Fahre\’n\’Heit

Supermercato In Famiglia

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on febbraio 6, 2008

È corsa a casa piangendo. Non-sapere-cosa-fare scritto in faccia. L’hanno trovata accucciata in magazzino, che riempiva buste di plastica, all’inizio del turno di pomeriggio. Presa alla sprovvista, gli occhi si son fatti lucidi, non ha detto niente, ed è corsa via. Forse nello spogliatoio. È finita in quel momento la vita di paese di mia sorella Sonia.

Io lo sapevo. Riempiva i sacchetti e mandava a chiamare la piccola di casa, me, che allora avevo dieci anni e il viso paffuto. Diceva alla gente in coda alla cassa che era spesa pagata, e io facevo sì, con la testa. Mi apostrofava anche, con frasi del tipo:

“E guarda di fare piano, hai capito? Perché sei capace di fare chissà cosa dei vasetti della Bormioli.”

Come se agli altri fregasse qualcosa se spediva a casa vasetti di vetro o altra roba, sistemata sul fondo della borsa. Il vice l’ha beccata con le mani nel sacchetto, mentre sistemava il tutto. Poteva dire sì, è per me, la prendo ora e la pago dopo, che problema c’è? Invece è rimasta lì, in ginocchioni, con l’uniforme del supermercato e la borsa di plastica mezza piena. Che figura di merda. Licenziata. Anzi, le hanno chiesto di andarsene. Era in sostituzione per maternità dell’altra commessa, affidabile, onesta, e pure simpatica, Luana. L’altra nostra sorella. Doppia figura di merda.

Credo sia stato in quel pomeriggio che Sonia ha deciso di andarsene. Si è sposata dopo qualche mese, con un tizio conosciuto dove faceva la stagione come cameriera. Ha messo su casa, ha imparato il dialetto, e in paese non si è mai fermata per più di un pomeriggio.

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Palacio do Jardim de Alges

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 11, 2007

Scende la scalinata un po’ storto, facendo perno sul bastone. I gradini sbiancati sono come fuori fuoco. Va verso i vecchi magazzini, prendendo di sbieco il piazzale con le macchine. Entrato, ne esce quasi subito con un sacchetto di plastica e si siede su una panchina di pietra. Col fianco della mano legnosa tagliuzza qualcosa che dentro il sacchetto non c’è.

Dal biancore del palazzo che si vede dal mare, si intuisce un passato di soggiorni estivi, di servitù, di ospiti. Un passato di inverni lunghi per lui, la moglie, e i quattro figli, guardiani e fantasmi di quel posto.
Ora la fortezza non c’è più. Non c’è più quello che rappresentava. Gli ultimi eredi non hanno i soldi per mantenerla. Si tengono una parte ancora buona, il resto lo affittano come uffici ad aziende e studi professionali. Il viale principale, le aiuole simmetriche, la fontana nel centro, e il cortile tondo di fronte ai magazzini diventano parcheggi. Fa fico avere un ufficio in un antico palazzo nobiliare, appena fuori il centro.

Ogni mattina scende la scalinata e si inoltra zigzagando tra le auto. Non fa più nemmeno caso a chi va e chi viene.
I figli se ne sono andati tranne una, che è riuscita a strappare agli eredi due stanze col bagno fuori, tra un ufficio e l’altro. Nel posto più malandato di tutto l’edificio, a ridosso di quella parte dove due anni fa è crollato un pavimento, e da allora è rimasta chiusa. Ma il loro posto, tutto sommato, è ancora buono. Lei fa le pulizie e i giardini. A sessantaquattro anni, e con una gamba che fa cilecca, più di tanto non riesce a fare. Ogni tanto chiede aiuto ad un vecchio compagno di giochi, di quando c’erano le feste e loro spiavano gli ospiti dalle finestre. E lo paga lei, poco, a volte gli fa solo da mangiare. Non dice nulla ai proprietari. Loro sanno, ma fino a quando nessuno chiede tutto va bene.

In due riescono a fare le aiuole davanti. Quelle dietro, le piante del patio con l’altra fontana, il giardino ribassato con l’immensa magnolia che si vede dal mare, verde scuro su fondo bianco, e le siepi intorno all’area, sono libere. Di crescere libere. Nessuno va più nemmeno a vedere se tutto è a posto, se ci sono serpenti o qualche cadavere dimenticato.

Il vecchio, anche stamattina, scende la scalinata, attraversa il piazzale con le macchine, e s’incammina verso i vecchi magazzini. Ne esce con un sacchetto di plastica, e si siede su una panchina di pietra di fianco al portone. Con la mano tagliuzza qualcosa che dentro il sacchetto non c’è. O forse è solo sabbia. Ripete questa specie di rituale tutte le mattine, appena esce. Se ne sta lì, al sole. Poi la figlia lo chiama a pranzo. Poi non so.

La gente degli studi è troppo occupata ad andare e venire. E anch’io mi sento un po’ a disagio.

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