Fahre\’n\’Heit

Supermercato In Famiglia

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on febbraio 6, 2008

È corsa a casa piangendo. Non-sapere-cosa-fare scritto in faccia. L’hanno trovata accucciata in magazzino, che riempiva buste di plastica, all’inizio del turno di pomeriggio. Presa alla sprovvista, gli occhi si son fatti lucidi, non ha detto niente, ed è corsa via. Forse nello spogliatoio. È finita in quel momento la vita di paese di mia sorella Sonia.

Io lo sapevo. Riempiva i sacchetti e mandava a chiamare la piccola di casa, me, che allora avevo dieci anni e il viso paffuto. Diceva alla gente in coda alla cassa che era spesa pagata, e io facevo sì, con la testa. Mi apostrofava anche, con frasi del tipo:

“E guarda di fare piano, hai capito? Perché sei capace di fare chissà cosa dei vasetti della Bormioli.”

Come se agli altri fregasse qualcosa se spediva a casa vasetti di vetro o altra roba, sistemata sul fondo della borsa. Il vice l’ha beccata con le mani nel sacchetto, mentre sistemava il tutto. Poteva dire sì, è per me, la prendo ora e la pago dopo, che problema c’è? Invece è rimasta lì, in ginocchioni, con l’uniforme del supermercato e la borsa di plastica mezza piena. Che figura di merda. Licenziata. Anzi, le hanno chiesto di andarsene. Era in sostituzione per maternità dell’altra commessa, affidabile, onesta, e pure simpatica, Luana. L’altra nostra sorella. Doppia figura di merda.

Credo sia stato in quel pomeriggio che Sonia ha deciso di andarsene. Si è sposata dopo qualche mese, con un tizio conosciuto dove faceva la stagione come cameriera. Ha messo su casa, ha imparato il dialetto, e in paese non si è mai fermata per più di un pomeriggio.

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København

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 10, 2007

Non che Matteo debba andare da qualche parte. Ma è attratto dai mostri blu, nell’atrio della stazione. Quella di Trento ha un’aria vagamente fascista, come tante altre. Dentro, hanno appena installato due meraviglie della tecnica degli anni ’80. Due cassettoni giganti di colore blu, appunto, schiena a schiena, completi di ‘touch screen’ per le informazioni al pubblico. Si digita la stazione di partenza e quella di arrivo, ed escono orari, costi, servizi a bordo.

C’è una mappa. Il posto più lontano a cui si può accedere è segnato con il suo nome originale, København. Non gli viene proprio in mente che è Copenaghen. È in riva al mare. Da lì sono segnate altre località sconosciute, di cui però non ci sono i collegamenti. Delle possibilità che non si possono scegliere, delle chimere. Le cose reali sono unite da linee rosse.

Matteo ci studia un po’ su, e poi digita il posto più lontano che può selezionare. Più lontano da dove è ora. Compone Trento, poi København, sceglie un orario a caso, chiede la stampa. Esce un nastro di carta con partenze, stazioni di cambio, orari di arrivo, numeri dei treni, e altra roba che se non lavori nelle ferrovie non sai che fartene. Guarda la striscia di carta. Arriverebbe 13 ore dopo. Si immagina un paesone di pescatori in riva al Mare del Nord, che fa da ponte ad altre destinazioni, verso l’artico, verso il resto del mondo. Non gli viene proprio in mente che è Copenaghen. Quelle linee rosse gli appaiono come le infinite vie del muoversi. È così preso che non collega i nomi originali con quelli in italiano.

Ora, in quel posto verso il resto del mondo, ci vive. È vero che è in riva al mare. E che forse fa da ponte verso l’artico. Fuori dalla sua porta, nel quartiere di Christianshavn, c’è la neve, e il canale lungo la strada è ghiacciato, con le barche ferme, i ponti di metallo e legno, e i magazzini dei cantieri navali. Ma non è un paesone di pescatori, proprio no.

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Occhiali

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 17, 2007

Tira aria calda, e lui fila via liscio e veloce nella sera odorosa. L’asfalto sotto la ruota davanti sembra grigio e azzurro insieme. Mirco si tiene sul centro della strada e indovina le linee bianche intermittenti.

Non vede un accidente. È miope da quando aveva sette anni e deve portare occhiali spessi. Stasera è col gruppo dei motorettari perché ogni tanto ci prova. Motorini truccati. Sono andati fino all’altro paese, di fianco all’autostrada. E si ritrova impegnatissimo a guidare un coso che va la metà degli altri, nonostante gli abbia cambiato il collettore. All’andata tutti l’hanno presa tranquilla e stava a ruota, al ritorno non sa che cazzo li abbia presi, e li ha persi.

Viaggia in mezzo alla strada perché non ha gli occhiali. Ha fatto il figo, li ha lasciati a casa. Bestemmia a voce alta, mentre va, contro tutti quegli stronzi che lo hanno lasciato indietro, e che saranno già alle panchine sotto gli ippocastani. Tutti là a fumare e a guardarsi di sottecchi quando si farà vedere buon ultimo, un quarto d’ora dopo.

Sono miope, cazzo. Non posso guidare un motorino a cinquanta all’ora senza vederci. Va a finire che mi schianto o finisco fuori. Continua a indovinare la linea intermittente. La strada costeggia campi di vigne e meli. Ha un fosso da una parte e un muro a secco dall’altra. È tutta curve. Si sente sicuro solo quando attraverso le frazioni di paese perché hanno i lampioni. Poi il buio. Pezzi interi di strada che cerca di ricordarsi dall’andata. Allora si piazza in mezzo. Le righe bianche sono dei flash che lo immortalano nel mezzo dell’azione. Quando le vede, sono già passate da un pezzo. Va spedito.

Poi succede. Si ritrova in curva ma non l’ha vista. Inchioda, sente lo stomaco che gli sale in bocca, non c’è altra strada, finita. Si impunta anche coi piedi, sfregandoli sull’asfalto. La ruota dietro si blocca, quella davanti per fortuna no. Le dita bianche schiacciate sulle leve dei freni, ma non serve. È fuori. Non ha visto la curva. La ruota davanti è giù di mezzo metro, quella dietro sfrigola sul terriccio. I piedi impuntati cercano appigli da qualche parte nell’erba alta.

Fermo, cazzo, fermo. È fermo. Ha le ortiche al ginocchio, il motorino impuntato in avanti, le braccia dure saldate al manubrio, ma è ancora sopra. Il cuore sta battendo come un porcodio. Deve tirarsi fuori. Fermo. Si piega. Sposta il piede da sotto, appoggia il manubrio, e impuntandosi riesce a farlo scorrere sull’ortica e a tirarlo un po’ su. Ok, ok.

Si rimette in strada, più calmo e incazzato che mai. Vaffanculo. Va piano, e si tiene comunque sul centro della strada. Se fosse stato a destra, sarebbe finito nella scarpata. Quei tre metri lo hanno salvato, stasera. Arriva in paese, la strada lo porta a passare di fianco agli ippocastani. Non ne ha proprio voglia, non ora. Gira in una stradina laterale con le case nuove, subito prima del ponte. Fa un giro largo. Mirco abita sulla strada principale, gli sarebbe bastato proseguire. Meglio così. Per stasera abbastanze coglionate.

Mette il motorino in garage, sale e trova i suoi in soggiorno. D’inverno quella stanza non la usano mai, portano il televisore in cucina. Ma d’estate c’è anche la finestra aperta. Si leva il giubbotto di jeans e si mette a guardare Colombo. Sfocato.

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