Fahre\’n\’Heit

Colla

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 10, 2007

Susan ha iniziato il suo nuovo libro, ambientato al tempo della seconda guerra mondiale. Di più, non so. Al telefono mi ha detto anche, quasi confessandolo, che sta scrivendo un piccolo racconto sulla neve.

Metto giù il telefono. Sono le sette di sera, decido di restare a casa. Ho due appuntamenti più tardi ma li disdico, con un sms. La neve è attaccata all’asfalto, ai bordi in basalto dei marciapiedi, ai tombini di ghisa. È attaccata ai muri, in verticale. Ieri pomeriggio sono rientrato a casa sotto la nevicata più asciutta che abbia mai visto. Camminavo spazzolando neve a ogni passo, dalla metropolitana a qui. Si incollava alla suola delle scarpe, che dovevo sbattere ogni cinquanta metri. Ha smesso durante la notte, e anche dopo un intero giorno senza nevicare, è compatta come appena caduta. È tenace, non si vuole far dimenticare. Una gran neve.

Berlino in bianco sembra quasi bella. Non lo è, in realtà. Interessante, vuota, squadrata, underground. Bella no. Ha forse una sua bellezza data dagli aggettivi messi insieme.

Incollandoli uno sull’altro, come fa la neve.

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Settantaquattro

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on agosto 4, 2007

Lo schienale della sedia fa male. Sono sedie di plastica grigia, appoggiate al muro del corridoio d’ingresso, davanti al gabbiotto delle informazioni.
Una ragazza parla con un signore anziano. Viso fresco, jeans e canottiera e un gran daffare per comunicare con una generazione distante. Aspetta di ritirare il libretto sanitario per lavoro. Mi chiedo cosa faccia. L’hanno presa in un ristorante, o in qualche servizio catering, o in un caffé del centro. Forse fa prove di comunicazione con la clientela. L’uomo è vestito elegante e sobrio. Pantaloni grigi e camicia bianca, le scarpe sono lucide. Sta aspettando da mezz’ora per un numero di telefono. Capisce certo che se tutti passassero davanti senza aspettare il turno non si finirebbe più, ma certo far la coda per ritirare un foglietto con un numero è assurdo.

Lo schienale fa sempre più male, o la mia schiena è sempre più insofferente. Mi giro e vedo una striscia gialla solcata nel muro dal bordo delle sedie. Una ferita aperta che non sanguina.

Tutti quegli sbarchi di clandestini, di africani – e badi bene, tutti musulmani – sulle nostre coste. Sono programmate. Questa è la questione. Dalle grandi nazioni islamiche. Se no, chi glieli dà i soldi per venir qui?
Con la coda dell’occhio vedo la ragazza annuire, ma non confermare.

A me dispiace per voi giovani. Mi dispiace per i miei nipoti. Ché io le mie cinque pagnotte le ho già avute.

Numero settandue. La ragazza si alza e saluta. A me restano ancora due numeri. Mi giro ancora, stavolta sul fianco, per non sentire lo schienale. Per non affrontare nulla.

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