Fahre\’n\’Heit

Moby Dick

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on febbraio 6, 2008

Nel ventre della balena bianca. La gente col tempo prende le connotazioni fisiche del posto dove vive. Si dice che i carrarini siano di poche parole. Duri di una durezza antica e bianca come la pietra che li circonda. Veri come le mani callose dei pescatori di Melville.

Una volta sono stato alle cave. Ti spingi su, e le strade diventano mano a mano bianche e strette, e scorrono a fianco di lastroni ancora da tagliare. In certe giornate puoi sentire le navi del porto e la salsedine nell’aria. Ti ritrovi a strapiombio su gironi danteschi, in fondo al quale brulicano uomini-formica e macchine piccolissime. Erodono la montagna bianca dentro e scura fuori. Ci riescono. Qualche formica muore, ma vanno avanti.

Quando trovano una vena ordinano i macchinari a pezzi, e li calano nel ventre della montagna con gru costruite sul posto. Poi scendono i tecnici, i cavatori, la manovalanza, e ricostruiscono le macchine pezzo per pezzo. Le usano lì sotto, nelle budella bianche di quelle alpi sul mare. Caricano i camion che s’impennano per il peso come cavalli bizzosi. Consegnano la materia al mare. Una volta esaurita la vena, e ci possono mettere degli anni, lasciano tutto là, macchine e macchinari. Costa troppo smontarle, assemblare delle gru, ritirarle fuori per poi calarle da qualche altra parte.
Una specie di tributo economico pagato alla natura, che non sa che farsene.

A volte penso a tutti quei macchinari là sotto. Tagliatrici, cavalletti, tiracavi, carrelli, ruspe. Lasciati a dormire per l’eternità. Ricoperti di polvere di marmo bianco, marmo loro stessi, nel mezzo di antri vuoti dove una volta c’era pietra.

Tra diecimila anni li troveranno. Tributi, penseranno, ma per quale Dio?

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Cuore sportivo

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 28, 2007

Glielo presenta come Mirko, con la kappa. Ha un’Alfasud beige. Un tipo magro, sorridente, attivo, di quelli che piacciono molto alle donne e poco agli uomini. Men che meno agli uomini di quelle donne. È arrivato alla casetta di montagna nel primo pomeriggio. Matteo s’è ammoscato subito di tutto. Sua sorella Laura è carina, capelli scuri, gambotte robuste, punto di vita stretto. Sta un po’ gobba per via della scoliosi, ha portato per anni il busto correttivo.

Quella volta niente busto. È  estate e nella casetta di famiglia ci sono loro due e basta per qualche giorno. I patti sono questi: è sua sorella, punto. È suo fratello, a capo. Mica l’hanno scelto loro. Mirko parcheggia il bolide sul prato davanti, è tutto un gran sorrisi e battute. Sembra anche simpatico, e probabilmente lo è davvero. Alla sera, dopocena, fa vincere Matteo a carte. Va pure a comprare il gelato, il paraculo.

Lo spediscono nel lettone dei genitori. Loro chiacchierano in cucina, poi aprono la porta e si assicurano. Eccome se dorme. La camera grande è separata dalla cameretta, dove di solito dormono loro due, da una tenda sbiadita a fiorellini. Mirko e Laura si levano i vestiti, si infilano nel letto a castello dai tubi arancio e scopano. Almeno gli sembra. Si immagina di sì. È contento di aver intuito con largo anticipo la faccenda. Si addormenta per davvero.

Un paio di volte escono da dietro la tenda, aprono la porta che dà sulla cucina, sgusciano fuori veloci per sciacquarsi. “Ti immagini se adesso tuo fratello si svegliasse?”

Tu, pilota di Alfasud. Alfisti si nasce, e si resta.

Precauzione

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 3, 2007

Virgilio guida male, malissimo. Con un braccio si appoggia alla maniglia della portiera e con l’altro tiene il volante. Va via così, storto. Sandro è dietro che guarda fuori, sua madre davanti abbrancata alla borsa.

Sente arrivare un motore. È una strada di montagna, appena prima di un ponte. La moto li sorpassa da sinistra e ondeggia. Non c’è molto spazio. Quando rientra, la pedalina di sinistra sfiora, o forse tocca, la spalletta di cemento del ponte. Virgilio bestemmia forte, sterza di scatto, inchioda.

Vedono la moto volare e il guidatore superarla. Atterra di piatto sull’asfalto. Tre secondi di silenzio. Rosa scatta fuori come una molla, Sandro sta per seguirla ma suo padre gli dice di stare fermo. Guarda indietro, mette la retromarcia e si sposta di qualche metro. Giusto per precauzione. Che qualcuno non abbia a dire che la macchina è troppo vicina alla moto.

Poi scendono. Sandro non sa quanto avvinarsi. Rosa borbotta qualcosa. Virgilio dice di lasciar stare che tanto è morto. Sembra esserne sicuro, da tre metri di distanza. L’uomo rantola e sussulta ma rimane lì. È ubriaco, forse. Arrivano altre macchine dietro. Scendono tutti.

Sì, beve come una spugna e poi va in moto.

Macho

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on giugno 2, 2007

Decidono di partire nel pomeriggio e dormire lassù. Uno del gruppo ha le chiavi di un rifugio in montagna, sulla catena del Brenta. Livio già immagina la notte di sesso. Lorenza non immagina, organizza, la gita è opera sua e di suo fratello. Lei è più grande di Livio di due anni, e hanno capito da un pezzo che vorrebbero farsi. Lo possono odorare ogni volta che si vedeno e si salutano. A Livio piace la sua maniera di toccare leggermente con le mani mentre parla.

Arrivano in quota, fanno dei giri, e durante uno di quelli, restando indietro rispetto al gruppo, si baciano, lingua in bocca, poi il collo, i lobi delle orecchie. Lorenza gli struscia la mano forte sulla patta, il cazzo di Livio non sta più dentro, quasi. La sera si infilano a letto insieme, anche se sono in camerata con gli altri. Lorenza aspetta che sia lui a partire. Spavalda, ma non fino a quel punto. Ho fatto anche troppo, pensa. Livio non sa da che parte iniziare, aspetta che lei glielo prenda in bocca, che gli faccia un pompino favoloso, sotto le coperte, come quelli dei film. Si dice tra sé, chissà com’è venirle in bocca. Ma non succede niente. Le tocca l’inguine, prima con un dito poi con due, sente il caldo e umido delle labbra, e tira indietro la mano, scottato. Non è mai andato più in là dei porno. Aspetta che sia lei a guidarlo, ma Lorenza non lo fa. Non succede altro. Allora Livio si butta, esperimenta, come ha visto fare e ha sentito raccontare, la chiama puttana. La formazione sui giornaletti porno a qualcosa è servita. Lorenza lo guarda dritto negli occhi, impietosita, e si gira dall’altra parte. Fine dell’avventura.

La mattina tutti danno per scontato che abbiano scopato, e Livio più di loro. All’inizia nega, poi Alfio presenta come prova inoppugnabile il fatto che ha infilato ben due preservativi, uno sopra l’altro. A quel punto li lascia credere, fratello di Lorenza compreso, che vada a fare in culo pure lui. La cosa è già stata decisa, e in fondo, a Livio va bene così. A Lorenza, questo non lo sa.

Ritorna dal viaggio sverginato. Poi passano altri due anni prima che riesca a scopare.

Pranzo

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 24, 2007

Tutti si chiedono dove cazzo sia finito. Suo padre imbestialito. Le sue sorelle pure, ma cercano di evitargli qualche sberla. Da mani di operaio, che non sono tanto leggere. Mauro non si chiede mai se ha paura di perdersi.

Nessuno ha mangiato, ovviamente.

Sparisce prima di un pranzo domenicale in montagna. Decide di andare a vedere dove finisce il sentiero che ha visto qualche giorno prima. Forse intuisce il percorso, e parte. Sono le undici di mattina. Torna giù alle due e mezza di pomeriggio.

Mangia, con gli altri.

This is the End

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 20, 2007

Si arrampicano per un prato in salita. L’erba è già di nuovo alta. Michele porta dei sandali senza calzini, suo padre lo ha cazziato quando se n’è accorto. Non è roba per andare a funghi, regola numero uno. Numero due, avere sempre un bastone. Per cercare sotto le foglie, e uccidere le vipere. Michele non ha manco quello. Nella fretta di andargli dietro, l’ha dimenticato.

Lo attira uno di quei funghi che trova sempre disegnati su Topolino, rosso a pois bianchi. È una russola, gli hanno sempre detto che non va bene. E quelli di Topolino allora usano un fungo velenoso? Forse le russole coi pallini bianchi non lo sono. Ci sono buone e cattive, verdi, rosse, marroni, bianche. Siccome l’enciclopedia dei funghi è sterminata e in famiglia nessuno si è mai preso la briga di saperne di più, tutti quelli sconosciuti vengono apostrofati “russola”. Non vanno bene, punto. Suo padre va per le spiccie.

Tagliano in diagonale per un prato scosceso, quasi scivoloso. Spazzolano sotto i noccioli e i pochi pini. Lì vicino c’è quel prato dove crescono le mazzatamburo. Le trovano sempre in un punto, sotto due betulle giganti che quasi toccano il cielo. Quegli ovuli biancastri sembrano spore venute da un altro pianeta che li invaderanno piano piano. Non lasceranno scampo.

Hanno in mano i sacchetti di plastica coi funghi dentro, e camminano verso casa. Michele sente una manata sul petto da farlo cascare all’indietro. Indispettito, si gira e vede suo padre che bastona l’erba con violenza. Dieci centimetri separavano il suo piede da una vipera grigiastra. Si vede morto qualche minuto dopo, portato a braccio su per la salita, senza sacchetti. In casa il siero antivipera è una costante dimenticanza. La scatoletta di metallo con la croce rossa c’è, nello sportello laterale del frigo, ma si può star certi che il siero è scaduto. Che fine gloriosa.

Rugiada

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 16, 2007

A malavoglia Sergio lascia il tiepido della flanella. Dorme in un letto a castello dai tubi arancio. In pigiama e ciabatte di plastica, si trascina in cucina e si lava la faccia. Due gradini, e fuori l’erba è ancora umida. Invece di andare al cesso dietro casa, si ferma all’angolo più vicino, e piscia contro il muro. C’è venuta una chiazza di erba bianca. Di sera cambia angolo, e si ferma a quello più vicino alle scale, perché è un fottuto buio pesto in montagna e non si vede neanche i piedi. Anche lì lascia il segno e l’erba diventa prima gialla poi bianca. Sempre rigogliosa, solo di un altro colore. A volte cambia punto e si sposta di qualche decimetro. Giusto per compensare.

La domenica mattina suo padre non va a lavorare. E così la radio è sempre accesa quando si sveglia. Sergio lo vede prendere il rasoio elettrico dal cofanetto e attaccare la spina a un cavo volante. Si rade piano. Soffia dentro al rasoio e lo batte sul legno della ringhiera. Suo padre è un estemporaneo. Si arrangia e va avanti, applicando concetti basilari, e forse datati, a situazioni nuove. Ha fissato uno specchio da bagno, di quelli con la mensolina, all’angolo del terrazzo. D’estate sono nella casa in montagna. Anno 1959, dice la scritta nel cemento alla base dei gradini. Un sogno ostinato, in cemento e legno come quella dei tre porcellini. E in culo a tutti i lupi mannari là fuori. Sergio ascolta i rumori dal suo letto, prima che le lenzuola di flanella gli volino via.

È sempre estate quando sono lì. Sempre di domenica quando c’è suo padre. Prendono la macchina e vanno all’albergo del lago. C’è uno spaccio alimentare e un giornalaio. Quotidiano, settimanale, fumetto, una gerarchia del pensiero familiare. La giornata parte proprio bene, pensa. Di ritorno dalla spesa si fermano in una macelleria, aperta solo di sabato e domenica. Come tutto il resto lì intorno, è una cosa da fine settimana, che Sergio e sua madre estendono per quasi tre mesi. La macelleria è in un garage ripulito. Vendono carne e salsicce in un banco di acciaio e vetro, e hanno una cella frigorifera ricavata da un ripostiglio. Alle finestre ci sono scuri di legno chiaro, quasi arancio. Comprano salsicce e pasta di maiale da fare alla brace.

Accade sempre e solo di domenica mattina. Quando sta là fuori in pigiama, culo stretto e pisello tra le dita, urinando contro l’angolo della casa, si gusta tutta la serie di cose che succederanno. La rugiada gli bagna ciabatte e calzini. Il ronzio del rasoio elettrico gli annuncia meraviglie.

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