Fahre\’n\’Heit

Per 100

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 27, 2007

Prendo soldi da chi lavora per me. Tecnicamente sono tangenti. Io li chiamo contributi, oppure favori. Tra gente che si capisce al volo. Appuntamento alla festa latinoamericana sulla spiaggia di Viareggio. Un posto del cazzo, con tanta gente che fa finta di divertirsi e magari qualcuno che si diverte davvero. Dopo aver girovagato per un’ora, alla fine mi apposto vicino all’ingresso.

Arriva Marco. Battute, chiacchiere, risate. È un tipo a posto, forse anche buono. Tra i due, il viscido sono io. Dopo un po’ mi fa presente che ha quattromila euro in tasca e non vuole certo tenerli lì tutta la sera. Specie in un posto come quello. Ci spostiamo in un angolo, infila la mano e tira fuori un rotolo di fogli da 100. Prendo e passo nella mia tasca. Ora sono a posto. Forse anche buono.

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Cena fuori

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on novembre 26, 2007

È accucciata sul sedile, con le ginocchia rivolte verso lo schienale, e le labbra socchiuse sulla cappella.

Guardo la strada, faccio attenzione. A volte qualcosa mi sale fino al cervello, ma in fondo mi piace più l’idea del pompino mentre guido, che non il pompino stesso. Mi piace vederla così, con la gonna un po’ su per potersi accoccolare, la testa sopra le mie gambe. L’atto in sé è bello ma non da mandare in estasi. Fuori città vado comunque piano. C’è un semaforo rosso, mi fermo in colonna. Siamo in mezzo a uno slargo con case e bar. E persone in giro.

Dico a Monica di stare giù, che c’è gente. Le piace questa cosa. Anche a me.

Riparto, e la sento ripartire. Va giù con tutta la bocca, è caldissima. Si ferma. Lo tocca appena con la lingua. Lo ingoia di nuovo, di colpo. Stavolta sento, eccome. Svolto per il viale alberato che attraversa i campi fino alla collina. Mi devo fermare. Ha vinto lei.

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Tre parole

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Non parla.

A scuola dicevano che quando era incazzato stava zitto. Forse è vero, allora. Mi dice che gli sembrano tutti tafani liberi aldiquà del vetro, vestiti da Vogue. Allora Claudio mette il muso mentre gira per le parti chic della città. È una reazione incontrollata, pensa, non posso farci niente, ma lo realizza sempre e solo dopo.

Tiene suo figlio in braccio mentre cammina. Ha tre settimane, e gli piace essere steso di schiena sull’avambraccio di suo padre, con una mano a reggergli la testa. Guardano tutti il bimbo, e a Claudio gli si cuce addosso una faccia da disadattato sociale.

Vorrei essere un agente di commercio, mi ha detto ieri sera quando l’ho visto a casa sua. Poter definire la mia posizione in tre parole. Agente. Di. Commercio. Poi magari aggiungere ‘Utet’ o ‘San Carlo’. Libri. Patatine. Qualsiasi cosa riconoscibile. Fa le prove quando vede maschi curati sui trenta entrare e uscire da bar e negozi, in quelle strade piene di gente. Si guarda nei loro vestiti. Pensa che non è poi male.

Fa il numero dell’agenzia dove ha portato il curriculum, e dice che è interessato alla posizione. Gli passano il tizio del colloquio. Gli faranno sapere quando hanno valutato tutti i candidati.

Primavera

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Il binario nove è all’estremità opposta del deposito bagagli, ed è l’unico pieno di gente. Su quel binario passano i treni da Firenze. Da pochi viaggiatori che erano, si sta formando un gruppo sempre più variopinto di credenti. Fedeli ai treni, scioperi nonostante. Il resto della stazione sono file di panche in cattedrali vuote.

Dal pertugio del sottopasso escono uno dopo l’altro, direttamente sul binario nove. Chi con l’aria incazzata chi col panino in mano. Un giorno proficuo per il baretto, mai vista tanta gente lasciata a piedi in quel posto. Letteralmente a piedi. Rifredi sembra un sobborgo brutto di Firenze. Ma Chiara non ci vive, quindi non può dire di sicuro. C’è passata tante volte però, e fermata alcune, quando si faceva i supermercati della zona. Lavorava come dimostratrice di prodotti gastronomici, dalla caciotta al caffé ai tortellini. Quello che ora chiamano promoter, pensa Chiara.

La strada e l’incrocio fuori della stazione sembrano uno di quei traguardi di montagna del giro d’Italia, dove i corridori sprintano e vincono ma non si fermano. Quei posti che si vedono solo in TV, un non-luogo, quasi. Ma oggi è diverso. Il binario nove pullula di gente appesa ai telefonini, come trapezisti in prova senza rete. Una vita appesa a un filo, che manco c’è. Le persone però non parlano. Forse ascoltano. Su tutto, dominano gli annunci dell’altoparlante, le voci degli speaker, lui in italiano e lei in inglese. Chiara misura la cadenza. Tra un annuncio e l’altro, quaranta secondi.

Annuncio soppressione treno. Ci scusiamo per il disagio.

Due frasi lapidarie che la gente assorbe quasi con masochismo. Ogni volta che le sente Chiara prova come un disagio, come se quelle parole fossero troppo grandi e vaste per poveri mortali. Le persone ferme a gruppetti sotto il cielo grigio carta. L’odore di pioggia che non arriva. Le voci dall’alto, limpide e impietose. Si sente come schiacciata da un fato insondabile. È come se non riuscisse a spiegarselo e abbandonasse così la lotta per manifesta inferiorità. Oggi, dalle banchine della stazione di Rifredi si sentono persino gli uccelli cantare. Primavera, nonostante tutto.

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