merda. Licenziata. Anzi, le hanno chiesto di andarsene. Era in sostituzione per maternità dell’altra commessa, affidabile, onesta, e pure simpatica, Luana. L’altra nostra sorella. Doppia figura di merda.

Credo sia stato in quel pomeriggio che Sonia ha deciso di andarsene. Si è sposata dopo qualche mese, con un tizio conosciuto dove faceva la stagione come cameriera. Ha messo su casa, ha imparato il dialetto, e in paese non si è mai fermata per più di un pomeriggio.

Annunci

Exotic and Erotic

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Il carabiniere sparisce dietro una porta, poi torna e dice che ha chiamato un’interprete. Possiamo aspettare lì, se vogliamo. Il consolato italiano di Sofia è una villetta nobiliare a ridosso di una delle piazze principali. L’abbiamo scorto per caso nel pomeriggio, girando a zonzo, prima di tornare dal ristorante e scoprire che la macchina l’avevano fregata per davvero.

Ce l’han fottuta stavolta, sai?

Sì, lo so. Ne sono sicuro, anche se non lo dico. È già successo di non trovarla, a Budapest, ma lì mancava tutta la fila e abbiamo subito pensato ai vigili, o alla polizia. Mentre ora c’è proprio il buco. Posteggio vuoto, solo il nostro.

Arriva l’interprete, una donna di cinquant’anni e una sorella in Italia, a Verona. Per questo parla italiano. Ci raccatta e ci porta all’ufficio di polizia per fare la denuncia. Lì ci raccontano delle bande car-spotting al confine con l’Ungheria. Di automobili che vengono tenute d’occhio anche per giorni, fino a quando non capita l’occasione giusta. Di officine che le smontano in tre ore, e di autisti che le portano aldilà del confine in meno di una. Boh. Alla fine paghiamo l’interprete, ci scambiano i numeri di telefono che non si sa mai, usciamo e ci sediamo in un fast-food.

Sempre più esotico. Decidiamo di continuare.

La gentilezza degli estranei

Posted in leForme. Racconti [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

[Pubblicato online su A.L.I. Associazione Libera Italiana, 2007]

1. Alex

Rune non mi vuole più. Lo capisco da come non risponde alle domande, da come saluta, da come sparisce la mattina. Non volevo venir qua per sapere questo, era meglio stare dov’ero. Fuori la città brulica, contrariamente al mio dentro. Venditori di fazzoletti accanto a bilance pesapersone. Commercianti di canne da pesca lungo un ponte. Ieri sono passato davanti a un negozietto di catene per navi e ganci per gru. Entri e compri una catena da attracco per petroliera. Hanno anche due vetrine, con i rotoli di ferraglia esposti. Questa posto mi dà l’idea del corpo di un’adolescente, una ragazzina di tredici anni, con seno, fianchi e vita da donna, ma gambe troppo lunghe, movimenti dinoccolati, e un viso che non si sa come classificare. Potrebbe essere una bambina o una top model. Istanbul.

Arrivo al piccolo caffè, è vicino a un palazzo antico. Sulla facciata c’è il nome di Garibaldi. Dentro, due targhe di marmo con una dedica della Società Italiana Lavoratori, in occasione del cinquantenario. Chi ci abitava in quella casa nel 1913? Che comunità italiana c’era a Istanbul? Dev’essere ancora di proprietà dell’ambasciata, c’è una bandiera fuori, anche se un po’ nascosta. Giro intorno al palazzo e salgo la stradina laterale. Siedo a un tavolino basso con sedie da bambini.
Due tavoli più in là, viso non troppo fresco, occhi azzurri, jeans e canottiera, una donna si dà un gran daffare per comunicare con una generazione distante. In inglese. Ha una gran borsa con dentro giornali e riviste. Mi chiedo cosa faccia. Lavora in qualche servizio culturale della biennale? Giornalista? Fotografa? Sembra annuire a un uomo seduto al tavolo a fianco. Uno elegante, sobrio. Pantaloni grigi e camicia bianca. Scarpe lucide. Che si sta lamentando perché é mezz’ora che aspetta, pare che lo facciano apposta. È incazzato come non mai.

Li osservo con la coda dell’occhio. A guardarla bene, penso proprio che sia qui per la mostra. Ho anch’io il catalogo della biennale sul tavolino. Non ho ancora visto nulla e sono qui da tre giorni. Non ho palle per fare nient’altro che compartirmi. In fondo la biennale era solo una scusa per rivedere Rune. L’uomo inveisce e se ne va. Il cameriere si guarda bene dal fermarlo. Lei guarda entrambi, poi si gira verso di me. Ricambio il suo sguardo. È una bella donna, sui quaranta, un po’ sovrappeso.

Lo schienale della seggiolina fa male, o forse è solo la mia schiena a essere più insofferente. Fisso la striscia gialla sul muro segnata dal bordo delle sedie, caffé dopo caffé. Una ferita aperta che non sanguina.
Il caffé turco varia molto. Qui lo fanno denso ma non troppo, saporito. Lo portano già zuccherato, basta chiedere senza zucchero, medio zucchero o molto zucchero. Non si gira, sennò la miscela risale a galla. Quello di ieri, in un altro posto con sedie e tavoli ad altezza normale, era troppo denso e la miscela del caffé non riusciva a depositarsi sul fondo. Ho bevuto caffé macinato.

Eva è arrivata a Istanbul da sola, tanto sapeva che avrebbe visto un sacco di gente conosciuta, anche loro qui per lo stesso motivo. E infatti ieri sera, mi dice, si è imbattuta in almeno dieci persone che bazzicano la scena artistica. Che culo, mi verrebbe voglia di dirle. Ma sto zitto. Mi racconta cosa le è successo.
Girando per viottoli, si rompe un tacco. In strada, ovunque, ci sono lavori per adeguare le infrastrutture a quella che dovrebbe essere la più grande metropoli europea dopo Mosca. La pedonabilità ne risente un pochino, per usare un eufemismo. Entra in un negozio che vende pelle, chiede se lì vicino c’è un calzolaio. Dietro il banco, un signore distinto coi capelli bianchi. La fa accomodare, valuta il problema, parla al telefono. Arriva un vecchietto che prende la scarpa, sparisce, e dopo dieci minuti torna col tacco nuovo. Le scarpe sono bianche, non proprio roba che si trova facilmente. Le chiedono anche l’altra scarpa. Eva tergiversa un po’, confusa, ma alla fine si arrende benevola ai due. Altri dieci minuti, altro tacco nuovo e perfetto. Le offrono anche il tè. Alla fine si alza, ringrazia e fa per pagare, ma i due non accettano denaro. Niente di niente. Un grazie e basta.
Una di quelle giornate che non ti aspetti. Ma mi ci metto anch’io. Eva è qui da sola. Fa la curatrice di un museo a Basilea e non si perde una biennale. Il suo uomo fa il grafico e a lui l’ambiente dell’arte fa proprio schifo. Quando la incontro mi dà l’impressione di essersi cucita addosso un vestito da curatrice-giramondo. Sembra che in fondo desideri un’altra vita, e a questo punto non possa tirarsi indietro. Ma forse é solo una mia proiezione.
Esce dal negozietto confusa, felice. Entra in un bar e si mette a chiacchierare con uno straniero, che da venti minuti sta aspettando un tè. ll tizio accanto, munito di catalogo della biennale – e che poi sarei io – la sbircia con vago interesse. Si presentano, chiacchierano, decidono di mangiare qualcosa assieme.

Eccomi qua. Con una donna del quale so appena qualcosa e ciò mi basta. Rune dev’essere già tornato alla guest house a quest’ora. Chissà cosa penserà non trovandomi. Un po’ per i soldi, un po’ perché non sono pratico della città, in questi due giorni è finita che ero la sua ombra. Certo oggi non mi può dire che sono a traino. Anzi, le propongo di andare a vedere la Torre del Galata. C’é un edificio a fianco, il portone è sempre aperto, basta spingerlo e si sale su fino all’altezza della torre, e non c’è mai nessuno. Mi c’ha portato ieri Rune. Credo di poterlo ritrovare.

Camminiamo fino al Galata. Nel mezzo del quartiere c’è la torre, circolare, in pietra. Piena di gente. Andiamo avanti. Eva mi sembra contenta. Quando mi parla mi guarda negli occhi, e mi sento un po’ in imbarazzo. Ho avuto altre storie con donne, ma mi sento sempre impacciato. Come se dovessi dimostrare qualcosa che non ho, o che non sono. Entriamo nel portone. Ci sono degli uffici pubblici per gli infortuni sul lavoro o qualcosa del genere. Comunque sia è sempre aperto. Andiamo su.

2. Eva

Bella questa cosa. Mi ha portata fin qua, all’altezza della Torre, solo un po’ più a destra. Sul Bosforo c’è una quantità di navi, barche, petroliere, cargo, pescherecci. È la prima cosa che ho notato ieri venendo dall’aeroporto. La strada segue la costa europea da nord verso sud, l’ho seguita col dito sulla cartina. Sulla terrazza del tetto chiacchieriamo, fumiamo, ridiamo. Un’interminabile fila di navi, dentro fuori e attraverso Istanbul. Barche e pescherecci hanno sempre il via libera, mi dice. Le navi stazionano alla larga prima di avere l’ok per imboccare il Bosforo. Forse non è vero, ma sembrano rapide nonostante la stazza. Dei gran lumaconi che pensi ci metteranno una vita per rullare e procedere, ma non è così.

Non so come prenderlo. Forse ho detto qualcosa di strano e non me ne sono accorta. S’è rattristito d’un colpo. Ormai è andata. Godiamoci il momento. Chissà Lukas cosa direbbe a vedermi qui. Lui che non sopporta le biennali, men che meno gli artisti. Tutti froci, pare. Non lo dice ma lo pensa.

– Devo andare, domattina lavoro e mi alzo presto.
Uno scatto in piedi, a metà sigaretta. Avevo capito che era qui con un suo amico. Un po’ a malincuore scendo anch’io, lo saluto, gli do un bacio sulla guancia. Buona fortuna e arrivederci. Vedo un taxi e mi sbraccio, d’un tratto l’aria è pesante. Mi giro e lo guardo. Ci penso, ma poi non gli lascio il biglietto da visita. Va bene così, e buonanotte. Chiedo per il London Hotel.
Mi monta una specie di rabbia. Voglio fumare. Ho anche lasciato la borsa aperta, che cretina. Il pacchetto mi viene in mano da sé. Mi fermo. C’è come troppo vuoto. Un pensiero balordo. Mi si scaldano le tempie. Prendo la borsa sulle ginocchia, cerco. In quel momento, so. Non ho più il portafogli. No, aspetta. Tiro fuori giornali e guida, specchietto e agenda, tiro fuori tutto quello che c’è dentro. Faccio segno al taxista che non capisce. Continua ad andare. Fermati, cazzone, fermati. Dove cristo vai, non capisci? Mi ha fregato il portafogli, il portafogli. I soldi. Le carte. Aspetta. Mi guarda prima nello specchietto, si gira, continua a guidare.

– No money. They stole my purse. No money, you get it?
Non volevo fare una scenata. Ma che cazzo. Fermati. È fermo. Mi guarda. Mi sento addosso lacrime. Devo sembrar stupida e sono invece imputtanita come non mai. Con me stessa, per lo più. Alla fine lo guardo. Aspetta, lui. Aspetta di sapere cosa voglio fare. Cosa voglio fare?
Rimetto tutto dentro e chiudo la lampo. Ora la riapro, e tutto sarà come prima.

– Where the money?
E che ne so? Gli dico forse sul tetto del palazzo, forse è scivolato quando ho preso il pacchetto. So bene che non è così. Lukas m’ha scassato le palle per anni perché chiudessi la borsa quando vado in giro. Lui tutto precisino. E ora la chiudo, senza rendermene conto. Anche quando prendo l’accendino, apro e chiudo tutte le volte.

– Ok, mi fa lui, come dire, sali che torniamo indietro.
– Ok, dico io.
Le lacrime sono passate, ma rimane il nervoso. Se davvero è stato lui, quel figlio di puttana. No, Eva, fermati. Magari l’hai solo perso. Magari è sul tetto.
Già, il tetto. Il panorama.
Il taxi torna alla Torre del Galata. Io la richiudo sempre, la borsa. Si ferma davanti all’ingresso. Il portone dove siamo entrati prima è un po’ più a destra. Devo cercare quel portone, ma forse è sull’altra via, non mi sembra qui. Scendo.

– I… I don’t have money.
Non l’hai ancora capito? Via, và! Mi allontano dalla macchina, isterica. Attraverso la strada per vedere meglio gli ingressi. Era di legno coi vetri in alto. Faccio tutto un pezzo di strada in discesa, ma non riconosco il portone. Neanche il palazzo. Mi sembrano tutti uguali. Merda. Sento un clacson. È il taxista che non se n’è andato. Mi chiede cosa c’è, un’altra volta. Non è facile capire una in stato isterico tignoso. Mi dice a gesti di montare in macchina, mi può aiutare. Boh. Vado, tanto peggio di così. Giù verso il mare, ma non attraversa il ponte. Non riesco a pensare, ora. Mi affido a lui. Mi sento scarica.

– You go to friends, my friends. You help. They speak English.
Almeno quello. Parcheggia fuori da un portoncino. C’è una targa, Altyazi FilmLab. Si affaccia un tipo capellone in maglietta militare e jeans. Un altro è dentro. Dopo qualche parlottamento, finalmente si rivolgono a me in inglese. Spiego, poco convinta, e forse poco convincente. Sono le undici di sera in un appartamento di Istanbul con tre uomini che non ho mai visto prima. Mia madre mi darebbe della scema. Mio padre, lasciamo perdere. Non ha mai capito cosa faccio, o non ha mai voluto capire.

Siamo in uno studio di post-produzione. Due tavoli con doppi computer, mixer, monitor. Metri di cavi sparsi sul pavimento, e un tavolone in fondo alla parete con scartoffie, custodie di plastica, fogli, dvd. In fondo ha un suo ordine, nel casino. I due stanno lavorando, come dice la targa, al montaggio digitale di un film. E sospendono ogni cosa.
Il taxista rimane ancora per un po’, il tempo di preparare un tè, poi sparisce. Lui lavora, di notte. Cercano di tranquillizzarmi facendomi parlare e imprecare. Mi vedo, e vedo loro, come se fossi fuori da me stessa, in un angolo della stanza. Una spettatrice. Ci riescono. Bevo il tè. Si lanciano in rete e mi danno i numeri da chiamare per bloccare le carte. Mi danno telefono e bloc-notes. Chiamo, mi rispondono dopo un’eternità. Blocco tutte e tre le carte.

– Globetrotter, you know…
Mi prendo anche in giro da sola. Domani penserò a patente e tessera sanitaria. Ai quasi duecento euro è meglio che non ci pensi proprio. Passo circa mezz’ora lì dentro. Si offrono addirittura di portarmi alla polizia per la denuncia. Avevo deciso di rimandare a domattina, ma forse è meglio levarsi dagli impicci ora, freschi di reato. Altro giro. Due ore di snervamento. Era meglio se andavo a dormire. Loro però rimangono lì, anche se il poliziotto ammiccante parla inglese. Ma da dove sbucano questi due?

– What hotel are you staying?
Do forfait. Mi arrendo. Ho capito che mi accompagneranno fino a Basilea, se serve. Il London Hotel è famosetto. Soprattutto tra i creativi. Prima di scendere dalla macchina, mi offrono di darmi i duecento euro per andare avanti fino a sabato. Quelli che mi hanno rubato. D’acchito non capisco bene cosa vogliono dirmi, poi realizzo. Rimango interdetta, perché dovrebbero fare una cosa simile? E i creativi sono tutti precari che sappia io. O Istanbul è l’eccezione? Non penso proprio. Non ci credo. No grazie, non voglio. Lo so bene che non ho soldi qui con me, ma me li faccio spedire. Domani. Lo so che poi glieli ridarei, cosa c’entra? Non voglio, anche se non ho un centesimo in tasca. Posso chiederli a qualcuno degli artisti o curatori che conosco, anche loro qui a Istanbul. Che figura di merda. D’altra parte, capita a tutti. Può capitare. Quello stronzo. E io tanto fessa. Ok, sono senza un soldo.

– Are you sure you wanna do this?
Non mi conoscete neanche. Non sapete niente di me. Non sapete il mio cognome né dove abito. E ve li ridarò, una volta tornata a casa? Potrei sparire e buonanotte, come l’amico dei panorami mozzafiato.

– Well, that’s our responsability. We decided to give you the money. We, and we only, are responsible if you don’t send it back. Get it? That would be our mistake, right?
Right. Accetto, mi faccio dare nomi e indirizzi, prometto solennemente che li rispedirò appena tornata. Chiedo ancora, a me stessa, come facciano a fidarsi.

Mi riportano in albergo, stretta di mano. Buonanotte. Mi infilo nel letto con le gambe che fanno male, e penso a voce alta che è una buona storia per un posto come Istanbul. Mi dico che si sopravvive di più quando si prova a vivere. E dormo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: