Fahre\’n\’Heit

Supermercato In Famiglia

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on febbraio 6, 2008

È corsa a casa piangendo. Non-sapere-cosa-fare scritto in faccia. L’hanno trovata accucciata in magazzino, che riempiva buste di plastica, all’inizio del turno di pomeriggio. Presa alla sprovvista, gli occhi si son fatti lucidi, non ha detto niente, ed è corsa via. Forse nello spogliatoio. È finita in quel momento la vita di paese di mia sorella Sonia.

Io lo sapevo. Riempiva i sacchetti e mandava a chiamare la piccola di casa, me, che allora avevo dieci anni e il viso paffuto. Diceva alla gente in coda alla cassa che era spesa pagata, e io facevo sì, con la testa. Mi apostrofava anche, con frasi del tipo:

“E guarda di fare piano, hai capito? Perché sei capace di fare chissà cosa dei vasetti della Bormioli.”

Come se agli altri fregasse qualcosa se spediva a casa vasetti di vetro o altra roba, sistemata sul fondo della borsa. Il vice l’ha beccata con le mani nel sacchetto, mentre sistemava il tutto. Poteva dire sì, è per me, la prendo ora e la pago dopo, che problema c’è? Invece è rimasta lì, in ginocchioni, con l’uniforme del supermercato e la borsa di plastica mezza piena. Che figura di merda. Licenziata. Anzi, le hanno chiesto di andarsene. Era in sostituzione per maternità dell’altra commessa, affidabile, onesta, e pure simpatica, Luana. L’altra nostra sorella. Doppia figura di merda.

Credo sia stato in quel pomeriggio che Sonia ha deciso di andarsene. Si è sposata dopo qualche mese, con un tizio conosciuto dove faceva la stagione come cameriera. Ha messo su casa, ha imparato il dialetto, e in paese non si è mai fermata per più di un pomeriggio.

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Cuore sportivo

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on dicembre 28, 2007

Glielo presenta come Mirko, con la kappa. Ha un’Alfasud beige. Un tipo magro, sorridente, attivo, di quelli che piacciono molto alle donne e poco agli uomini. Men che meno agli uomini di quelle donne. È arrivato alla casetta di montagna nel primo pomeriggio. Matteo s’è ammoscato subito di tutto. Sua sorella Laura è carina, capelli scuri, gambotte robuste, punto di vita stretto. Sta un po’ gobba per via della scoliosi, ha portato per anni il busto correttivo.

Quella volta niente busto. È  estate e nella casetta di famiglia ci sono loro due e basta per qualche giorno. I patti sono questi: è sua sorella, punto. È suo fratello, a capo. Mica l’hanno scelto loro. Mirko parcheggia il bolide sul prato davanti, è tutto un gran sorrisi e battute. Sembra anche simpatico, e probabilmente lo è davvero. Alla sera, dopocena, fa vincere Matteo a carte. Va pure a comprare il gelato, il paraculo.

Lo spediscono nel lettone dei genitori. Loro chiacchierano in cucina, poi aprono la porta e si assicurano. Eccome se dorme. La camera grande è separata dalla cameretta, dove di solito dormono loro due, da una tenda sbiadita a fiorellini. Mirko e Laura si levano i vestiti, si infilano nel letto a castello dai tubi arancio e scopano. Almeno gli sembra. Si immagina di sì. È contento di aver intuito con largo anticipo la faccenda. Si addormenta per davvero.

Un paio di volte escono da dietro la tenda, aprono la porta che dà sulla cucina, sgusciano fuori veloci per sciacquarsi. “Ti immagini se adesso tuo fratello si svegliasse?”

Tu, pilota di Alfasud. Alfisti si nasce, e si resta.

Occhi, bocche, lingue

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on settembre 25, 2007

«Können Sie bitte die Augen zu machen?»
Mi coglie un po’ di sorpresa, devo dire, e lo guardo dritto negli occhi. Il problema è proprio quello. Lo guardo negli occhi. Pare che i dentisti diano fuori di testa quando un cliente li guarda negli occhi mentre stanno limando, trapanando, raschiando nella sua bocca. Prima un disagio sottile, come quello che si sopporta mentre si ha pazienza che la cosa si risolva. Via via che il tempo passa e che l’operazione si fa più complessa, un’inquietudine sempre maggiore, fino a quando non ce la fanno più, a essere guardati, mentre ti guardano.

Deve essere proprio così. Ora che Gotthard Holzhauser, medico dentista in Berlino con studio in Charlottenstrasse 71 mi ci fa pensare, forse non ho mai chiuso gli occhi dal dentista. Potrebbe essere, penso; e mi osservo da fuori come un animale curioso, un caso umano per i dentisti alle cui cure mi sono affidato, una di quelle creature che quando entra nei loro studi disinfettati gli rivolgono un sorriso aperto, da sotto la mascherina, mentre tra colleghi si lanciano un’occhiata. Arriva quello che ti guarda.

Ecco, io sono quello che non chiude mai gli occhi. Gotthard mi ha inquadrato subito, e già alla seconda visita per il ponte tra molare 7 e 8 dell’arcata inferiore destra, col suo berlinese neanche troppo stretto, mi dice senza mezzi termini di farla finita con quella pantomima, e di chiudere ‘sti accidenti di occhi. Punto.

Obbedisco, perdio. È che non c’ho mai pensato. Non me ne sono mai accorto. Nessuno me l’hai mai detto, che tenevo gli occhi aperti, e uno mica se ne accorge, di queste cose qui, se non glielo dicono. Come tenere la bocca aperta mentre si mangia, o la lingua di fuori mentre si disegna. Uno non ci pensa. In effetti facevo tutte queste cose, fino a che non me l’hanno detto. E sono sempre state persone esterne al mio stretto circolo di vita, persone che magari c’entravano poco, o nulla. Uno zio di città, a casa sua, mentre ero impegnato a disegnare robot e astronavi con la lingua penzoloni, me la prende tra due dita ruvide, così, zac, e mi dice «E questa? Perché non sta al suo posto?». Un ex-fidanzato di mia sorella che mi aveva portato a sciare, mentre stavamo mangiando panini dopo una galoppata di fondo, si ferma, mi guarda disgustato e mi fa «Ma la vuoi chiudere quella bocca?». E adesso Gotthard, appunto. Succede così. Quando meno te lo aspetti, e credi che ormai hai raggiunto l’età in cui poche cose ti possano spiazzare, ti arriva una cosuccia da niente tra i denti, che ha l’effetto di una bastonata ben assestata. «Können Sie bitte die Augen zu machen?»

Ha finito, Gotthard. Con gli occhi serrati, la lingua dentro, la bocca chiusa, anch’io ho finito di disegnare robot e mangiare panini. Posso riaprirli. Mi dice che è a posto, niente cibo prima di due ore, non badare se mi fa una strana sensazione di contatto che prima non sentivo, è semplicemente il ponte che si deve riadattare al mio morso. Ok. Mi dice anche che ha notato un’otturazione da rifare, volendo, però può anche aspettare.
Aspetto, Gotthard. Non si sa mai che salti fuori qualcos’altro.

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Pasqua

Posted in microStorie [Italian] by alcramer on maggio 7, 2007

Decide al volo, la prima cosa che gli viene in mente. Piega la rivista, la infila nei pantaloni, appena sopra il cazzo che gli fa male da quanto tira.

È un Cronaca Italiana, settimanale porno in bianco e nero. In copertina, una bionda con la permanente e le tette fuori. Il pomeriggio del giorno di Pasqua sono tutti a tavola eccetto Sergio. Sa che c’è qualcosa in quella stanza, nella casa nuova di sua zia. Una camera vuota per il figlio che verrà. Si intrufola con la scusa di andare in bagno, al piano di sopra.

Dà un’occhiata veloce ai pochi sportelli, niente. Sullo scaffale in alto c’è una pila di riviste, giornali e dischi. Li prende e li poggia a terra. Toglie veloce i primi dalla fila, sperando di trovarci qualcosa. Eccolo lì. Gli tremano le mani. Lo passa velocemente, l’uccello che gli scoppia e le mani che sudano.

Dice ai suoi che torna a casa per ripassare un po’. Gli credono. Sono dieci minuti a piedi, eterni. Arriva in bagno, chiude a chiave anche se è da solo, tira giù pantaloni e mutande insieme. Il giornale guizza fuori come un animale vivo e si allarga sul tappetino. Il cazzo gli sta pulsando come non mai. Non si è mai masturbato. L’ha sempre sentito dire, delle seghe, ma non c’ha mai provato. La mano va quasi da sola. Trema, sente qualcosa che non sa da dove viene. Pensa, è questo, e nello stesso istante viene. Sborra sulla rivista.

Le gambe gli fanno male, rosse, piegate e rattrappite sul pavimento di piastrelle blu. Ha il dietro delle ginocchia informicolito. Si tira su a fatica e si siede sul cesso. “Ecco, ho sborrato.”

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